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Trasparenza e chiarezza sulle foreste demaniali in Sardegna.


gemme, acqua, bosco

gemme, acqua, bosco

Non c’è chiarezza sul futuro delle foreste demaniali della Sardegna.

Dopo la denuncia pubblica dell’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus riguardo i rischi di tagli boschivi e di riconversione del bosco ad alto fusto in ceduo, l’Ente foreste della Sardegna (E.F.S.) ha ritenuto opportuno iniziare a fornire qualche particolare sui propri programmi in merito, con uno specifico comunicato stampa, preannunciando un’opportuna (un po’ tardiva, ma fondamentale) sezione specifica (“pianificazione forestale”) nel proprio sito web istituzionale dedicato ai programmi di utilizzo delle foreste demaniali.

Sulle prime informazioni fornite dall’E.F.S. sono possibili alcune considerazioni:

*  emerge un deficit di informazione sui programmi di gestione delle foreste demaniali sarde di notevoli dimensioni. E’ pur vero che sono state tenute negli anni scorsi varie conferenze di presentazione, ma in orari di lavoro presso le stesse foreste demaniali, così da renderle di difficile partecipazione, quasi per soli “addetti ai lavori”.  Gli stessi scarni dati forniti dall’E.F.S. sono i primi a esser resi pubblici;

*  nel piano forestale ambientale regionale (P.F.A.R.), approvato con deliberazione Giunta regionale n. 53/9 del 27 dicembre 2007, non si prevedono riconversioni di boschi ad alto fusto in ceduo, anzi, nella relazione di analisi di massima sull’utilizzo delle biomasse forestali a scopo energetico (all. III), si parla di “tagli selettivi per la regolarizzazione  della struttura o … interventi di diradamento dei polloni deperienti” per fustaie di Leccio, di Quercia da sughero, miste di Querceti, ripariali, di Latifoglie, ecc.    Pare proprio di capire che solo gli attuali boschi governati a ceduo possano proseguire con tale metodo gestionale;

*  se è vero che la Sardegna necessita di legna da ardere, è anche vero che possono esser utilizzati terreni marginali, pubblici e privati, per la forestazione c.d. produttiva. E sono tanti nell’Isola i terreni in questo stato.

foresta mediterranea

foresta mediterranea

Ulteriori e più approfondite considerazioni potranno esser fatte solo quando si conosceranno effettivamente finalità, obiettivi e ambiti della pianificazione forestale.

Per ora, dalle informazioni recentemente rese note dall’E.F.S., emerge un primo intervento di taglio di 34 ettari di Leccio, Corbezzolo, Fillirea, Macchia alta ed Erica nella Foresta demaniale del Marganai (loc. Caraviu e su Isteri, Comune di Domusnovas) nell’ambito di un progetto pilota che prevede il ripristino del governo a ceduo e la pianificazione dei futuri tagliper complessivi 305 ettari (anni 2009-2021), in base al piano di gestione dei tagli boschivi del complesso Marganai approvato dalla Provincia di Carbonia – Iglesias con determinazione n. 95 del 3 dicembre 2010.

Facciamo un piccolo passo indietro.

Sia in epoca romana (III sec. a C. – V sec. d.C.) che durante la dominazione catalano-aragonese e spagnola (XV-XVIII sec.) le foreste, i boschi e le macchie della Sardegna subirono l’attenzione della scure per ragioni sostanzialmente economico-speculative.

Sicuramente, però, è stato l’800 il secolo nel quale la copertura forestale isolana ha subito le peggiori e più pesanti devastazioni: dall’Editto delle chiudende (1820) all’abolizione del feudalesimo (1835-1843), alla creazione della rete ferroviaria (1865), questi sono i momenti storici nei quali il disboscamento della Sardegna creò le condizioni per l’attuale situazione diffusa di rischio idrogeologico.

Fra il 1820 e il 1883 le foreste della Sardegna vennero abbattute per i quattro quinti, con un picco nel 1847.

Bultei, Foresta demaniale "Fiorentini", Caserma Milizia forestale (1937)

Bultei, Foresta demaniale “Fiorentini”, Caserma Milizia forestale (1937)

Con i primi decenni del ‘900, fra mille difficoltà, prima lo Stato, poi la Regione autonoma della Sardegna, attraverso la gestione del Corpo forestale e dell’Azienda Foreste Demaniali (oggi Corpo forestale e di vigilanza ambientale e Ente foreste della Sardegna), hanno portato avanti una strenua attività per la ricostituzione del patrimonio forestale isolano, in particolar modo nell’ambito delle Foreste demaniali.

Di grande rilievo è la ricostituzione del bosco ad alto fusto dal precedente ceduo.

Oggi la Sardegna è la prima regione italiana per superficie forestale (1.213.250 ettari, il 50,36% dell’Isola), secondo l’Inventario nazionale foreste e carbonio, anche se in buona parte si tratta di macchia mediterranea evoluta e bosco misto a macchia.

Ora, però, sembra prossima una drastica inversione di tendenza, potenzialmente negativa per le foreste demaniali sarde.

Infatti, l’Ente foreste della Sardegna, con la redazione dei piani forestali particolareggiati di tredici complessi forestali, predisposti dall’A.T.I. D.R.E.AM. ItaliaR.D.M. Progetti, ha avviato un nuovo utilizzo dei boschi sardi.   L’obiettivo dichiarato è quello della gestione forestale sostenibile, ma non pare proprio in linea la ripresa del governo a ceduo di centinaia di ettari di boschi, in particolare nelle foreste demaniali di Is Cannoneris e del Marganai.   Sarebbe solo il preludio di quanto si vorrebbe fare anche nelle altre foreste demaniali.

Foresta demaniale Marganai, ceduo matricinato

Foresta demaniale Marganai, ceduo matricinato

La retrocessione a ceduo di ampie superfici di bosco e la conseguente ripresa dei tagli boschivi anche di boschi ad alto fusto pare proprio destinata alla produzione di banale legna da ardere e biomassa.

Sono diverse le normative applicabili nel caso concreto: dal regio decreto n. 3267/1923 e s.m.i. sulla gestione dei boschi e il vincolo idrogeologico alle prescrizioni di massima e di polizia forestale ai sensi degli artt. 8-10 del regio decreto n. 3267/1923 (in Sardegna decreto Ass.re reg.le Difesa Ambiente n. 24/CFVA del 23 agosto 2006), ai piani economici (oggi piani forestali) di cui all’art. 130 del regio decreto n. 3267/1923, il cui valore sul piano giuridico prevede che siano “parificati a tutti gli effetti di legge alle prescrizioni di massima”.             Parificati, non sostitutivi di quelle prescrizioni di massima che, all’art. 4, prevedono chiaramente il divieto di “conversione dei boschi d’alto fusto in qualsiasi forma di trattamento a ceduo”.

Foresta demaniale Marganai, tagli boschivi

Foresta demaniale Marganai, tagli boschivi

Inoltre, non bisogna dimenticare l’applicazione delle altre normative di tutela ambientale, da quella sul vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) a quella sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora (direttiva n. 92/43/CEE, D.P.R. n. 357/1997, D.P.R. n. 120/2003).

In attesa di saperne di più, c’è da chiedersi comunque come mai l’E.F.S., i cui organici sono forniti di ogni professionalità per la gestione forestale, sia dovuto ricorrere all’esterno per la redazione delle proposte di piano (importo pari a euro 1.121.250,00 + I.V.A.) e perché debba essere un Consiglio di amministrazione in scadenza di mandato e in assenza di Direttore generale a prendere decisioni così rilevanti per il futuro delle foreste demaniali sarde.

