Le mafie sulle coste sarde.


Gallura, cantiere edile sulla costa

Gallura, cantiere edile sulla costa

E’ un po’ la scoperta dell’acqua calda.

La mafia, anzi, le mafie in Sardegna esistono e fanno affari.

Lo testimoniano le indagini svolte e in corso da parte della Direzione distrettuale antimafia, nonché provvedimenti giudiziari.

Lo testimonia ancor più la recente relazione conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.

Interessante servizio giornalistico in proposito di Pier Giorgio Pinna per la Nuova Sardegna.  Da leggere.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

rustico edilizio

rustico edilizio

 

 

da La Nuova Sardegna, 7 marzo 2013

Mafia, le mani sulle coste.  Nei villaggi vacanze cresce il peso della criminalità organizzata, lo sbarco dei georgiani.  Pier Giorgio Pinna

SASSARI. Ora i boss georgiani affiancano i russi negli affari sulle coste sarde. Presi di mira soprattutto i litorali nordorientali. Dalla Maddalena sino ai villaggi vacanze a sud di Olbia. Passando, prima, per Baja Sardinia, Costa Smeralda, Porto Rotondo. Nell’isola le mafie emergenti continuano a puntare sui tradizionali investimenti finanziari e immobiliari. Edilizia & costruzioni. Partecipazioni azionarie nei villaggi turistici. Acquisto di mega-residence, panfili, yacht. Ma i nuovi boss non trascurano altre zone, altri interessi. Allargano l’influenza sulle energie rinnovabili e sullo smaltimento dei rifiuti. Ovunque riciclano denaro sporco. E coinvolgono nei loro giri colletti bianchi locali: funzionari di amministrazioni – pubbliche e private – pronti ad agevolarli in cambio di adeguate mazzette o consistenti favori. Sono tutti aspetti, questi, sui quali indagano la direzione nazionale antimafia e quella distrettuale cagliaritana. Un bilancio di controlli durati oltre un anno. Che ancora proseguono. Ma adesso si estendono verso altre piste. Come l’evoluzione della prostituzione d’alto bordo nei paradisi dorati del relax fronte mare. Oltre che sul traffico di droga: vedi le ramificazioni in Ogliastra, attraverso personaggi di spicco della mala sarda. Sul fronte di queste trame, sotto traccia, si rafforzano agguerrite bande marocchine e senegalesi con importanti contatti per lo smercio degli stupefacenti. In un quadro dove Cosa Nostra e camorra sembrano aver lasciato spazio agli investimenti della ’ndrangheta e delle gang arrivate dall’Est, molti usano la Sardegna per ripulire e lavare capitali di oscura provenienza dirottandoli verso attività all’apparenza legali. Ma come mai affiorano oggi questi spaccati della lotta contro la criminalità organizzata? Gli ultimi report scaturiscono da attività della commissione parlamentare d’inchiesta che ha appena finito i suoi lavori a conclusione della legislatura. La commissione opera a Roma in un antico edificio, vicino al Pantheon e alla biblioteca del Senato. Da qualche settimana la sede è semideserta. Della vecchia struttura è rimasto in piedi solo un nucleo di magistrati e studiosi che fa parte dell’Ufficio stralcio, al quale è delegato il compito di stabilire quali degli degli atti giudiziari acquisiti sono da rendere pubblici o da tenere riservati. Tra loro, lo storico Salvatore Sechi (leggere intervista nella pagina a fronte). Comunque l’esame dell’intera attività svolta consente di mettere a fuoco un aspetto-chiave: è seguendo i movimenti di denaro, ingentissimi ma nascosti dietro società costruite con un sistema di scatole cinesi più sofisticato e complesse del passato, che gli investigatori sono risaliti alle più recenti infiltrazioni delle cosche. In sostanza, è una nuova applicazione della linea di contrasto lanciata dal magistrato Giovanni Falcone: moderne varianti e metodi informatici basati su intercettazioni ambientali, incroci di cointeressenze, numeri di conti corrente, dati catastali, rogiti notarili e altri documenti ancora. Un’opera d’intelligence che, non a caso, impegna sempre di più le forze specialistiche della guardia della finanza accanto alla polizia e ai carabinieri. E che ha permesso di trovare pesanti conferme sulla penetrazione nell’isola della organizatsya o mafiya, con le gang georgiane in primo piano. Ma che non ha consentito di conoscere le fonti di reddito a monte: stock di capitali in parte già riciclati e fatti confluire in settori finanziari e imprenditoriali. Gli stessi miliardi di euro che poi vengono reinvestiti in Sardegna, ma anche nel Lazio e in Versilia, oltre che in altri Paesi come Israele, la Gran Bretagna o la Svizzera.

 

Gallura, costa

Gallura, costa

 

 

Da Pippo Calò alle società della ’ndrangheta. La lunga storia dell’interesse delle “famiglie” per l’isola: Liggio, Magliana, stiddari e camorra. 

SASSARI. In quarant’anni è stato un crescendo nell’ombra: tra silenzi, connivenze, omertà. Lo sbarco degli uomini d’onore e le prime tracce di Cosa Nostra in Sardegna risalgono al 1975. Ma si cominciò a saperne qualcosa solo nel 1993, quando un pentito rivelò che le “famiglie” investivano capitali consistenti sui litorali dell’isola. Da allora, solo conferme: su operazioni immobiliari sospette, su accordi tra spregiudicati uomini d’affari e boss mafiosi, sul ruolo avuto dal cassiere Pippo Calò nel riciclare capitali sporchi a Porto Rotondo e dintorni, sui legami con la banda della Magliana, sul pericolo di saldature e infiltrazioni rappresentato dalla presenza nel carcere di Badu ’e carros di uno dei capi dei Corleonesi, Luciano Liggio. In questo periodo vengono commessi misteriosi omicidi a Mamoiada a in paesi vicini. Nel Centro Sardegna le ferree leggi dell’onorata società compaiono così all’improvviso accanto alle norme non scritte del codice barbaricino. I legami societari delle persone chiamate in causa per i delitti arrivano addirittura alla Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona. Altre indagini mettono in risalto attività frenetiche nel riciclaggio di denaro sporco da parte di clan camorristici. Più recenti invece le infiltrazioni delle “drine” calabresi. Mentre un capitolo quasi a sé resta la vicenda degli “stiddari” nel 1989 mandati al soggiorno obbligato nel Sulcis, dove in breve faranno fiorire un floridissimo traffico di eroina alimentato in parallelo da personaggi della mala cagliaritana. Intanto Cosa Nostra tenta uno sbarco analogo in Corsica. Ma il piano in larga misura fallisce. E un villaggio sull’isola di Cavallo, pare finanziato da uno dei clan siciliani più potenti dell’epoca, viene fatto saltare in aria con cariche esplosive da un commando formato da separatisti e uomini della malavita locale. La loro presenza non era gradita. Più facile risulta così il proseguimento delle attività illecite in Sardegna. Specie per quel che da questo periodo riguarda gli affari lungo le coste galluresi. A partire dalla fase a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila iniziano a diventare predominanti i traffici della ’ndrangheta, spesso attraverso collegamenti finanziari con la piazza milanese. Non a caso a un certo punto si parla d’intrecci con la Duomo Connection estesi alla Sardegna. Da quel momento le inchieste non si contano più. Così, appena qualche anno fa, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso (oggi neoeletto parlamentare pd) in un’intervista concessa a Iglesias conferma: «Il pericolo mafioso nell’isola è reale: esistono contatti con la malavita sarda per il traffico di stupefacenti e penetrazioni delle cosche in crescita nel settore turistico».

