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Quindici anni dopo la “macelleria messicana” della Scuola Diaz di Genova.


Sono passati quindici anni da quanto accaduto alla Scuola “Diaz” di Genova, in occasione della riunione G8 del 2001.

La vicenda è stata definita dal vice-questore aggiunto Michelangelo Fournier (udienza del 13 giugno 2007), uno dei protagonisti, in modo abbastanza semplice e chiaro: sembrava una “macelleria messicana“.

La Corte di cassazione, con sentenza Sez. V, 2 ottobre 2012, n. 38085 (qui la prima parte, qui la seconda parte) aveva confermato le condanne per falso aggravato, nei confronti di alcuni alti funzionari della Polizia di Stato coinvolti nella vicenda (reclusione e pena accessoria dell’ interdizione dai pubblici uffici), confermando in buona parte la sentenza di condanna della Corte d’Appello di Genova.

Una delle pagine più buie della nostra democrazia: 93 persone ingiustamente arrestate, e tra queste 87 hanno subito lesioni e due hanno corso pericolo di vita, a causa della furia degli agenti di Polizia.  La sentenza, infatti, aveva ricostruito i fatti e descritto il comportamento degli uomini della Polizia di Stato nei confronti delle persone che si trovavano all’interno della scuola Diaz, come un “puro esercizio di violenza“, caratterizzato da un “massacro ingiustificabile da parte degli operatori di polizia”  e afferma che “l’assoluta gravità sta nel fatto che le violenze, generalizzate in tutti gli ambienti della scuola, si sono scatenate contro persone all’evidenza inermi, alcune dormienti, altre già in atteggiamento di sottomissione con le mani alzate e, spesso, con la loro posizione seduta, in manifesta attesa di disposizioni, così da potersi dire che si era trattato di violenza non giustificata e punitiva, vendicativa e diretta all’umiliazione e alla sofferenza fisica e mentale delle vittime“.

Quando venne emessa la sentenza definitiva da parte della Corte di cassazione trovò modo di distinguersi Gianni De Gennaro, all’epoca dei fatti di Genova Capo della Polizia (assolto), allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Governo Monti, oggi presidente di Finmeccanica, esprimendo “un sentimento di affetto e di umana solidarietà per quei funzionari di cui personalmente conosco il valore professionale e che tanto hanno contribuito ai successi dello Stato democratico nella lotta al terrorismo ed alla criminalità organizzata“.

Comunque la santa prescrizione, sottoscala della giustizia, consentì che i colpevoli rimanessero sereni al loro posto.

Una vicenda vergognosamente tragica, anche e soprattutto per i tanti, tantissimi cittadini in divisa che ogni giorno con onestà e dedizione difendono la sicurezza della collettività e che non devono certo essere infangati da tali pessimi colleghi.

Arnaldo Cestaro

Arnaldo Cestaro

Uno dei criminali organizzati (per dirla con le parole dell’empatico De Gennaro) che vennero massacrati nella Scuola “Diaz” – il vicentino Arnaldo Cestaro, allora sessantaduenne, oggi settantaseienne, un braccio, una gamba, dieci costole rotti ematomi in testa, lividi dappertutto – ha cocciutamente ricercato un po’ di giustizia.

Nel 2015 la sentenza della Corte europea dei Diritti Umani (C.E.D.U.), Sez. IV, 7 aprile 2015, causa Cestaro-Italia ha determinato la condanna dell’Italia perché quanto combinato dalla Polizia nell’irruzione alla Scuola “Diaz” il 21 luglio 2001 “deve essere qualificato come tortura, in violazione dell’art. 3 della Convenzione internazionale sui Diritti Umani.   Non solo.  Nella sentenza i giudici europei hanno affermato che se i responsabili non sono mai stati puniti, è dovuto all’inadeguatezza delle leggi italiane, che quindi devono essere cambiate.    Inoltre, la mancanza di determinate ipotesi di reato (es. tortura) non consente allo Stato di prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte delle Forze dell’ordine.

Ovviamente, tuttora non esiste il reato di tortura in Italia.

Ed è puro pessimismo quanto traspare dalle parole di Enrico Zucca, pubblico ministero del procedimento penale sui fatti della Scuola Diaz.

Quando finalmente si volterà pagina in questa povera Italia?

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

 

 

 

da Il Fatto Quotidiano, 11 luglio 2016

G8 di Genova, i 4 giorni dell’Italia senza democrazia. Parla Zucca, pm della Diaz.

Il ricordo del magistrato – “In quell’occasione le forze dell’ordine non hanno saputo gestire la situazione senza violare i diritti. E sono state gettate al macero norme e garanzie”. (Mario Portanova)

Il G8 di Genova non fu una vera emergenza di ordine pubblico. La retorica dell’emergenza, però, servì e serve ancora oggi a giustificare gli abusi delle forze di polizia. “Abbiamo buttato al macero le norme e le garanzie per una situazione che non fu apocalittica come si temeva. Che cosa succederà quando la posta in gioco sarà più alta?”. Enrico Zucca, uno dei pm che ha condotto in porto la faticosa inchiesta sulla scuola Diaz, rilegge così, quindici anni dopo, quei giorni del luglio 2001 passati alla storia come “la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda guerra mondiale” (secondo una funzionaria di Amnesty International), una “macelleria messicana” (testimonianza diretta del poliziotto Michelangelo Fournier), una “notte cilena” (copyright Massimo D’Alema).