In ogni caso è necessaria la massima trasparenza e le più ampie informazioni, perché un ritorno al passato, anche parziale, sarebbe una follìa della quale la Sardegna non ha minimamente bisogno: auspichiamo una rapida presa di posizione da parte della nuova Giunta Pigliaru per la salvaguardia delle foreste demaniali e di tutto il patrimonio forestale isolano

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

frane e dilavamento dei terreni a causa dei tagli boschivi

frane e dilavamento dei terreni a causa dei tagli boschivi

 

qui il comunicato stampa dell’E.F.S.  del 14 aprile 2014.

 

 

 

 

questo è l’effetto della riconversione a ceduo di un bosco ad alto fusto: nella Foresta demaniale di Bocca Serriola (Apecchio, PU)

Foresta demaniale di Bocca Serriola, riconversione a ceduo di bosco ad alto fusto

Foresta demaniale di Bocca Serriola, riconversione a ceduo di bosco ad alto fusto

 

 

Cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus)

Cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus)

 

(foto da Sardegna Ambiente, E.F.S., A.L., J.I., S.D., archivio GrIG)

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  1. giovanni monaci
    aprile 22, 2014 alle 11:35 pm

    La foto di Bocca Serriola è chiaramente il taglio ceduo di un bosco ceduo, non è affatto la conversione di un altofusto in ceduo. Ciò che si vede intorno alla tagliata è il ceduo maturo per il taglio , non ancora tagliato, il quale si presenta in tale veste in conseguenza dei precedenti tagli a cui è già andato incontro nei turni precedenti degli anni passati. Nella tagliata si vedono chiaramente le matricine rilasciate e le ceppaie che, nel giro di pochi anni, andranno nuovamente a ricostiture la copertura e la massa legnosa per essere nuovamente tagliato fra 25, 30 anni, così come è sempre avvenuto. Il principio della sostenibilità sta nella regolare e programmata rotazione delle singole superfici di taglio.
    Un forestale.

    • aprile 23, 2014 alle 5:49 pm

      sarà sicuramente come dice lei, dott. Monaci, però nei Comuni dell’area (qui vds. Pietralunga: http://www.pietralunga.it/storia-e-territorio-del-comune.htm; qui vds. Apecchio: http://www.lavalledelmetauro.org/standard.php?lingua=it&id_sezione=8&id_sottosezione=10&id_sottosottosezione=&record=8011) si è parlato per la foresta demaniale di “conversione dei boschi cedui in alto fusto” e di “boschi ad alto fusto o in conversione” da decenni.

      Negli ultimi anni, però, si è ritornati al precedente regime di governo a ceduo.

      Sarebbe molto meglio lasciare ad alto fusto i boschi che già lo sono.

      In Sardegna abbiamo altre decine di migliaia di ettari di terreni pubblici “marginali” da destinare a forestazione produttiva.

      O no?

      Stefano Deliperi

      • giovanni monaci
        aprile 24, 2014 alle 9:34 pm

        ovviamente non posso conoscere ogni luogo d’Italia. il mio commento è riferito ad un’immagine che riporta una didascalia fuorviante e tendenziosa per coloro che visitano il vostro sito, che tra l’altro anch’io apprezzo molto così come l’egregia attività di denuncia contro le aggressioni all’ambiente e le vostre faticose battaglie giudiziarie.Ciò non giustifica però ideologiche aggressioni preventive nei confronti di una categoria di professionisti, i forestali, intesi nel senso di tecnici forestali, e dei taglialegna, questi si veramente specie in via di estinzione che viceversa bisognerebbe proteggere.
        Non mi sono mai piaciute le generalizzazioni acritiche e soprattutto atecniche. Come tante altre scienze applicate, anche le scienze forestali hanno una lunghissima storia e hanno attraversato le diverse epoche in cui a seconda della prevalente funzione che la società attribuiva al ruolo delle foreste ha teorizzato, sperimentato ed applicato le diverse tecniche di gestione che meglio rispondessero alla domanda di servizi richiesti. Ma la tecnica non è tutto poichè la selvicoltura non è una scienza esatta, al punto tale che la disciplina preferisce parlare di “arte selvicolturale”, così come si parla di arte marinara, arte medica, e così via.
        Attribuire la causa della presunta deforestazione in Sardegna ai forestali, e in seguito spiegherò meglio il senso di questo presunto, e alla destinazione produttiva attribuita ai boschi è come affermare che la desertificazione è colpa degli agricoltori che coltivano la terra.

  2. Raimondo Cossa
    aprile 23, 2014 alle 1:50 pm

    Caro giovanni, mi dispiace, ma il principio della sostenibilità dice tutte altre cose. Vogliamo i nostri boschi per quello che rappresentano, come patrimonio per l’identità culturale e patrimonio di diversità ambientale, senza speculazioni e senza sotterfugi.
    Un cittadino.

    • Giovanni Monaci
      aprile 24, 2014 alle 9:56 pm

      Signor Raimondo, lungi da me la volontà di innescare polemiche, però la invito a non fare insinuazioni prive di ogni fondamento e a rispettare chi la pensa diversamente da lei. Da una persona che da quasi trent’anni studia e lavora per difendere i boschi e affinchè tutta la collettività possa avere giovamento dalla natura.

  3. aldo loris cucchiarini
    aprile 23, 2014 alle 5:42 pm

    Non direi che “è sempre avvenuto”. Fino a prima dei tagli di inizio secolo (novecento) i boschi residui erano sì di estensione inferiore a quella odierna e in molti casi erano pesantemente pascolati, ma almeno sui monti erano ad alto fusto. Quando si iniziò “a far traverse” le valli biancheggiavano letteralmente di tavole e traverse. D’altra parte l’avvento della motosega è realivamente recente e la pratica del ceduo così come la intendiamo oggi sarebbe stata difficilmente praticabile con le asce. La ceduazione, con le sue caratteristiche industriali ( o semindustriali) è cosa dei nostri giorni, non appartiene alla tradizione. Dubito che trattare un bosco a ceduo, con tutte le conseguenze e retro azioni che questo comporta, possa essere in qualche modo sostenibile. La tagliata che si vede nella foto di cui parla è piccola, ma in genere le estensioni sono ben più cospicue. Sarebbe più logico imitare le azioni e reazioni che avvengono in natura, che non prevedono la scopertura dei suoli se non per superfici di poche centinaia di metri quadrati. Fatta eccezione per le valanghe, che comunque non generano mai scoperture estese come quelle delle tagliate industriali. Ritengo comunque grave che si perda l’occasione di convertire un ceduo invecchiato ad alto fusto, cosa che invece nelle aree demaniali, fino a oggi, è stata buona regola. Si tratta, a mio avviso, di una regressione culturale, prima ancora che colturale, che viaggia sulle ali ( e con la scusa) della crisi economica.
    Non abbiamo infatti alcun bisogno di sperimentare gli effetti del ceduo: la maggior parte delle nostre foreste è già gestita in questo modo e non è certo un problema documentarne gli effetti (e i danni).
    Un paese moderno dovrebbe avere anche una selvicoltura moderna, con una gestione attenta a tutte le funzioni che il bosco esplica e quindi disporre di vere foreste e non a quelli che, di fatto, sono estesi cespuglieti. Per gestire vere foreste occorrono veri tecnici. Per gestire il bosco ceduo non occorre neanche il geometra. Se poi vogliamo parlare degli aspetti economici e fiscali ….

    • Giovanni Monaci
      giugno 2, 2014 alle 10:59 am

      Mi permetto di contraddirla. Proprio perché il ceduo prevede il taglio secondo un turno di pochi anni , 20-30 anni, rispetto al ciclo vitale dell’albero, le dimensioni dei polloni sono ridotte e quindi ben abbatibili con attrezzi manuali quali accette o anche pennati. Se poi si riferisce alle matricine, in numero di non più di 200 a ettaro, di cui peraltro l’abbattimento può prevedersi solo su pochi individui, allora era più conveniente l’uso della sega.