 

Sardegna sud-occidentale, Teulada, costa

Sardegna sud-occidentale, Teulada, costa

 

 

Lo storico Sechi: «Soldi riciclati con complicità negli enti locali». Parla il professore consulente della commissione parlamentare che ha appena finito i suoi lavori «Soprattutto in Gallura esistono connivenze al momento del rilascio delle autorizzazioni». 

SASSARI. Salvatore Sechi, come consulente della commissione parlamentare che idea si è fatta delle infiltrazioni mafiose nell’isola? «C’è un’evoluzione: non solo in Sardegna ma su scala ormai nazionale famiglie e clan hanno imparato a fare gli affari più importanti anche in settori nuovi». A che cosa si riferisce? «Un motore importante dell’accumulazione e degli investimenti è il riciclaggio del denaro che proviene ancora molto spesso da droga, estorsioni, usura, prostituzione». Con quali differenze rispetto al passato? «Il reimpiego dei soldi avviene in strutture industriali legate al turismo, alla grande distribuzione, al divertimento. E come ha sottolineato con bella sintesi l’ex governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nel nostro caso si può certo parlare di una contaminazione tra lecito e illecito del denaro di origine mafiosa». In quali settori, per ciò che riguarda l’isola? «Il fenomeno è in rapido sviluppo: tocca la gestione delle energie rinnovabili, il trasporto e lo smaltimento di rifiuti, ma anche alcuni massicci investimenti immobiliari». Nell’area di Olbia? «Precisamente, ma con uno snodo più allargato: in tutta la Gallura oggi transitano sensibili risorse per realizzare strutture residenziali ed esiste il fondato sospetto che questi investimenti siano resi possibili dai frutti delle cosche». Con che genere di complicità locali? «L’argomento costituisce un dossier aperto. Posso solo dire che il buon lavoro della direzione distrettuale antimafia di Cagliari, delle cui analisi mi sono servito, ha manifestato apertamente un sospetto. E più precisamente, cito in modo testuale, il “sospetto …che le risorse provengano dal crimine organizzato e che l’investimento sia stato facilitato dal rapporto di connivenza con gli enti territoriali competenti al rilascio delle relative autorizzazioni”». Verso quali destinazioni si orientano i capitali sporchi? «Verso gli interstizi dell’industria turistica, nell’edilizia e nel riciclo dei rifiuti e verso i traffici di stupefacenti. Con operazioni di riciclaggio o di altro genere». In quali ambiti operano i boss russi? «Oltreché nel riciclaggio, nell’immigrazione clandestina e nella tratta di esseri umani: la prostituzione è diventata un fenomeno in grande crescita. Non dimenticherei poi, ancora, il traffico degli stupefacenti e il contrabbando di tabacchi esteri lavorati». E le gang georgiane sono realmente tanto pericolose? «In tutta Italia, Sardegna compresa, la loro presenza rispetto al 2010 ha avuto un incremento superiore al 20 per cento. Moldavi e ucraini sono più numerosi. Però i georgiani nel nostro Paese sono oggi circa 7mila, 2mila solo a Bari. Dispongono di armi e appoggi logistici. Sono esperti in furti, estorsioni, rapine. Nessuno meglio di loro è capace di falsificare documenti e forzare serrature di porte bilindate. Per i loro traffici comunicano tra loro con schede cellulari che cambiano con grande frequenza». A chi fanno invece riferimento le bande sarde che interagiscono con questi giri? «In particolare alla ’ndrangheta. Mi pare appena il caso di ricordare che le fonti di approvvigionamento della droga sono i canali interni della Campania a della Calabria, collegati con le “drine” che operano in Lombardia». Esiste sempre un flusso di stupefacenti che proviene da Belgio e Olanda? «Sì, ed è molto importante: anche perché ci sono emigrati sardi coinvolti nelle forniture di eroina e cocaina». In quale misura sono coinvolti Marocco e Senegal? «Da quei Paesi arrivano persone che agiscono come vettori dell’approvvigionamento, del trasporto, della distribuzione di cocaina e hashisc. Sono in collegamento con la Spagna, con i loro connazionali in Campania e in Lombardia, con colombiani inseriti nei sodalizi criminali iberici e in quelli costituiti in Sardegna». Per il traffico di hascisc si è parlato più in particolare dell’operatività nel Nord Sardegna di un’organizzazione legata a un clan di marocchini. «È così: secondo la direzione nazionale antimafia, è risultata allineata a un’associazione di senegalesi che per l’eroina avevano stretti contatti con grandi fornitori italiani e stranieri in Campania e in Lombardia o collegati ai cartelli latino-americani». Come avviene oggi l’introduzione della droga in Sardegna? «Per via aerea, a bordo di auto imbarcate sui traghetti di linea, per mezzo di corrieri che trasportano gli ovuli con gli stupefacenti nell’intestino». In quali luoghi sono state condotte le principali operazioni per stroncare questi traffici? «Direi principalmente a Porto Torres e negli scali di Olbia, Alghero e Cagliari: da sempre le vie d’accesso preferenziali per far giungere narcotici in Sardegna. Sono traffici molto remunerativi. E anche l’impunità risulta decisamente elevata». Come si svolge in questa fase lo spaccio nell’isola? Ancora con i pusher che distribuiscono al minuto la merce nel mercato clandestino? «Per la criminalità il limite grave di questo metodo era la necessità di dover ricorrere ai contatti telefonici, e quindi di potere essere intercettati dal monitoraggio delle forze dell’ordine. Perciò oggi le bande preferiscono in enclaves urbane poste sotto il controllo degli stessi gruppi mafiosi». A che cosa si riferisce esattamente? «Penso ancora una volta ai quartieri cagliaritani di Is Mirrionis e di Sant’Elia. Dove soprattutto in passato il traffico avveniva in strutture abitative popolari, con omogeneità sociale, e dove per la criminalità il controllo del territorio è stato spesso molto agevole. Ma le forze di polizia col tempo sono riuscire a “bonificare” queste enclaves». Quali allora, in definitiva, i protagonisti di questo fiorente commercio di droga tra la penisola, altri Paesi e la Sardegna? «Sono state individuate almeno due grandi organizzazioni dedite al traffico degli stupefacenti. Entrambe fanno capo alla criminalità barbaricina. Queste stesse associazioni hanno compiuto anche rapine in serie a portavalori, uffici postali, istituti di credito sardi». Oltre al business degli stupefacenti, quali altri traffici sono cresciuti negli ultimissimi anni? «Le mani della malavita si sono allungate su rifiuti e ambiente. Con operazioni mirate nelle bonifiche e nell’eolico». E poi? «Ovviamente, la criminalità non ha mai smesso d’investire nell’edilizia, e in maniera più specifica lungo le coste. Nell’area a mare che si trova nel territorio comunale di Golfo Aranci, per esempio, sono in corso accertamenti su possibili infiltrazioni di soggetti mafiosi in appalti pubblici».