Certo, ci furono scontri violenti e Carlo Giuliani restò ucciso in un momento in cui la gestione della piazza era completamente sfuggita a chi avrebbe dovuto coordinarla (“Nooo, i carabinieri hanno caricato il corteo delle Tute bianche, porco giuda!”, si sgola un funzionario della centrale operativa, ed è l’inizio degli scontri che culminano nello sparo di piazza Alimonda).

Ma “la città non fu devastata”, rimarca Zucca, come poi venne ripetuto nei talk show e sui giornali, per far da contraltare ai fatti che inchiodavano funzionari e agenti alle loro responsabilità: i pestaggi degli inermi, le molotov portate alla Diaz non dai black bloc ma dai poliziotti, le raggelanti testimonianze di Bolzaneto…

Le cronache degli anni successivi, dalle rivolte nelle banlieue al Bataclan, ci dicono che “le vere emergenze sono ben altre”, riprende Zucca. “Le forze di polizia non hanno saputo gestire l’ordine pubblico senza violare i diritti”. E se hanno perso il controllo in una perquisizione come quella della Diaz, la notte del 21 luglio, in almeno 300 ben corazzati contro poco più di 100 inermi, con gli scontri cessati da ore e i Grandi della Terra al sicuro nelle loro dimore, “chissà come si comporterebbero in situazioni peggiori”, osserva l’ex pm, in magistratura dal 1985, oggi sostituto procuratore generale, sempre a Genova.

È stato un processo teso, quello della Diaz, permeato dalla netta ostilità della polizia e da una totale mancanza di collaborazione con i pm Zucca e Francesco Cardona Albini nell’identificazione dei singoli responsabili dei pestaggi più cruenti. Persino i responsabili del tentato omicidio del mediattivista inglese Mark Covell, ridotto in codice rosso davanti alla Diaz, senza alcuno scontro in atto e ancora prima che scattasse il blitz nella scuola utilizzata come dormitorio dai manifestanti, sono stati coperti fino alla fine, e restano ignoti. La perquisizione, scattata intorno a mezzanotte con l’intento dichiarato di espugnare il covo dei violenti black bloc, si concluse con 93 arrestati, di cui 61 feriti. Due su tre. A tutti indistintamente, per il solo fatto di dormire in quella scuola, fu appioppata l’accusa di devastazione e saccheggio, uno scherzo da 8 a 15 anni di carcere (furono tutti prosciolti, nonostante il carico della falsa prova delle molotov).

La processione di barelle immortalata dalle tv internazionali e le pozzanghere di sangue sul pavimento della scuola (un liceo intitolato in realtà non a Diaz ma a Sandro Pertini) furono presentati come segni di “ferite pregresse”.

Alla fine, però, sono arrivate le condanne definitive per pezzi grossi dell’antimafia e dell’antiterrorismo. Tra cui Franco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi, e l’ex comandante del Reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini.

Il G8 di Genova non fu solo un problema di manganelli. Come conferma la sentenza definitiva, “violazioni sistematiche e arresti illegali furono coperti con falsità, con carte truccate, fino al livello massimo”, ricorda Zucca. “Del processo Diaz mi ha colpito l’assoluta compattezza e omertà della polizia. Non ci sono stati casi di dissociazione. Lo hanno fatto persino gli agenti della Cia sotto Bush, sulla tortura, e i procuratori militari sugli interrogatori di Guantanamo. Si può dire ‘no’ anche in contesti più difficili del G8”. Quella notte si innescò un circuito infernale: gli arrestati della Diaz finirono a Bolzaneto, dove già dal primo pomeriggio del 20 luglio i fermati negli scontri subivano abusi, umiliazioni e insulti(“zecche”, “Viva Pinochet”, “troie comuniste”…) di cui il mondo, in quel momento, nulla sapeva.

Nella caserma di polizia convertita in ufficio matricola non c’era neppure la scusa dell’ordine pubblico (l’edificio non fu mai coinvolto in incidenti o rivolte) o di una convulsa perquisizione. I pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati parlarono di “trattamenti inumani e degradanti” e sottolinearono la mancanza di una legge contro la tortura.