  4. Amico di loris
    aprile 24, 2014 alle 7:58 am

    Certo che siamo di fronte ad una regressione culturale ed ecologica, soprattutto se si considera che si sta parlando delle ultime foreste vere della nostra terra, foreste che lentamente perché’ non ci dimentichiamo che non siamo a Bocca seriola ma a 300 km dal Sahel e dunque anche i ricacci del ceduo di leccio non hanno lo stesso accrescimento di quelli dei cedui di cerro o di faggio dell’Appennino, dopo secoli di sfruttamento si stavano riprendendo in condizioni molto piu difficili.

    • aldo loris cucchiarini
      aprile 24, 2014 alle 11:01 am

      Ho presente. Considera comunque che anche sul continente vi sono boschi di leccio e roverella, ma convengo che in Sardegna la situazione può risultare assai più problematica, almeno in certe aree (anche se a differenza del Sahel in Sardegna può piovere anche parecchio). A parte questo, la problematica è ampia. A quanto pare vi è una gran voglia di mettere mano ai cedui ancora non convertiti ad alto fusto nei demani, tagliare tutto quanto non sia già stato oggetto di intervento con soldi pubblici e quindi non sia per tale motivo già vincolato, come appunto le fustaie. E vogliono farlo nei boschi pubblici.

      Si tratta di uno strisciante tentativo che sta a procedendo simultaneamente in tutta Italia; insomma è, purtroppo, una questione nazionale e da quel che vedo, modalità, attori e scenari sono identici in tutte le regioni.

      Dobbiamo, tanto per cambiare, darci da fare.

  5. Sardo
    aprile 24, 2014 alle 5:22 pm

    E magari a valle dello stesso grande appalto, che si sarebbe potuto evitare con grande risparmio di soldi dei Sardi volati via, fioriscono anche le cooperative e i ..voti! E si che occorre darsi da fare e tanto!

  6. aprile 24, 2014 alle 10:02 pm

    giovanni monaci :

    ovviamente non posso conoscere ogni luogo d’Italia. il mio commento è riferito ad un’immagine che riporta una didascalia fuorviante e tendenziosa per coloro che visitano il vostro sito, che tra l’altro anch’io apprezzo molto così come l’egregia attività di denuncia contro le aggressioni all’ambiente e le vostre faticose battaglie giudiziarie.Ciò non giustifica però ideologiche aggressioni preventive nei confronti di una categoria di professionisti, i forestali, intesi nel senso di tecnici forestali, e dei taglialegna, questi si veramente specie in via di estinzione che viceversa bisognerebbe proteggere.
    Non mi sono mai piaciute le generalizzazioni acritiche e soprattutto atecniche. Come tante altre scienze applicate, anche le scienze forestali hanno una lunghissima storia e hanno attraversato le diverse epoche in cui a seconda della prevalente funzione che la società attribuiva al ruolo delle foreste ha teorizzato, sperimentato ed applicato le diverse tecniche di gestione che meglio rispondessero alla domanda di servizi richiesti. Ma la tecnica non è tutto poichè la selvicoltura non è una scienza esatta, al punto tale che la disciplina preferisce parlare di “arte selvicolturale”, così come si parla di arte marinara, arte medica, e così via.
    Attribuire la causa della presunta deforestazione in Sardegna ai forestali, e in seguito spiegherò meglio il senso di questo presunto, e alla destinazione produttiva attribuita ai boschi è come affermare che la desertificazione è colpa degli agricoltori che coltivano la terra.

    dott. Monaci, non mi pare proprio che abbiamo “aggredito” nessuno, tantomeno tecnici forestali e taglialegna.
    Nemmeno abbiamo mai attribuito “la causa della presunta deforestazione in Sardegna ai forestali”.
    Abbiamo, invece, posto pubblicamente un problema, molto serio e rilevante sul piano ecologico: la previsione di utilizzo a ceduo di foreste demaniali finora – giustamente – destinate alla ricostituzione dell’alto fusto.
    Problema molto serio e rilevante sul piano ecologico visto che siamo in ambiente mediterraneo, in una Sardegna con un crescente rischio di desertificazione.
    Inoltre, abbiamo posto un connesso problema di trasparenza, derivante dall’oggettivo deficit di informazione e di conoscenza di indirizzi di gestione forestale “nuovi” e “diversi” rispetto a quanto accaduto negli ultimi 50 anni.
    Su questi temi c’è bisogno di un grande dibattito pubblico, prima di qualsiasi scelta.

    Stefano Deliperi

  7. Giovanni Monaci
    aprile 24, 2014 alle 10:29 pm

    Mi fa molto piacere essere riuscito ad aprire un dibattito sul tema, perchè se ne sente un gran bisogno. E’ chiara la difficoltà di trovarmi in solitaria traversata in un mare di avversi bloggers. Un sostegno da parte di qualche tecnico o qualche taglialegna di professione mi avvantaggierebbe, almeno dal punto di vista morale e psicologico. Speriamo.
    Mi accingo pertanto a cercare di spiegare le ragioni del mondo forestale.
    Da quando esiste l’uomo il legno è stata la sua principale materia di sostentamento, per riscaldarsi, per cucinare, per costruire le proprie case, i ponti, le barche, i mobili ecc. ecc. Ovviamente il legno si preleva dagli alberi, da nessun altro organismo. E poichè il legno per formarsi nelle misure e negli assortimenti necessari richiede molti anni di accrescimento del singolo albero, è chiaro che il prelievo lo si è sempre ricercato prioritariamente là dove già esisteva, cioè nei boschi. Nel corso del tempo l’uomo si è reso conto che conveniva raccogliere gli assortimenti più ricercati in forma di allevamento, anche se per raggiungere tale obiettivo occorre molto tempo dall’impianto alla raccolta. Per la maggior parte degli assortimenti non basta l’attesa di un’intera vita di un uomo, considerato che per la produzione di travi, legname da opera, da falegnameria ecc. necessitano piante d’altofusto che vanno dai 50, specie a medio-rapido accrescimento, fino ai 110-120 anni d’età. Per ovviare al problema di assistere per un così ampio lasso di tempo le piantagioni è necessario applicare regole pianificatorie assestamentali molto rigide e, soprattutto, durevoli nel tempo.

  8. Giovanni Monaci
    aprile 24, 2014 alle 11:20 pm

    Ma le stesse regole valgono anche per l’allevamento di alberi di origine naturale, per il fatto che una ricerca sregolata della singola pianta adatta ai propri usi in modo casuale rischierebbe, se operata oltremisura, di compromettere la stessa sopravvivenza dell’ecosistema boschivo, oltre a comportare costi spesso proibitivi.
    La pianificazione forestale è lo strumento utilizzato dalla società, soprattutto pubblica , per garantirsi l’approvvigionamento dei diversi assortimenti legnosi nella misura massima e costante nel tempo. La costanza implica in se stessa il principio della conservazione del capitale produttivo, seppur in forma dinamica sulle grandi superfici, e presuppone la tecnica del rinnovo a fine turno sulle particelle mature cadute al taglio.
    E’ ovviamente quella appena esposta un’estrema semplificazione dei principi dell’assestamento forestale. Le tecniche di governo e di trattamento son molte e diversificate in base al territorio, alla composizione specifica, al tipo di assortimento legnoso previsto, al regime pedoclimatico ecc..
    Come forme di governo, agli estemi opposti, si possono individuare il governo a ceduo, rinnovazione agamica, adatto particolarmente alla produzione di legna da ardere e per assortimenti di piccola media pezzatura, e quello a fustaia, rinnovazione da seme, adatto alla produzione degli assortimenti di maggior pregio e valore.
    La struttura può essere nell’ambito della stessa particella coetanea o disetanea, con tutte le loro sfumature in base al tipo di trattamento.
    Come forme di trattamento, per il ceduo si parte dalla più semplificata, il ceduo semplice, fino alla sua forma più complesso, il ceduo composto, cioè con una contemporanea forte componente frammista ad altofusto. In mezzo ai due estremi si possono trovare il ceduo matricinato e il ceduo a sterzo, una sorta di ceduo disetaneo. La fustaia può essere trattata in molte forme, dal coetaneo semplice, al trattamento per tagli successivi, passando per il taglio a buche, arrivando alla forma di trattamento più complessa della fustaia disetanea con il taglio a scelta.
    Chiaramente la forma di governo, di trattamento e la struttura sono condizionate prioritariamente dalla composizione specifica, ossia da quali specie compongono il bosco e da come si relazionano l’una con l’altra, in quanto ogni specie ha risposte diverse come fisiologia e come accrescimento.