 

 

macchia meditarranea (ginestre, olivastri, cisto)

macchia meditarranea (ginestre, olivastri, cisto)

 

 

“Spa” ai raggi X in 12 mesi d’indagini. Dna e dda. 

La direzione distrettuale di Cagliari si occupa dell’int ero territorio sardo. È composta da 4 magistrati e dal procuratore della Repubblica. Ha competenza anche sui sequestri di persona a scopo di estorsione e su altri gravi reati “associati vi”. Nonostante in questi mesi abbiano passato ai raggi X parecchie “Spa” sospette e svolto una grande mole di lavoro, gli investigatori della la Dda non contano certo su risorse illimitate. Così come i colleghi della la Dna, che su diversi versanti ha stretti rapporti con la commissione parlamentare. Circa i fondi, anzi, molti hanno messo in rilievo l’esiguità dei mezzi messi a disposizione dallo Stato. Per la Commissione, la relazione su dinamiche e strategie mafiose tra il 1° luglio 2011 e il 30 giugno 2012 – alle quali si riferiscono le notizie sull’isola – è stata scritta dal consigliere Filippo Spiezia.

Cisto (Cistus)

Cisto (Cistus)

LE CIFRE. 

104 I BENI (IMMOBILI + AZIENDE) CONFISCATI DEFINITIVAMENTE ALLA DATA DEL 7 GENNAIO SCORSO IN SARDEGNA ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA.  LE FONTI SONO L’AGENZIA DEL DEMANIO E L’ANBSC, OSSIA L’AGENZIA NAZIONALE PER L’AMMINISTRAZIONE E LA DESTINAZIONE DI QUESTO PATRIMONIO 51 GLI IMMOBILI SEQUESTRATI NELLA VECCHIA PROVINCIA DI CAGLIARI.  È NELL’ISOLA IL NUMERO PIU’ ELEVATO.   SOLO 1 CONFISCA NELL’ORISTANESE.  47 TRA IL SASSARESE E LA GALLURA (QUI SOPRATTUTTO A MAFIA E ’NDRANGHETA).  APPENA 5 NEL NUORESE E IN OGLIASTRA.

IL BUSINESS. Droga, in un anno altri 321 indagati. 

Secondo le notizie del consulente Antimafia confermate da altre fonti, il principale business illegale in Sardegna è sempre costituito dallo spaccio di droga. «È fra l’altro il reato che ha il maggiore peso statistico, con 321 nuovi indagati iscritti in un anno, ed è parallelo al traffico di armi – spiega Salvatore Sechi – Essendo un’isola, la Sardegna importa gli stupefacenti e fa da ponte per Marocco e Spagna con viaggi che poi proseguono verso il mercato continentale».

IL MERCATO. Domanda crescente per la marijuana. 

«Soprattutto nelle periferie urbane dell’isola, ma in realtà il fenomeno coincide con l’interio territorio sardo, si è rilevata una domanda crescente stupefacenti – conferma lo storico Salvatore Sechi –C’è inoltre un sensibile aumento nel consumo di hashisc e marijuana. Mentre è minore, e comunque invariata, la diffusione di cocaina ed eroina. Sempre consistente e apprezzabile infine la produzione di canapa indiana, che conta nell’isola estese piantagioni».

Sardegna, coste, dune

Sardegna, coste, dune

(foto per conto GrIG, J.I., S.D., archivio GrIG)

  1. marzo 8, 2013 alle 1:58 pm

    Forse le mafie i loro affari, come succede altrove, li fanno in combutta con i politici locali!

  2. marzo 8, 2013 alle 2:02 pm

    L’ha ribloggato su barbatustirolese.

  3. Shardana
    marzo 8, 2013 alle 3:17 pm

    Se il principale business illegale in Sardegna ė costituito dallo spaccio della droga perchè non si legalizza?Gli adulti👨👩👴👵👸che ne fanno uso avrebbero la possibilità di coltivarsi la propria
    piantina in giardino senza incappare in un reato e non andrebbero a ingrossare le file degli indagati(321 in un anno ci dite)o ad affollare carceri👮Per i clan mafiosi e i loro compagni di merenda sarebbe una bella mazzata😬😤😭😁Del resto in Sardegna sono state legalizzate le scorie a volte anche radioattive 💀💀💀💀💀💀e nessuno è stato arrestato per questo. Meditate gente meditate….😳😳😳😳. Solidarietà alle donne in lotta💐🌸🌷🍀🌹🌻🌺🍁

    .

  4. max
    marzo 10, 2013 alle 10:49 am

    la vera domanda e’ xche’ uno si debba fare una canna…

  5. Shardana
    marzo 10, 2013 alle 12:36 pm

    Forse stiamo andando fuori tema,nessuno è obbligato,ma essere indagati per una canna,specialmente per un adulto è veramente anacronistico.Tribunali intasati,impiego delle forze dell’ordine,ingrasso delle mafie,in caso di minori famiglie incasinate,controlli sanitari e tutto quello che gravità intorno a queste storie

  6. marzo 10, 2013 alle 5:25 pm

    L’ha ribloggato su Il blog di Fabio Argiolas.