Il G8 di Genova ci rimanda a immagini di un’altra era. Berlusconi garrulo fra i Grandi, Fini con i Rayban scuri e la “solidarietà preventiva” di An alle forze dell’ordine, un variegato movimento antiliberista grado di mobilitare centinaia di migliaia di persone in mezzo mondo. E don Andrea Gallo, che fino all’ultimo pretenderà le scuse – mai arrivate – di Fini, del capo della polizia De Gennaro, del ministro dell’interno Scajola. E un processo per la morte di Carlo Giuliani. Ma quindici anni dopo il G8 di Genova non è finito, neppure con le ultime sentenze di Cassazione. “C’è un fenomeno di rimozione, invece occorrerebbe una presa di coscienza”, commenta Zucca. “Nella polizia la riflessione non è stata fatta. È stato detto ‘voltiamo pagina’, ma non si può voltare pagina se non si è capito quello che è successo”. Non è solo la polizia. “Stampa, politica, opinionisti non accettano i fatti, riscrivono la storia, evocano misteri”.

Intanto la legge contro la tortura quindici anni dopo è sempre lì, in Parlamento, come ai tempi di Bolzaneto. E la magistratura? “Si fa sentire sulle riforme costituzionali ma non su un tema così strettamente giudiziario. È in conflitto d’interesse con le forze dell’ordine”. Quali siano i nodi ancora irrisolti del G8 lo spiega “la Corte europea dei diritti dell’Uomo, che continua a sanzionarci per violazione dell’articolo 3 (‘Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti’, ndr) e scrive che il nostro ordinamento non è in grado di sanzionare gli abusi di chi indossa una divisa”.

Mentre il governo “non ha mai soddisfatto la richiesta di inviare l’elenco delle sanzioni disciplinari inflitte ad agenti e funzionari condannati”. Viviamo in tempi dominati dall’ansia della sicurezza e dall’ossessione del terrorismo. Zucca si concede un ultimo sorriso amaro e mette a nudo un pensiero che deve averlo rincorso per tutti questi quindici lunghi anni: “Mettersi contro le forze dell’ordine è molto impopolare”.

 

(foto A.N.S.A.)

 

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  1. capitonegatto
    luglio 24, 2016 alle 11:56 am

    Uno dei piu gettonati giornalisti ha scritto di recente , a proposito del voto segreto al senato su intercettazioni riguardanti le olgettine pagate, sembra, per testimoniare a convenienza : ” ma questi perdono ancora tempo con queste cose , con tutti i problemi mondiali che ci sono !!!!!
    Ma allora lo si potrebbe affermare anche per questo triste caso ?
    NO , e’ sbagliato cercare di insabbiare , anche moralmente. Ma bravo giornalista di grido !!

  2. Carlo Forte
    luglio 24, 2016 alle 4:14 pm

    Non tutti,ma i giornalisti sono affiliati al sistema dominante

  3. Mara
    luglio 27, 2016 alle 3:52 pm

    Una vergogna per Genova e l’Italia tutta che non si potrà dimenticare. Anche se (magari…) fra 30 anni facessero finalmente giustizia!

  4. Terrae
    luglio 28, 2016 alle 2:26 pm

    Apparati o uomini dello Stato che si fanno vendetta e che usano violenza su persone inermi è semplicemente cosa abominevole, e nel caso specifico è stata pure terribilmente inutile e fine a se stessa visto che non è stata spesa per colpire i soggetti che realmente progettarono ed attuarono l’assedio violento della città.

    Eppure, di quei giorni torbidi di Genova, di quella macelleria senza quartiere, le immagini che più mi fanno orrore come cittadino e come uomo sono quelle dell’assalto al blindato dei Carabinieri per la determinazione ad uccidere con cui è stato compiuto, ed il volto sconvolto dal terrore di quel Servitore dello Stato braccato con odio; gli occhi di un uomo che inascoltato ha implorato pietà, scampato fortunosamente, tra le fiamme, ad una morte violenta.

    Ogni volta che si parla di quei fatti il mio pensiero ed il mio Grazie! vanno a quell’uomo e alle forze sane dello Stato ed ai cittadini di Genova che hanno saputo resistere alla barbarie.

  5. aprile 6, 2017 alle 4:19 pm

    A.N.S.A., 6 aprile 2017
    G8 di Genova: Italia patteggia a Strasburgo con vittime Bolzaneto.
    Governo riconosce torti e risarcisce 45mila euro a 6 ricorrenti: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/04/06/g8-di-genova-italia-patteggia-a-strasburgo-con-vittime-bolzaneto_d8568087-9112-4eff-999d-6ee0ecd6a86a.html

  6. luglio 19, 2017 alle 2:46 pm

    parole sagge.

    da Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2017
    G8 Genova, Gabrielli: “Se fossi stato De Gennaro mi sarei dimesso per il bene della Polizia. Bolzaneto? Fu tortura”.
    Sedici anni dopo i fatti, parla l’attuale capo della Polizia che in una lunga intervista a Repubblica attacca l’allora pari in grado: “Al suo posto mi sarei assunto le mie responsabilità senza se e senza ma”. E sulla gestione dell’evento in genera dice: “Fu un disastro”: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/19/g8-genova-gabrielli-se-fossi-stato-de-gennaro-mi-sarei-dimesso-per-il-bene-della-polizia-bolzaneto-fu-tortura/3739254/

    • Mara
      luglio 19, 2017 alle 6:32 pm

      Peccato che arrivino così verognosamente in ritardo.

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