  9. Giovanni Monaci
    aprile 25, 2014 alle 12:01 am

    Fin qua ho parlato, in estrema sintesi, dei modi e delle tecniche che i forestali applicano nella gestione dei boschi ai fini produttivi. Tali tecniche tuttavia, un po’ meno quelle più semplificate, molto più quelle più articolate, se oculatamente applicate nell’ambito di un contesto pianificatorio assestamentale, si conciliano con le esigenze di funzionalità idrogeologica, naturalistica e paesaggistica, a rispondere alla storicamente più recente domanda di controllo dei cambiamenti climatici.
    Senza volermi addentrare in campi giuridici di cui i miei pazienti commentatori sono senz’altro più ferrati, credo che l’attribuzione delle funzioni da assolvere, richiesto dalla società alle formazioni forestali, abbia seguito il seguente decorso storico:
    fino alla fine dell’800, con l’unificazione d’Italia, le leggi e regolamenti degli stati preunitari, in particolare i regolamenti cadorini, erano volte a garantire la produttività dei boschi e poco o niente si preoccupavano degli altri fattori. Con il RD 3917/ 1877 e poi in forma più organica con l’ancora vigente RDL 3267/1923 il legislatore, di fronte a tragici fenomeni di dissesto delle pendici montane, si è preoccupato, tra le altre cose, di regolamentare l’uso del bosco con finalità oltre che produttive anche come strumento di assetto idrogeologico. Successivamente, con il RD 1497/1939, si comincia ad attribuire ai boschi anche una importanza di natura paesaggistica, principio poi riaffermato in maniera più determinata con il decreto Galasso 1985 e con le successive leggi di recepimento e di modifica, fino al Dlgs 42/2004. A partire dal 1992, con la Conferenza internazionale di Rio sui cambiamenti climatici, e con i successivi trattati internazionali, in particolare con il Protocollo di Kyoto del 1997, al bosco viene riconosciuta la funzione di regolatore del clima a livello globale e di serbatoio degli stock di carbonio. Nel 2001 con il Dlgs 227 viene finalmente colmato un vuoto normativo, attribuendo una definizione al concetto di bosco, e ne riconosce un valore omnicomprensivo e multifunzionale.
    Quindi, se è vero come è vero che il quadro normativo di una società è lo specchio dei sentimenti e delle esigenze dell’umana esistenza, allora si può affermare che nel corso del tempo la società italiana ha via via aggiunto alla tradizionale e più naturale funzione produttiva svolta dal bosco, in successione, quella idrogeologica, quindi paesaggistica ed in ultimo quella ambientale più globale. AGGIUNTO, non sostituito. Ciò significa che il forestale e l’operatore del bosco ha dovuto col tempo adeguare ed affinare le proprie tecniche per rendere compatibili per quanto possibile tutte quante le funzioni l’una con l’altra.

  10. Giovanni Monaci
    aprile 25, 2014 alle 12:21 am

    Siccome il territorio non è omogeneo ma bensì differenziato, sia sotto l’aspetto ambientale, topografico, morfologico, socioeconomico ecc. ecc., e siccome anche i boschi attualmente esistenti, in tale contesto differenziato, non sono tutti uguali neanche loro, è plausibile ritenere che le funzioni prevalenti da svolgere non siano allo stesso modo uguali uniformemente nel contesto regionale. Ecco che con una adeguata pianificazione e programmazione si possono distinguere le prevalenti funzioni da assolvere, e calibrare le più adatte forme di gestione allo svolgimento di tali funzioni, tenendo ovviamente conto delle condizioni di partenza e che nessuna esclude mai completamente l’altra.
    Partendo dal principio che un bel bosco è tale sia che contemporaneamente produca beni sia che produca paesaggio e natura, si può e si deve tuttavia zonizzare il territorio in modo da assegnare ai complessi boscati la destinazione che meglio essi possono assolvere, tenendo conto dei costi e benefici e quindi del bilancio globale in termini produttivi, idrogeologici, paesaggistici e naturalistici.

  11. Giovanni Monaci
    aprile 25, 2014 alle 12:57 am

    venendo ora alla questione oggetto del dibattito, non bisogna pensare che le foreste demaniali della Sardegna solo perchè portano tale nome siano costituite tutte interamente da boschi d’altofusto primigeni da assoggettare necessariamente a tutela integrale. Sarebbe veramente bello se fosse veramente così. Purtroppo così non è. Anzi, la maggior parte del territorio demaniale è costiutito da formazioni che nella migliore delle ipotesi si presenta oggi come la conseguenza degli ultimi massicci tagli cedui effettuati dai carbonai negli anni ’50, ovvero dei cedui sia semplici che matricinati che, come ben noto in letteratura e dagli studi accademici, necessitano di intervento o di conversione o di rinnovazione. Se fare l’uno o l’altro ce lo può suggerire lo stato dei luoghi e le condizioni fisiologiche del soprassuolo.
    Nel caso dell’Ente foreste e del processo pianificatorio in corso, c’è ovviamente da augurarsi che le superfici individuate come da ripristinare alla funzione cedua non siano tra quei pochi esempi di fustaia sopravvissuta alle speculazioni dell’800 e primi del ‘900. Questo lo si potrà valutare una volta che i dati fin qua rilevati ed elaborati saranno resi pubblici. Ma fino ad allora, ritenere che poche centinaia di ettari da destinare alla funzione produttiva su una superficie complessiva di svariate migliaia di ettari , paragonarsi alle devastazioni passate, appare veramente come un attacco preventivo ideologico che non tiene in nessun conto delle professionalità, esperienze e connaturato senso precauzionale insito nei forestali che provengono dalle Università italiane!

  12. Giovanni Monaci
    aprile 25, 2014 alle 1:33 am

    All’inizio parlavo del “presunto” disboscamento subito dalla Sardegna nell’800.
    Invito i cultori della materia a leggere due libri molto interessanti: uno è “Tra cronache e storia le vicende dei boschi della Sardegna” di Enea Beccu, ex comandante del CFVA, dottore forestale e grande cultore di archivi storici nazionali e internazionali. Il secondo più recente “Colpi di scure e sensi di colpa” di Fiorenzo Caterini, Ispettore forestale del CFVA e laureato in materie umanistiche, che traccia un bel trattato di antropologia forestale sarda.
    Ebbene entrambi, seppur partendo da differenti presupposti iniziali riguardo alla situazione forestale dell’isola prima dell’800, e analizzando il primo sotto l’aspetto tecnico scientifico, il secondo sotto quello antropologico e sociologico, arrivano entrambi alla medesima conclusione, ossia che può più il morso del bestiame che non i tagli e gli incendi.
    Di ciò posso assicurare anch’io con la mia esperienza che laddove il bestiame, successivamente ad un taglio boschivo o ad un’incendio, viene CATEGORICAMENTE tenuto fuori per almeno 5-10 anni il soprassuolo boschivo ha una capacità rigenerativa che in qualche caso ha addirittura del sorprendente. Viceversa se ciò non avviene le giovani piantine e i nuovi virgulti vengono voracemente brucati e la vegetazione accestisce in forma cespugliosa.
    Senza voler generalizzare, cosa che odio, ma questo è ciò che in prevalenza io penso che sia avvenuto prima dell’opera di ricostituzione dagli anni ’60-’70 in poi, opera portata avanti dal Corpo forestale e dall’Azienda foreste demaniali prima, e dall’EFS dal 2000 in poi.
    Circa quarant’anni di politiche e interventi attivi e passivi di ricostituzione possono considerarsi oggi missione compiuta.
    Adesso che ci troviamo in una nuova epoca, e soprattutto in una congiuntura economica, politica ed ambientale quale è quella attuale, ma che durerà certamente ancora a lungo, bisogna cominciare a pensare a un utilizzo consapevole del bosco, socialmente remunerativo, dando atto che, come riconosciuto anche in tutti i più recenti consessi accademici e politici, solo un bosco vissuto e correttamente e attivamente gestito, può svolgere efficacemente quelle funzioni tradizionali e più recentemente riconosciute, garantendo nel contempo la stanzialità delle popolazioni rurali che ne traggono un reddito, e che svolgono un presidio contro il dissesto idrogeoogico, un’efficace azione di controllo del combustibile morto, causa dei disastrosi incendi, e nello stesso tempo definiscono con il loro operato quel pattern paesaggistico tanto apprezzato nell’iconografia del paesaggio italiano.