  7. marzo 25, 2013 alle 10:25 pm

    per quanto conta la Mafia s.p.a. in Italia.

    A.N.S.A., 25 marzo 2013
    Dell’Utri condannato a sette anni, pg chiede arresto. Corte d’Appello conferma sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/03/25/Utri-corte-appello-camera-consiglio-_8456614.html

  8. franca decandia
    marzo 30, 2013 alle 5:15 pm

    Perchè non si parla del giro di usura sopratutto nel nord sardegna?

  9. aprile 3, 2013 alle 2:54 pm

    la mafia nel campo dell’energia eolica, anche in Sardegna (vds. http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/2010/09/15/le-mani-della-mafia-sull%E2%80%99energia-eolica-anche-in-sardegna/)

    A.N.S.A., 3 aprile 2013
    Mafia: Dia confisca beni per 1 mld e 300 mln euro. E’ l’operazione piu’ cospicua in Italia, “colpisce al cuore l’aria grigia di cosa nostra”: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/04/03/Mafia-Dia-confisca-beni-1-mld-300-mln-euro_8493085.html

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    da Il Corriere della Sera on line, 3 aprile 2013
    MAFIA. Sequestro record di 1,3 miliardi al re dell’eolico. La confisca della Dia all’imprenditore siciliano Vito Nicastri: è la più cospicua mai effettuata in Italia: http://www.corriere.it/cronache/13_aprile_03/confisca-beni-mafiosi-eolico-messina-nicastri_7322725a-9c1d-11e2-aac9-bc82fb60f3c7.shtml

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    da La Repubblica on line, 3 aprile 2013
    Il re dell’eolico prestanome di Messina Denaro. La Dia confisca un tesoro da 1,3 miliardi di euro. Sigilli all’impero di Vito Nicastri, formato da 43 società che operano nel settore dell’energia pulita. L’imprenditore trapanese è accusato di essere stato vicino all’ultimo grande latitante della mafia siciliana: http://palermo.repubblica.it/cronaca/2013/04/03/news/il_re_dell_eolico_prestanome_di_messina_denaro_la_dia_confisca_un_tesoro_di_1_3_miliardi_di_euro-55827385/?ref=HREC1-3

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    da L’Unione Sarda on line, 3 aprile 2013
    Sigilli ai beni del re dell’eolico. Aveva affari anche nell’Isola. Ammontano a oltre un miliardo e trecento milioni di euro i beni che la Dia ha confiscato in Sicilia nei confronti di Vito Nicastri. L’operazione, la più cospicua mai effettuata in Italia, “colpisce al cuore l’aria grigia di cosa nostra”. Il suo nome, in una precedente ordinanza del gip di Avellino, fu legato anche a un parco eolico dell’Isola: http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/310132

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    da Sardinia Post, 3 aprile 2013
    Gli affari in Sardegna del prestanome di Messina Denaro: http://www.sardiniapost.it/cronaca/gli-affari-in-sardegna-del-prestanome-di-matteo-messina-denaro/

    • aprile 4, 2013 alle 1:02 pm

      da La Nuova Sardegna, 4 aprile 2013
      Mafia, confisca record da 1,3 miliardi. La Dia ha sequestrato il patrimonio dell’imprenditore Nicastri, vicino al boss Messina Denaro. Gli affari in Sardegna. (Natalia Andreani)

      ROMA. Da semplice elettricista a «re dell’eolico» grazie ai servigi resi alle cosche di Cosa Nostra, a uomini legati al super boss latitante Matteo Messina Denaro «di cui era il prestanome». Così i magistrati della procura di Trapani descrivono Vito Nicastri, 57 anni, imprenditore di Alcamo al centro della più grande confisca di beni mai eseguita in Italia: beni per 1 miliardo e 300 milioni di euro sequestrati nel 2010 e da ieri materialmente consegnati allo Stato dagli uomini della Dia. Un’operazione da record che il direttore della direzione investigativa antimafia, Antonio De Felice, ha dedicato ad Antonio Manganelli, il capo della polizia recentemente scomparso che più di ogni altro aveva creduto nella Dia rafforzandone la struttura. «È così che si toglie benzina dal serbatoio di Cosa nostra, costringendola a rallentare la sua marcia», ha detto De Felice commentando «il punto segnato dallo Stato». L’operazione eseguita ieri ha interessato Sicilia, Calabria, Lazio e Lombardia. In particolare sono stati confiscati 43 fra società e partecipazioni societarie, 98 beni immobili (palazzine, ville, magazzini e terreni), 7 beni mobili registrati (autovetture, motocicli e barche) nonchè 66 disponibilità finanziarie tra rapporti di conto corrente, polizze ramo vita, depositi titoli, carte di credito, carte prepagate e fondi di investimento. La misura di prevenzione scaturisce da indagini economico-patrimoniali che hanno consentito di ricostruire il fitto reticolo patrimoniale degli ultimi 30 anni e rilevare l’esistenza di una consistente sperequazione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati da Nicastri la cui attività è quella dello sviluppatore che realizza e vende, chiavi in mano, parchi eolici, con ricavi milionari, considerato che ogni megawatt prodotto è venduto a circa due milioni di euro. L’imprenditore viene definito un referente delle cosche alle quali si rivolgeva per accaparrarsi i terreni su cui costruire gli impianti in Sicilia e Calabria in cambio di sub-appalti alle ditte a loro legate. Ed è accusato di aver operato in una «contiguità consapevole» con gli interessi della mafia agevolando l’organizzazione criminale. Per conto di Matteo Messina Denaro – scrive la Dia sostenendo che a riprova dei contatti col boss trapanese vi sono anche i pizzini sequestrati in occasione dell’arresto dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo – ma non solo. Agli atti ci sono infatti anche i contatti con esponenti di clan del messinese e del catanese e con la ‘ndrangheta calabrese, in particolare con le ‘ndrine di Platì, San Luca ed Africo, in provincia di Reggio Calabria. Nicastri, già coinvolto e arrestato nel 2009 nel quadro di un’indagine della Procura di Avellino su una presunta truffa per beneficiare di contributi pubblici in favore delle energie rinnovabili, è ora oggetto di misura di prevenzione personale, con sorveglianza speciale e obbligo di dimora ad Alcamo per tre anni. Ma le indagini continuano. E la pista è ora quella del riciclaggio. Nicastri era sbarcato in Sardegna e, insieme a Oreste Vigorito di Ercolano, aveva partecipato a una supertruffa da 153 milioni di euro che aveva portrato al sequestro della centrale di Ploaghe. Nicastri e Vigorito, grazie alle loro amicizie, ottenevano le autorizzazioni, acquisivano i terreni dove sistenare le torri eoliche e poi rivendevano il pacchetto a un prezzo anche dieci volte superiore a quello iniziale.