    • aprile 25, 2014 alle 9:21 am

      dott. Monaci, mi pare molto più utile inviarci un suo intervento, piuttosto che tanti commenti distinti, più difficili da seguire per i frequentatori del blog.
      Lo pubblicheremo senz’altro!
      Buona giornata.

      Stefano Deliperi

  13. Tophet
    aprile 25, 2014 alle 8:03 pm

    E dunque poiché’ nel sud Sardegna i demani forestali sono in gran parte ex cedui dobbiamo tornare al governo a ceduo e piu ‘di cinquant’anni di oculata gestione per il ritorno all’alto fusto con ingenti spese pubbliche e motivazioni ecologiche che vanno ben al di la’ delle osservazioni da manuale citate, più’ adatte alle bandite di scarlino che ai calcari del marganai, devono ineluttabilmente essere spazzati via senza neppure un contro canto? E magari dire per forza che va tutto bene quando ingenti somme pubbliche regionali vengono impiegate per progettare il rapido smantellamento di ciò’ che in più’ di mezzo secolo ha rappresentato l’orgoglioso lavoro di tanti che evidentemente hanno sempre pensato di lasciarlo non per un uguale mezzo secolo ma adeguatamente protetto per un altro mezzo millennio? Pensiamoci, a volte i manuali non bastano ma per i sardi le bardane subite dovrebbero essere sufficenti per riflettere almeno solo un po’ di più’.

    • Stella
      aprile 25, 2014 alle 9:52 pm

      …, Credo il problema non sia tecnico, vale a dire di tecnica forestale, in questo campo i tecnici sanno bene come operare, il tipo di trattamento più opportuno o la forma di governo da adottare. Il problema mi sembra di avvertire dall’enfasi generata sia ben più serio, e vale la pena di vederci chiaro, credo sia più un problema di Politica Forestale, che di ceduo o di fustaia. Le due forme di governo se funzionali alla multifunzionalità o all’aumento della biodiversità possono coesistere, se pianificate , condivise e utili alla collettività.
      Sì alla collettività, alla Sardegna, all’Italia, all’Europa, al Mondo, infatti si sta parlando di beni pubblici, boschi pubblici, dai quali ci si aspetta, svago, salubrità, panorami, paesaggi ed anche prodotti ma non solo legna da ardere.
      Il pianificatore in contesti pubblici deve tenere a mente le richieste di tutti, o per lo meno quelle della maggioranza dei portatori d’interesse, e non gli interessi di pochi, di chi bada al solo tornaconto personale, o di chi non vede oltre l’ombra del proprio campanile.

  14. maggio 8, 2014 alle 3:01 pm

    da L’Unione Sarda, 8 maggio 2014
    NUORO. Confronto con gli esperti sui metodi di gestione dopo la polemica con Deliperi
    Boschi, forestali contro ambientalisti. (Francesca Gungui): http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_231_20140508091410.pdf

  15. Carlo Poddi
  16. Mariano C.
    giugno 11, 2014 alle 12:56 pm

    Penso che prima di fare campagne terroristiche sia necessario informarsi in modo adeguato, senza dare letture pregiudiziali ed ideologiche, sia sulle tecniche colturali, sia sulle vicende storiche che hanno caratterizzato l’utilizzo del territorio, discriminando il danno prodotto da un utilizzo massiccio delle risorse, più dovuto a soddisfare le necessità dell’industria e dello sviluppo economico (alimentazione fonderie, ferrovie, ecc.), di cui comunque tutti stiamo beneficiando, benché contestabile per alcuni aspetti, che ad un uso millenario delle risorse fatto dalle popolazioni. Risorse che tutt’ora queste utilizzano ricorrendo al legname importato dal continente (quindi inquinando per il lungo trasporto), mentre nei nostri boschi a causa dei fenomeni competitivi che si sviluppano nei cedui in fase di invecchiamento, si stanno verificando patologici accumuli di biomassa che stanno predisponendo i nostri boschi ai “grandi incendi forestali”. (Invito alla lettura del libro “dalla parte del fuoco” di Giuseppe Mariano Delogu, per chiarire non solo il ruolo del fuoco in ambiente mediterraneo, ma per capire l’importanza della gestione forestale attiva come sistema di prevenzione, fatta da una serie di interventi che, in base alle condizioni della stazione contemplano anche la ceduazione). Noto un grande dilagare di un’ideologia ambientale da parte di chi non conosce cosa sia il lavoro nel bosco e lo conosce solo per la scampagnata domenicale. Purtroppo tale ideologia si è anche diffusa in una parte del mondo scientifico che pur parlando di approcci olistici, dimentica e non vuole vedere il ruolo che le attività antropiche hanno avuto in ambiente mediterraneo nel modellare gli habitat. E mi viene il sospetto che una parte di questa lo possa fare anche in mala fede (o inconsciamente), per sottrarre l’uso del territorio alle popolazioni e captare risorse finanziarie per studi e ricerche che, dopo tanto tempo scopriranno ciò che i nostri avi avevano già scoperto e di cui si era azzerata la conoscenza e la capacità pratica. In ambiente mediterraneo la grande biodiversità delle specie vegetali vegetale è riscontrabile in formazioni aperte (cosiddette degradate), ed è accertato che anche il ceduo presenta una maggiore biodiversità rispetto alla lecceta, pur mantenendone le caratteristiche di difesa del suolo e dei dissesti, talvolta superiore alla fustaia dove c’è rotolamento di massi o pericoli di frana. Chi è interessato troverà sicuramente una vasta letteratura scientifica forestale che tratta l’argomento senza pregiudizi e ideologie.

    • giugno 11, 2014 alle 3:35 pm

      guarda che stiamo proprio chiedendo “informazioni adeguate”, altro che “campagne terroristiche”.
      Prima di “sparare” commenti a vanvera, è meglio che tu legga.

  17. Mariano C.
    giugno 13, 2014 alle 12:30 am

    E’ proprio perché ho letto da prima l’articolo sull’Unione e anche gli altri forum sull’argomento, che sparo “commenti a vanvera”. Personalmente, se devo chiedere informazioni non inizio partendo con degli allarmismi, definendo un ritorno allo sfruttamento ecc, ciò che invece è una delle tante forme di gestione colturale del bosco, per poi giustificarmi dicendo che chiedevo solo informazioni. Non si può negare che si è iniziato a discutere con un processo alle intenzioni, che in modo colorito ho chiamato terroristico: forse era più giusto il termine dogmatico, visto che si parte dall’assunto che il ceduo equivale ad una forma di governo da ripudiare. Penso che G. Monaci abbia spiegato in modo esaustivo ed equilibrato le molteplici sfaccettature della gestione forestale, riducendo il linguaggio tecnico al minimo indispensabile e chiarendo che, a determinano la scelta della forma di governo, sono una serie di condizioni, morfologiche edafiche, climatiche e socio economiche. Mi spiace che molti abbiano sprecato l’occasione del confronto. Si è chiamato in causa Ciancio che a detta di qualcuno avrebbe “sbrogliato la questione” naturalmente a favore della superiorità della fustaia, forse ignorando che questo ha scritto un libro, di oltre 600 pagine con Susanna Nocentini, dal titolo “Ceduo, selvicoltura assestamento e gestione”. Si è citato il Gambi, che ho avuto nel 1982 come insegnante nelle esercitazioni pratiche a Vallombrosa, persona pratica che non invogliava di certo all’abbandono colturale dei boschi, e molto semplicemente ed umilmente insegnava che attraverso le applicazioni selvicolturali si cura il bosco e i nostri interessi e certamente non disconosceva che la forma migliore per ottenere la legna da ardere è il ceduo. Si è citato Odum, che con il suo libro di ecologia ha posto una pietra miliare sulla neonata materia. Ma fermarsi alla suo concetto teorico di climax e come pretendere di spiegare tutta la fisica fermandosi ai concetti della fisica newtoniana. Da tempo si ammette anche l’esistenza del piroclimax ( che è il risultato di fenomeni naturali con effetti molto simili al taglio se non più catastrofici) che interessa una buona parte dei nostri habitat ed il climax è oramai considerato da molti scienziati solo un modello teorico superato. Farsi una cultura su internet senza avere delle basi, oltre ad essere poco esaustivo, può anche essere diseducativo. Personalmente ho lavorato in una cooperativa forestale che ha eseguito utilizzazioni di un ceduo Comunale dal 1988 a 1998, tagliando in dieci anni di attività circa 121.000 quintali di legna in una superficie di 200 ettari di ceduo invecchiato. Legna interamente venduta a prezzi inferiori a quelli di mercato alla popolazione e con un impiego di circa 18-20 unità lavorative nel periodo utile per il taglio ed impiegate in estate nella difesa dagli incendi. I tagli hanno fatto largo uso della tecnica della tramarratura. Non mi sentivo e non mi sento uno speculatore visto che guadagnavamo non più di 900.000 lire al mese, più 40 qli di legna all’anno per il riscaldamento dell’abitazione ed usavo in modo appropriato una risorsa locale. Quando l’Ente foreste ha fatto i processi partecipativi sul compendio del Linas, io sono stato a due incontri in qualità di cittadino. Incontri tutt’altro che segreti, pubblicizzati anche con locandine. La superficie da destinare alle ceduazione nello specifico Piano particolareggiato è molto esigua e non in grado di contrastare in modo sensibile l’importazione dal continente, dal momento che la richiesta da parte della popolazione dei paesi ai piedi del Linas è ancora molto elevata. Non vedo motivo per il quale un territorio gestito dall’ente foreste non debba essere, dove ci sono le condizioni, anche produttivo, visto che questo potrebbe gravare meno sui costi di questo ente pagato dai Sardi e rendere disponibile a prezzi vantaggiosi un prodotto sottratto ai tradizionali usi civici delle popolazioni locali che hanno ceduto i terreni all’ente (con diverse modalità e termini temporali di concessione). Non sono uno che attualmente ha interessi diretti, se non come cittadino “informato sui fatti”, e dal 1998 non mi occupo più di tagli e sinceramente, ora avrei anche paura di farlo, perché intravedo un clima da “caccia alle streghe”, che rischierebbe di paralizzare l’attività di cantiere e farmi finire sul lastrico ancor prima di cominciare. Basta una denuncia, anche infondata, per determinare il blocco delle attività fino a decisione del giudice e finire quindi sul lastrico prima di iniziare. La selvicoltura fatta nelle aule giudiziarie rischia di diventare una realtà perché si è persa l’abitudine a capire e riconoscere il lavoro in bosco. Personalmente, nel corso della mia vita ho tagliato molti alberi, poi ricresciuti, forse qualcuno è anche morto, ma sicuramente sono molti di più quelli che ho impiantato, pertanto mi ritengo apposto con la mia coscienza e ritengo positivo il bilancio della mia esperienza di attività forestale.

    • giugno 13, 2014 alle 1:53 pm

      caro Mariano, evidentemente leggi solo quello che vuoi leggere e ti fa comodo leggere.
      Qui non c’è nessuna “denuncia” e nessuna “aula giudiziaria”, presenti solo nella tua mente.
      C’è l’esigenza di avere certezze su un patrimonio ambientale che è di tutti, di tutta la collettività regionale.
      Se lo capisci bene, se non lo capisci bene lo stesso.

      Stefano Deliperi

  18. Mariano C.
    giugno 13, 2014 alle 6:36 am

    Esperienza che si è estesa, alla salvaguardia dagli incendi ed alle azioni di rimboschimento, che ora rischiano di essere vanificate dal “Decreto Sviluppo” convertito in L 35/2012 , che ha modificato la precedente definizione di bosco e in sostanza dice che non sono bosco i paesaggi agrari e pastorali di interesse storico coinvolti da processi di forestazione , naturale o artificiale, nonché le formazioni di origine artificiale realizzate su terreni agricoli con finanziamenti provenienti da misure agro ambientali dell’unione Europea. Questo comporta che questi ultimi, una volta scaduti i vincoli, possono in pratica essere disboscati (cosa ben diversa dall’utilizzazione secondo i criteri di gestione sostenibile che contemplano anche i cedui). Praticamente, mentre si cerca il pelo nell’uovo, e si è finiti per fare un processo ad una tecnica colturale, che se condotta con rigore tecnico e particolari accorgimenti garantisce la permanenza, la funzionalità e la multifunzionalità degli ecosistemi forestali, si sta ignorando un fatto realmente grave. Si ricordi che il primo ad avere, concretamente, interesse ed a cuore la salvaguardia, la rinnovazione e la permanenza del bosco, è chi vive nel territorio e da questo riesce con il proprio sudore (vero sudore) a viverci coltivandolo, perché per esperienza sa benissimo quali sono i tempi per ottenere un bosco ripartendo dalla terra nuda, e che quindi distruggendolo o sfruttandolo oltre misura sta danneggiando se stesso.