  10. maggio 22, 2013 alle 2:52 pm

    da La Nuova Sardegna on line, 22 maggio 2013
    Sequestrati ad Arzachena beni dei boss mafiosi. Avevano proprietà anche in Sardegna i protagonisti dell’inchiesta sulle infiltrazioni mafiosi negli appalti per la metanizzazione in Sicilia: http://lanuovasardegna.gelocal.it/olbia/cronaca/2013/05/22/news/sequestrati-ad-arzachena-beni-dei-boss-mafiosi-1.7111007

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    da L’Unione Sarda on line, 22 maggio 2013
    Palermo, blitz anti-mafia della Finanza. Sequestrati 4 immobili ad Arzachena: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2013/05/22/palermo_blitz_anti_mafia_sequestri_anche_a_sassari-6-315715.html

    • maggio 23, 2013 alle 2:58 pm

      da La Nuova Sardegna, 23 maggio 2013
      INCHIESTA DELLA DDA DI PALERMO. Investimenti della mafia in Costa. Sequestrati dalle fiamme gialle tre appartamenti a Cala del Faro. (Giampiero Cocco)

      PORTO CERVO. I colletti bianchi della mafia avrebbero riciclato parte dei proventi della metanizzazione siculo-calabrese acquistando anche tre appartamenti a Cala del Faro, in Costa Smeralda. Gli immobili sardi fanno parte del patrimonio di 48 milioni di euro finito sotto sequestro, ieri, su disposizione della Dda palermitana, e appartenente agli eredi di Ezio Brancato, un impresario morto nel 2004 che negli anni Ottanta realizzò gli impianti di metanizzazione in Sicilia e Calabria. La vedova Maria D’Anna e le figlie Monia e Antonella, di 40 e 31 anni avrebbero ereditato terreni a Partinico e Sclafani Bagni, nel Palermitano, un patrimonio immobiliare nel quale rientrano appartamenti e garages a Palermo e in Costa Smeralda. Sono finiti sotto sequestro anche uffici, fabbricati commerciali, opifici industriali e negozi a Palermo e in provincia a Balestrate. Congelato l’intero capitale sociale e il complesso dei beni dell’azienda vitivinicola «D’Anna Maria». Il sindaco di Arzachena, Alberto Ragnedda, dopo aver appreso dell’ennesima iniziativa giudiziaria portata avanti sul territorio da lui amministrato, ha affermato di nutrire qualche preoccupazione per la presenza di propaggini della criminalità organizzata sulla fascia costiera e che la sua amministrazione terrà sempre alta l’attenzione e il livello di guardia per fronteggiare situazioni che incidono sulla immagine della Gallura. Le fiamme gialle hanno anche congelato diversi conti correnti bancari, titoli al portatore e polizze assicurative per oltre tre milioni di euro. Stando all’inchiesta portata avanti dai magistrati della Dda palermitana l’ingente patrimonio finito sotto sequestro faceva parte del business legato alla metanizzazione dell’isola siciliana e della Calabria, un affare per la mafia che, negli anni che vanno del 1980 al 1990, avrebbe “gestito” attraverso prestanome e infiltrazioni in società impegnate nelle opere di metanizzazione, un immenso flusso di danaro pubblico. Le indagini della Dda e della guardia di finanza hanno appurato che a gestire quel business erano, attraverso il sindaco Vito Ciancimino, i capi storici di Cosa Nostra, da Bernardo Provenzano a Leoluca Bagarella, per finire con il boss dei boss, l’imprendibili e attuale capo della cupola mafiosa Matteo Messina Danaro, il capo dei capi trapanese al quale, poco meno di due mesi fa, è stato inflitto un altro durissimo colpo dalla magistratura trapanese, che ha fatto sequestrare ai suoi prestanome qualcosa come un miliardo e 400 milioni di euro tra immobili, aziende, imbarcazioni e titoli d’ogni genere, oltre a partecipazioni in società multinazionali delle vacanze.

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      LE CIFRE.

      104 I BENI (IMMOBILI + AZIENDE) CONFISCATI DEFINITIVAMENTE ALLA DATA DEL 7 GENNAIO SCORSO IN SARDEGNA ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA. LE FONTI SONO L’AGENZIA DEL DEMANIO E L’ANBSC, OSSIA L’AGENZIA NAZIONALE PER L’AMMINISTRAZIONE E LA DESTINAZIONE DI QUESTO PATRIMONIO. 51 GLI IMMOBILI SEQUESTRATI NELLA VECCHIA PROVINCIA DI CAGLIARI. È NELL’ISOLA IL NUMERO PIU’ ELEVATO. SOLO UNA CONFISCA NELL’ORISTANESE. 47 TRA IL SASSARESE E LA GALLURA (QUI SOPRATTUTTO A MAFIA E ’NDRANGHETA). APPENA 5 NEL NUORESE E IN OGLIASTRA.

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      da L’Unione Sarda, 23 maggio 2013
      Quattro appartamenti confiscati agli eredi del socio di don Vito in una società di gas. Mafia,sequestri a Cala del Faro. Inchiesta della Dda di Palermo sul tesoro di Ciancimino. (Vito Fiori): http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_146_20130523085742.pdf

  11. giugno 12, 2013 alle 11:06 pm

    da La Nuova Sardegna, 12 giugno 2013
    Saviano: «La Costa Smeralda supermarket della droga».
    L’autore di “Gomorra” analizza il ruolo di Graziano Mesina nel traffico della coca. «Lui era solo uno dei terminali, l’isola è per le cosche una piattaforma girevole»: http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2013/06/12/news/saviano-la-costa-smeralda-supermarket-della-droga-1.7245049

  12. novembre 13, 2013 alle 2:57 pm

    da La Nuova Sardegna on line, 13 novembre 2013
    Banda della Magliana, sequestrato un complesso turistico a Olbia.
    Blitz di Guardia di finanza e carabinieri che hanno sequestrato beni per 25 milioni di euro a Ernesto Diotallevi, ritenuto uno dei capi storici dell’organizzazione criminale: http://lanuovasardegna.gelocal.it/olbia/cronaca/2013/11/13/news/banda-della-magliana-sequestrato-un-complesso-turistico-a-olbia-1.8107302

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    da Sardinia Post, 13 novembre 2013
    Olbia, sequestrate le villette del boss della Magliana: http://www.sardiniapost.it/cronaca/maxi-sequestro-gdf-ad-ex-boss-della-magliana-tra-beni-anche-un-complesso-turistico-ad-olbia/

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    Il boss della Magliana e le case ad Olbia: la criminalità investe in Gallura: http://www.sardiniapost.it/cronaca/il-boss-della-magliana-e-le-case-ad-olbia-la-criminalita-investe-gallura/

  13. novembre 14, 2013 alle 2:50 pm

    da La Nuova Sardegna, 14 novembre 2013
    Operazione Trent’anni. A Olbia gli affari della Magliana. Sequestrate due palazzine a Diotallevi, boss della banda In tutta Italia bloccati beni per 28 milioni di euro. (Giampiero Cocco)

    OLBIA. Il “romanzo criminale” si replica, in Gallura, da oltre trent’anni. Il riciclaggio di danaro sporco nel mattone costiero ha fatto capitolare anche l’ultimo dei (veri) boss della Banda della Magliana, Ernesto Diotallevi, al quale il tribunale di Roma, su richiesta della Dda capitolina, ha fatto sequestrare 28 milioni di euro tra conti correnti, azioni, case di lusso, auto, moto di grossa cilindrata e un cantiere nautico a Ostia. Tra i beni sequestrati spiccano un palazzo di 14 stanze che si affaccia sulla fontana di Trevi, decine di appartamenti e locali commerciali sparsi tra Roma e il Lazio e una ventina di appartamenti nel centro di Olbia, realizzati negli anni Ottanta in via Damiano Chiesa e via Bruxelles. Due palazzi che le immobiliari di comodo costituite dalla famiglia Diotallevi – il boss Ernesto di 70 anni, la moglie Carolina Lucarini e i due figli Mario e Leonardo – vedono come prestanome Roberto Ciotti e Alessandro Floris (quest’ultimo di origini sarde ma da tempo residente in Emilia Romagna). Gli immobili risultano intestati e alle società “C Immobiliare S.r.l. di Rimini, Gestimm S.r.l. e Sepefi Sr.l. entrambe di Roma, un paravento di comodo che, stando all’inchiesta portata avanti dai magistrati della Dda di Roma e dagli uomini del Gico e del Ros, veniva utilizzate per coprire le reali disponibilità finanziarie di Ernesto Diotallevi al quale l’operazione “trent’anni”, ha portato via l’intero patrimonio. Il boss viene descritto come un «esponente di spicco della criminalità romana e nazionale, con particolare riferimento ai collegamenti con Cosa Nostra», il tutto a discapito dell’età avanzata. «I capi non vanno mai in pensione», ha spiegato ieri un ufficiale del Ros mentre filmava le palazzine di Olbia, i cui locali sono tutti affittati. L’attività di Ernesto Diotallevi si era diversificata negli anni, infiltrandosi in società “pulite” che operavano nel settore immobiliare, nell’erogazione dell’energia elettrica (un business sul quale Mafia e ’Ndrangheta stanno investendo enormi capitali) e nel’investimento a lunga durata, come l’acquisto di una villa sul mare nell’isola corsa di Cavallo, già appartenente ad un affarista di origini siciliane, acquisendo partecipazioni in società di trasporto marittimo, in locali commerciali al centro di Roma e nella residenza di rappresentanza che il “gruppo Diotallevi” aveva conquistato, come segno del potere, davanti alla Fontana di Trevi. Il mattone, d’altronde, è sempre stato il pallino di Ernesto Diotallevi e della moglie Carolina, che sin dagli anni Settanta giunsero nell’isola facendo incetta di terreni e residenze a Olbia e in particolare a Porto Rotondo. Dove il costruttore sardo Flavio Carboni, da Terralba, attraverso la sua “Prato Verde” (una holding che racchiudeva decine e decine di società immobiliari), aveva dato inizio alla realizzazione delle ville sul mare scoperto dai conti veneziani Dalle Rose, Luigino e Niccolò. Flavio Carboni nel 1977 strinse «accordi finanziari» con Domenico Balducci (cassiere della banda della Magliana e della mafia siciliana attraverso Pippo Calò) i quali investivano i narcodollari tra il Lazio e la Sardegna. Ferdinando Imposimato, allora giudice istruttore di Roma, inviò nell’isola una squadra di investigatori della finanza esperti in società, che spulciarono tra gli atti depositati al tribunale di Tempio. Diotallevi, la moglie e altri componenti della banda della Magliana avevano acquistato decine di ville e locali a Porto Rotondo, gli ultimi dei quali alienati pochi anni fa, prima che l’operazione “trent’anni” riuscisse a metterli sotto sequestro.

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    Legato alla mafia, fu assolto dall’omicidio Calvi.

    Ha 69 anni e abita a Roma, nei pressi di piazza di Spagna. Elemento storico della Banda della Magliana, Enesto Diotallevi faceva parte del gruppo di Testaccio-Trastevere, con Franco Giuseppucci ed Enrico De Pedis, detto Renatino. Legato all’estrema destra, viene introdotto nella banda perché vanta notevoli entrature con la mafia siciliana (per via della sua amicizia con Pippo Calò), e con altre associazioni malavitose. Si occupa di riciclare e investire i capitali della Magliana. Nel 2010 è stato assolto (sentenza definitiva) insieme a Calò e a Flavio Carboni al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi.

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    L’avvocato Merlini: «La Sardegna terra del riciclaggio».
    Il legale analizza l’evolversi dei fenomeni delinquenziali «L’edilizia turistica è lo sbocco ideale per il denaro sporco».