  19. Mariano C.
    giugno 14, 2014 alle 8:35 am

    Evidentemente c’è un incomunicabilità reciproca Se mi dice che forse ere opportuno postare i miei interventi nei successivi forum correlati posso anche capirla, ma mi faccia dire la mia su un argomento complesso e delicato con tante implicazioni e sfaccettature che non può essere liquidato dicendo che si trattava di una semplice richiesta di chiarimenti. Forse non vi rendete conto e non volete rendervi conto di quanto sia stato disinformativo il vostro modo di porre la richiesta di chiarimenti, e del fatto che nei forum, si stava creando una campagna, a mio parere molto disinformativa, in parte contrastata dagli interventi equilibrati di Monaci e Poddie, senz’altro tecnici conoscitori della materia, aperti e pragmatici. Agli estremi si è arrivati a negare l’utilità della disciplina forestale da sacrificare per un idea di natura dove l’uomo è concesso fare solo qualche passeggiata. Specialmente in questo campo gli ideali fanno guai. Negare l’utilità delle scienze forestali ed i grandi passi che la scienza e la pianificazione forestale a fatto della sua nascita, per scopi economici, concependo un uso multifunzionale e differenziato delle risorse per evitarne lo sfruttamento indiscriminato e inappropriato dei boschi è come negare l’evoluzione della medicina dai tempi in cui non si riconosceva l’importanza della semplice pulizia delle mani come profilassi, fino ai giorni nostri . Il mio è quindi un tentativo di ampliare il dibattito che si è aperto sui forum , proprio perché c’è bisogno di chiarezza e soprattutto è doverosa un analisi più complesse sull’argomento della pianificazione forestale ed ambientale che riguarda aspetti giuridici, ecologici, economici, storici, sociali colturali e colturali.
    Che siano state fatte denunce riguardo a questo caso non l’ho affatto scritto (rilegga attentamente), ma ho aperto un altro problema abbastanza delicato e reale, evidenziando che per gli operatori forestali, in certi contesti, si è creato un clima di incertezza perché si è persa l’abitudine a capire e riconoscere come si svolge il lavoro in bosco ed il pericolo di una denuncia per ordinari interventi di gestione (visto che oltre ai cittadini anche i tutori dell’ordine possono assumere atteggiamenti ideologici) è sempre più alto, il che fa rischiare che sia il giudice a stabilire quali siano gli interventi appropriati e non il tecnico forestale (La foto del ceduo subito dopo il taglio, che oltretutto si voleva fare passare per il taglio di una fustaia, senza un esposizione del dinamismo della vegetazione che ricrea la copertura totale del suolo in pochi anni -oltretutto il suolo è tenuto saldo dalle radici- non concorre a dare una corretta informazione). Cerchi di capire che stavo parlando a ragion veduta, non è una mia invenzione, ma i casi di denunce di infrazione su normali interventi di coltivazione boschiva sono cose che accadono più spesso di quanto pensa, ed addirittura un ministro del Governo Berlusconi, la “Brambilla aveva anche rilasciato una dichiarazione (se non ricordo male) su striscia la notizia a cui porgeva vivi ringraziamenti per avere sventato un “disastro ambientale”:In effetti si trattava di una normale operazione colturale praticata da secoli (tagli successivi per il rinnovo di un abetina). Non potete non sapere che nel caso vengano ipotizzate infrazioni di reato penale in ambito forestale, in attesa del verdetto del giudice, viene bloccato il cantiere. Se il responsabile ha sbagliato è giusto che paghi, ma se non ha sbagliato finisce per pagare ugualmente visti i lunghi tempi di inattività che comporta la lentezza della giustizia ed in un’attività povera come quella forestale il blocco di un cantiere, anche per un solo anno può comportare la rovina. Inoltre un tale clima di incertezza è ancora più aggravato dal fatto che, in certe aree boschive, alle normative forestali si sovrappongono i piani di gestione dei SIC (siti di interesse comunitario) non redatti con il contributo di esperti forestali, che pongono regole per la gestione forestale molto vaghe, inopportune e più restrittive che nei parchi dove, almeno, è ben chiaro quale sia la zona a protezione integrale e quale sia la zona destinata ad attività produttive regolamentate. Tali piani di gestione dei sic (che non sono parchi) sono troppo spesso imposti all’insaputa delle popolazioni locali (disattendendo i processi partecipativi o facendo processi partecipativi di facciata) ed interessando terreni gravati da usi civici e proprietà private, rischiano di creare pericolosi conflitti con le popolazioni che ne facevano uso. In questa situazione ingarbugliata c’è sicuramente bisogno di chiarezza a 360°, che quindi va ricercata, senza partire da posizioni preconcette, non solo per i presunti attacchi al patrimonio boschivo, ma anche quando si mettono a rischio i diritti delle popolazioni rurali.

    • giugno 14, 2014 alle 9:09 am

      mi pare che nei suoi lunghi commenti faccia un po’ di “minestrone” con cose di cui non parlano minimamente gli articoli in questo blog: dove ha letto della Brambilla e dintorni? Che c’entrano i piani di gestione dei S.I.C.?
      Questo modo evasivo di trattare l’argomento evita di porre l’attenzione sul problema principale: da decenni le foreste demaniali in Sardegna sono state giustamente destinate alla “conservazione” del patrimonio naturale pubblico, ora si affaccia un nuovo utilizzo, di tipo economico. Perchè? Come? Dove? In che misura? Queste sono domande da porsi in un’ottica di condivisione con l’intera collettività regionale titolare interessata.
      L’Ente Foreste della Sardegna ha nei giorni scorsi fornito varie informazioni in proposito: ne parleremo anche qui.

      Stefano Deliperi

  20. Mariano C.
    giugno 14, 2014 alle 9:09 am

    Mai avrei pensato di “prendere le difese dell’Ente foreste” proprio perché ritenevo che la sua attività fosse poco articolata e trascurava un’importante aspetto che è quello produttivo, praticando una selvicoltura (o non praticandola per niente) che come risultato avrebbe portato alla totale perdita delle preziose conoscenze sull’uso del territorio, conducendolo verso un uniformità colturale e strutturale del bosco che conduce ad un omologazione e perdita dell’identità storico colturale e culturale del territorio. Ho apprezzato quindi questo “timido” tentativo del?ENTE (pochi ettari dimostrativi sulla pratica della ceduazione) di dare una maggiore articolazione spaziale e funzionale degli interventi selvicolturali, differenziando aree a destinazione naturalistica e produttiva e creando in un mosaico complesso ed articolato, rispetto all’uniformità strutturale della sola fustaia di leccio. Come vedete ci possono essere diversi punti di vista, e qui chiudo ogni mio intervento (penso di avere messo anche troppa carne sul fuoco per chi vuole approfondire la materia forestale senza pregiudizi), consigliando la lettura di questi link riguardanti degli scritti del prof Pietro Piussi che danno sicuramente un idea della complessità e l’apertura mentale necessaria per affrontare la gestione ambientale:

    http://www.sisef.it/forest@/contents/?id=efor0610-0007

    http://www.multiversoweb.it/rivista/n-01-scarti_abbandoni/l%E2%80%99abbandono-dei-terreni-coltivati-39/

    • Mariano C.
      giugno 15, 2014 alle 8:05 am

      Nel mio minestrone ci sono elementi per valutare nel modo più consono e più ampio possibile le risposte che si stanno aspettando. Minestrone che forse non si è saputo gustare (ammetto di essere troppo scrittorroico ), altrimenti si sarebbe almeno capito che la Brambilla è una mia citazione, per evidenziare cosa comporta affrontare con preconcetti i temi che non si conoscono. Se si fossero assaggiate quelle carotatine che gentilmente ho passato, senza scartare l’aglio (capisco che non si digerisca il fatto che la conservazione non è sinonimo di incompatibilità con la produzione) molte domande avrebbero gia avuto da se delle risposte.
      Nello specifico posso solo parlare dell’area del linas, in quanto ho partecipato a due incontri con i tecnici che hanno presentato le proposte gestionali preliminari agli amministratori dei comuni interessati ed alla popolazione – uno al mattino ed uno nel pomeriggio a distanza di qulche mese. Per l’area del linas sono stati proposti i seguenti indirizzi gestionali per le aree forestali: conservazione delle fitocenosi ad alto valore ecologico; tutela delle aree a rischio di degradazione, coltivazione secondo metodi selvicolturali a basso impatto ambientale (Cioè avviamento all’alto fusto e ceduazioni su piccole superfici).
      Su circa 463 ettari di bosco effettivi sono stati previsti circa 21 ettari di ceduo cioè il 3,7% dell’intera superficie boscata, il resto è destinato agli altri orientamenti gestionali appena esposti, sicuramente “conservativi”(termine infelice perche erroneamente implica che gli altri siano distruttivi). Dal mio punto di vista anche troppo sbilanciati rispetto alle ben più grandi potenzialità produttive.
      Simili superfici non possono che avere esclusivo scopo dimostrativo e sperimentale, e non sono atte a soddisfare le esigenze della popolazione, anche se comunque potrebbero rivelarsi utili come “progetto pilota” per applicazioni di tecniche di utilizzazione a basso impatto in territori comunali e privati, sic permettendo.