    OLBIA. C’è un legale, in Sardegna, che da quarant’anni si occupa di criminalità sotto una duplice veste: quella professionale e quella di studioso dei fenomeni delinquenziali che si sviluppano nell’isola. Angelo Merlini, nuorese di nascita ma “cittadino del mondo” per sua definizione, in cinquant’anni di attività ha difeso sequestratori di persona, mafiosi, assassini, colletti bianchi, papponi e politici corrotti. Il suo intervento parte con un ricordo. «25 anni fa in un convegno di criminologia che si svolgeva a Cagliari, espressi il convincimento che la città di Olbia fosse diventata la capitale criminale della nostra isola. Ciò sull’assunto che il capoluogo gallurese accentrasse in se tutte quelle caratteristiche che vengono individuate dal mondo malavitoso per il riciclaggio dei proventi dei crimini di maggiore portata. In particolare – spiega il legale – facevo osservare come l’abnorme sviluppo di attività edilizia turistica rappresentasse uno sbocco ideale per il collocamento di ingenti somme di danaro sporco. Ironia della sorte, citai come casi eclatanti che andavano a realizzarsi sulla costa gallurese le acquisizioni di numerosi immobili di pregio sul mare da parte della Banda della Magliana. Ovviamente il caso non era isolato e le varie mafie, nel tempo, hanno riversato sul territorio incredibili quantità di denaro, così come gli sporadici successi delle forze dell’ordine hanno evidenziato». «A chi baldanzosamente affermava che la Sardegna, per la struttura culturale e antropologica della delinquenza locale – continua l’avvocato Merlini – , fosse esente da fenomeni mafiosi, ho sempre risposto che la mafia utilizzava l’isola per le sue evidenti possibilità di riciclaggio. E come avviene in presenza di ogni fenomeno di vaste proporzioni, anche l’ambiente criminale isolano ha in quel periodo dato origine a una emulazione evidentemente di proporzioni inferiori che tuttavia assumeva rilevanza in proporzione al valore economico del fenomeno. Sulle coste del Nuorese sorgevano miriadi di abitazioni abusive destinate alla locazione estiva ed edificate dai proventi dei delitti consumati all’interno del nostro territorio. Il mutare della struttura criminale locale, con l’abbandono di tutti quei reati tipici di una società agro-pastorale ormai in via di estinzione (emblematico fra tutti lo stesso sequestro di persona a scopo di estorsione) ha portato ad una omologazione delle metodologie criminali con quelle del resto della nazione». Poi ci fu il salto di qualità. «Quando i primi rinvenimenti di ingenti quantità di stupefacenti negli ovili delle zone interne tendevano a destare stupore ed incredulità, i lettori più attenti della realtà sarda comprendevano che era andato a realizzarsi uno straordinario balzo di qualità – spiega Merlini – . Gli assalti ai blindati degli anni Novanta servivano ad approvvigionarsi di denaro contante da investire nell’acquisto delle sostanze stupefacenti. Il cui ricavato andava ad alimentare nuovi spacci e in parte era utilizzato per l’acquisto di immobili o locali sulla Costa. La difficoltà degli inquirenti nell’individuare tali vie di investimento risiede soprattutto nella impossibilità a scavare nella titolarità di società non italiane a cui beni sono intestati. Una visura alla conservatoria dei registri immobiliari galluresi porta ad evidenziare un elenco di società svizzere, lussemburghesi e del Liechtenstein che garantiscono ai proprietari l’assoluto anonimato. Ed in periodi di profonda crisi economica come quella attuale il rischio di acquisto di immobili per finalità illecite appare ancora più attuale ed incombente – è la riflessione del legale – , posto che il drastico abbassamento dei valori di mercato degli immobili rende ancora più appetibile l’acquisto». «Olbia è da tempo crocevia dei più disparati traffici, dalle armi alla droga, alla prostituzione. Il tutto aggravato dalla totale ignoranza della opinione pubblica e dalla ironia e dallo scherno espresso su queste mie teorie – conclude Merlini – da una certa parte di antropologi criminali caserecci».

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    Sequestri, droga e rapine: così la holding criminale dettava legge.

    È considerata la più potente organizzazione criminale autoctona che abbia mai operato nella città di Roma. Il nome, attribuito dalla stampa dell’epoca, deriva da quello del quartiere romano della Magliana, nel quale risiedeva una parte dei suoi componenti. Nata nella tarda metà degli anni Settanta, la banda della Magliana fu la prima organizzazione capitolina a percepire non solo la possibilità di unificare in senso operativo la frastagliata realtà della criminalità romana, ma anche a sentire l’esigenza di diversificare le proprie attività delinquenziali che andavano dai sequestri di persona, al controllo del gioco d’azzardo e delle scommesse ippiche, alle rapine e al traffico di sostanze stupefacenti. La banda estese la propria rete di contatti alle principali organizzazioni criminali del Paese, da Cosa Nostra alla Camorra, oltre che a numerose collaborazioni con elementi della destra eversiva, dei servizi segreti e della finanza. Una vera e propria holding-criminale che, per anni, impose la sua legge nella capitale e la cui storia racconta di una zona grigia non ancora del tutto ricostruita nei dettagli sul ruolo dell’organizzazione in molti misteri italiani: per esempio il coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, nel sequestro Moro, passando per la strage di Bologna e i rapporti con Gladio.

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    da L’Unione Sarda, 14 novembre 2013
    Maxi sequestro. Bloccati beni di Ernesto Diotallevi per 25 milioni, 35 case in Gallura. Il boss della Magliana investe a Olbia. (Caterina De Roberto): http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_146_20131114092822.pdf

    • novembre 15, 2013 alle 2:57 pm

      da La Nuova Sardegna, 15 novembre 2013
      Mafia, massicci controlli a Olbia. Inchiesta sulla banda della Magliana, ai raggi X società di comodo e prestanome. (Giampiero Cocco)

      OLBIA. I riflettori della magistratura romana restano accesi sugli immobili posseduti, attraverso società di comodo e prestanome, al boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi. La Dda prosegue negli accertamenti sui beni al sole della Sardegna riconducibili ai membri della famiglia Diotallevi, ed in particolare si stanno concentrando su alcune proprietà – un locale commerciale e un appartamento nella casba – che la moglie di Diotallevi, Carolina Lucarini, possedeva sino a pochi anni fa al centro di Porto Rotondo. Anche in questo caso gli atti di compravendita, stipulati dalla donna in studi notarili di Olbia, sono stati acquisiti dagli investigatori del Gico e del Ros (gli specialisti di guardia di finanza e carabinieri) e passati al microscopio, verificando la perfetta buona fede degli acquirenti. Ernesto Diotallevi fu uno dei primi boss della ormai dissolta banda della Magliana a credere nel mattone sardo. L’uomo e sua moglie investirono buona parte dei loro introiti illegali a Porto Rotondo acquistando, alla fine degli anni Settanta, una delle ville più sfarzose realizzate a Punta Lada, con tanto di discesa a mare privata, cinquemila metri quadrati di giardino e una veranda panoramica aperta sul golfo del Cala di Volpe. Quella casa venne ceduta negli anni Novanta a una immobiliare romana. Dirimpettaio, all’epoca, era il costruttore di Terralba Flavio Carboni, che aveva appena ultimato la sua villa (che chiamò il Monastero per via del colonnato che la circondava) divenuta famosa in seguito come “Villa Certosa”. La scoperta di beni appartenenti alla criminalità organizzata non ha sopreso il primo cittadino di Olbia Gianni Giovannelli, il quale da anni si batte perché la sua città venga dotata «di quelle forze di polizia dedicate all’intelligence e al controllo del territorio e che i presìdi di giustizia, anziché essere smantellati com’è accaduto per la sezione staccata del tribunale, vengano rafforzati in un territorio che richiama, da sempre, gli investimenti di economie appartenenti alla criminalità organizzata. Da sempre abbiamo offerto, e continueremo a farlo, la nostra massima disponibilità alla magistratura e alle forze dell’ordine». «Nel caso specifico, quello relativo agli immobili messi sotto sequestro nei giorni scorsi su provvedimento della magistratura romana, posso soltanto dire che si tratta di edifici realizzati al centro della città e con tutte le carte in regola – prosegue – Quanto alla proprietà, ai nostri uffici risultano solo le denominazioni delle società costruttrici o degli acquirenti, dai quali non si può dedurre se esistano o no coperture o prestanome per conto di terzi». Gli stessi inquilini che hanno in affitto locali commerciali o appartamenti nelle palazzine messe sotto sequestro preventivo (il provvedimento è stato notificato al conservatore dei registri immobiliari di Tempio) ignorano la reale proprietà degli immobili occupati. Loro sì sono affidati a una agenzia che affittava i locali.

  14. febbraio 13, 2014 alle 2:55 pm

    da La Nuova Sardegna, 13 febbraio 2014
    Confiscati 4 appartamenti della camorra.
    Gli immobili, nel residence «Il nuraghe» di Porto Rotondo, erano intestati a Raffaele Sarnataro.

    OLBIA. Alcuni appartamenti del condominio residenziale “Il Nurghe” di Porto Rotondo sono stati confiscati, ieri mattina, su disposizione del giudice delle esecuzioni e misure di prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua a Vetere. Il provvedimento giudiziario che ha interessato gli appartamenti posseduti da decenni in Sardegna dall’imprenditore Raffaele Sarnataro – considerato il boss dell’immondizia del sud Italia – è relativo ad una indagine avviata nel 2000 dalla Direzione antimafia di Napoli sul clan camorristico facente capo alla famiglia “La Torre”, a cui sarebbe affiliato, da oltre trent’anni, l’ imprenditore campano che si occupa di smaltimento, stoccaggio trasporto e distruzione di rifiuti. Ieri mattina gli uomini della Dia napoletana hanno notificato al conservatore dei registri immobiliari di Tempio il provvedimento di confisca degli immobili sardi inclusi in un maxi sequestro che riguarda immobili di lusso a Napoli, Capri, Anacapri e capannoni industriali sul litorale campano appartenenti a società riconducibili a Raffaele Sarnatano. Stando all’inchiesta portata avanti dalla Dia napoletana esisteva un accordo tra il clan camorristico dei La Torre e Raffaele Sarnataro. Il clan aveva assicurato a Sarnataro, attraverso imposizioni mafiose, il conseguimento di appalti presso vari comuni della Campania per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in cambio di una partecipazione del gruppo camorristico agli utili. Stando agli accertamenti della Dda questo accordo ha garantito negli anni enormi profitti al gruppo, e gli incassi venivano spartiti equamente, al cinquanta per cento. Raffaele Sarnataro e il suo socio occulto Augusto La Torre hanno anche gestito per trent’anni la discarica Bortolotto nella quale venivano smaltiti, a pagamento, anche rifiuti provenienti da altre regioni d’Italia. Agli inizi del 2000 Sarnataro venne arrestato nell’ambito di un’inchiesta sull’ attività di riciclaggio di denaro nella zona di Caserta. Nel corso delle indagini emersero, all’epoca, i collegamenti e gli appoggi del clan camorristico La Torre. I beni confiscati a Raffaele Sarnataro, per un valore di 10 milioni di euro, sono suddivisi tra Napoli, Anacapri, un capannone industriale a Secondigliano, il capitale e i beni strumentali della società “Caprile srl”, quelli della società romana di costruzione edile “Iris srl” e le quote di partecipazione nelle società “So.Ge.Rì”, “Il Castagnarò”, “Co.Vi.M.” oltre a titoli di credito, autovetture e moto di li lusso. In Sardegna gli appartamenti del condominio “il Nuraghe” appartenevano, sino alla fine degli anni Settanta, al cassiere di Cosa Nostra Pippo Calò. (g.p.c.)

  15. aprile 14, 2014 alle 10:37 pm

    A.N.S.A., 14 aprile 2014
    Agripirateria affare da 3 mld nell’Isola.
    Pericolo infiltrazioni mafiose in settore fonti rinnovabili: http://www.ansa.it/sardegna/notizie/2014/04/14/agripirateria-affare-da-3-mld-nellisola_13b9cf53-962a-4833-8fbe-7ed7b4019ca2.html

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    da Sardegna Post, 14 aprile 2014
    Cagliari, l’allarme della Procura: “Delinquenti sardi affiliati alla ‘ndrangheta”: http://www.sardiniapost.it/cronaca/cagliari-la-procura-lancia-allarme-delinquenti-sardi-affiliati-alla-ndrangheta/

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    da L’Unione Sarda, 14 aprile 2014
    “Delinquenti sardi affiliati alla ‘Ndrangheta”.
    Cagliari, Procura lancia allarme anche su S.Elia: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2014/04/14/delinquenti_sardi_affiliati_alla_ndrangheta_cagliari_procura_lancia_allarme_anche_su_s_elia-6-363069.html

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    da La Nuova Sardegna, 14 aprile 2014
    Giancarlo Caselli: rischio mafia nei grandi cantieri stradali sardi.
    Cagliari, l’ex procuratore di Palermo mette in guardia gli amministratori a margine del convegno Coldiretti sulle agromafie: http://lanuovasardegna.gelocal.it/cagliari/cronaca/2014/04/14/news/giancarlo-caselli-rischio-mafia-nei-grandi-cantieri-stradali-sardi-1.9046371

  16. aprile 21, 2014 alle 12:02 am

    da La Nuova Sardegna, 20 aprile 2014
    Contro le mafie c’è un argine: la confisca dei beni.
    Intensificate le misure per frenare l’arrivo di denaro sporco sulle coste sarde. Maggiore vigilanza dopo gli ultimi segnali di pressioni e condizionamenti. (Pier Giorgio Pinna): http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2014/04/20/news/contro-le-mafie-c-e-un-argine-la-confisca-dei-beni-1.9083093

  1. aprile 3, 2013 alle 5:27 pm

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