      • giugno 15, 2014 alle 11:19 am

        qui nessuno ha pregiudizi e preconcetti: se lei lo pensa, vuol dire che ha capito davvero poco del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus, dei suoi soci e di quanto c’è scritto in questo articolo.

        Stefano Deliperi

  21. Tophet
    giugno 14, 2014 alle 12:05 pm

    E’ strano che su un blog ambientalista ci si debba sentire “extraterrestri” o “integralisti” se si chiede con moderazione e saggezza di affrontare con altrettanta moderazione e saggezza il delicato tema della gestione di una risorsa così grande e strategica per la Sardegna, e non solo, quale quella rappresentata dalle foreste pubbliche per antonomasia ovvero le foreste demaniali quelle che compongono e caratterizzano le principali aree protette (come definite anche da recenti e illuminanti sentenze) delle zone interne dell’Isola. Se si sono aggiornati gli organi decidenti perchè le necessità di conservazione non possono trovare in questo blog un giusto forum di scambio informativo e di aggiornamento per niente dogmatico che viceversa cita anche la posizione di scienziati del calibro di Odum, Ciancio, Gambi, ecc. con preciso riferimento alle condizioni ecologiche proprie delle foreste di cui si parla (demaniali)?
    Con la giusta pluralità di vedute non può essere da “extraterrestri” o “integralisti” porre concretamente l’attenzione (ma fortunatamente questo blog è già riuscito a farlo) sul fatto
    che se da più di 50 anni era stato invertito decisamente il modulo gestionale ora invece in questo vengono riproposte finalità economiche. Perchè, come, dove e in che misura sono domande assolutamente normali da porsi in un’ottica di condivisione con l’intera collettività regionale titolare interessata. E infatti pensare ad una utilizzazione a ceduo di 500 ettari per esempio di una lecceta che è estesa 1000 ettari può consentire di riflettere che non si sta intervenendo solo sull’1,7% del totale della proprietà demaniale ma sul 50 % di quel bosco d’alto fusto d’importanza unica magari proprio all’interno di un’area SIC. Queste cose si possono dire in questo blog si o no?

  22. Mariano C.
    giugno 15, 2014 alle 7:47 am

    Un “modulo gestionale” non si inverte in 50 anni. Il ceduo é per definizione e biologicamente un bosco dove i fusti hanno prevalente origine agamica (da polloni) e la fustaia è un bosco dove la prevalente origine degli alberi è dal seme. Quindi, fino alla morte della maggior parte dei polloni e delle ceppaie saremmo sempre in presenza di un ceduo. Nel leccio la capacità pollonifera si mantiene molto a lungo, fino a 200 anni, contrariamente a specie come il castagno che si esaurisce a circa 60anni. In assenza di interventi colturali , solo nella fase di decadenza ( parliamo di un minimo di 350- 400 anni) in cui è possibile l’inizio dell’insediamento della rinnovazione da seme), se nel frattempo non si verificano grossi incendi (ai quali il leccio reagisce producendo numerosi polloni, in pratica ricostituendosi in forma di ceduo naturale, con la differenza che le produzioni vanno in fumo), il bosco inizia la trasformazione nella fustaia vera e propria. A parte qualche residuo di fustaia, le uniche fustaie attualmente presenti sono quelle provenienti da rimboschimenti, posiamo al massimo avere fustaie di transizione in seguito ad interventi colturali, che sono ben diverse dalle fustaie vere e proprie, perché ancora costituite da polloni.. Se dobbiamo fare citazioni c’è anche Alessandro De Philippis (Selvicoltura speciale – cusl Firenze 1985 pag 81) che riguardo al governo a fustaia del leccio dice “ questa forma di governo non è consigliata”. ( le sue referenze: Inizia la carriera di studioso nel 1933, come ricercatore presso la Stazione Sperimentale di Selvicoltura di Firenze istituita nel 1922 e diretta da Aldo Pavari, poi, dal 1942 al 1979, ricopre la Cattedra di Selvicoltura presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze e quindi, dal 1980 al 1992, è Presidente dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali. Socio dell’Accademia dei Lincei, vicepresidente della Società Botanica Italiana, membro dell’Accademia Nazionale di Agricoltura di Bologna e dell’Accademia di Agricoltura di Torino, socio benemerito della Società Italiana di Ecologia, socio onorario della Società dei Forestali degli Stati Uniti e della Società dei Forestali di Israele, membro della sottocommissione sui problemi forestali del Mediterraneo della FAO)

  23. Tophet
    giugno 15, 2014 alle 10:14 am

    In primis il modulo colturale riferito nel cinquantennio coniderato era la fustaia, ancorchè transitoria (originata da infatti cedui invecchiati). Quanto alla capacità di ricaccio da ceppaie di matricine o polloni invecchiati nelle classi tra 50 e 70 anni basta recarsi in foresta e rendersi conto facilmente che il sistema è “in riserva” e tale capacità è purtroppo ridotta al lumicino. Per quanto riguarda quel che riporta de Philippis, quanto riferito dal Maestro riguarda stazioni produttive non comprese come le aree in questione della nostra Isola tra le principali aree protette del Mediterraneo; il prof.de Philippis anche in Sardegna è stato tra i più ferventi fautori del governo a fustaia per le leccete demaniali. Passo e chiudo.

  24. Mariano C.
    giugno 16, 2014 alle 6:44 am

    Con l’uso di neologismi ed un linguaggio forestale personalizzato non è possibile comprendere la reale situazione del bosco, quindi è meglio lasciare perdere il discorso tecnico. Il fatto che diversi studiosi in momenti diversi dicono cose opposte, quando non si tratta di mera disonestà intellettuale (e non penso sia il nostro caso), è dovuto al fatto che le scelte possono cambiare in relazione al periodo storico e le condizioni sociali. Personalmente per anni sono stato fra i rigidi sostenitori del governo a fustaia, fino a quando ho dovuto piegare la schiena e procurarmi realmente da vivere anche con il lavoro diretto in bosco, rendendomi conto che in certi contesti la situazione ideale da un punto di vista strettamente ecologico, che senza aperture e pragmatismo si tramuta in ideologico, non è possibile. Il rischio è di mirare a grandi “ideali” ed invece nei fatti di praticare l’abbandono della coltivazione del bosco, con tutti i rischi che comporta, perché tutta quella serie di interventi preconizzati dalla selvicoltura sistemica (Tagli di piccola intensità e frequenti) non sono attuabili dove il prodotto ha uno scarso valore commerciale e soprattutto dove la viabilità forestale è scarsa. Fino a pochi decenni fa molti studiosi propendevano in massa per le conversioni dei cedui , perché il mercato della legna da ardere era stato soppiantato dalle energie fossili, e perché lo stato e le regioni, in periodo di vacche grasse, potevano permettersi di pagare del personale per fare delle operazioni colturali a macchiatico molto più che negativo. Attualmente anche per rispettare gli accordi internazionali sulle emissioni di CO2 si è avuta una rivalutazione delle energie da biomasse (con grande speculazione delle mega centrali che importano biomasse da tutto il mondo) . Con il taglio dei 120.000 qli di legname si risparmiano circa 400.000 litri di gasolio che immettono nel ciclo nuova CO2, mentre le emissioni dalla combustione da biomasse (se il loro utilizzo non supera il raggio di 50Km, altrimenti si inquina con il trasporto ed è tutto vano) non sono nuove ma fanno parte di un ciclo. Un utilizzo ponderato del ceduo (sostituzione del materiale combustibile ai materiali fossili) può quindi contribuire in maniera maggiore della fustaia alla riduzione delle nuove funzioni (teoria dell’accumulo molto meno efficace, il raggiungimento dello stato di “equilibrio” non consente incrementi di accumuli di CO2).
    Non sono d’accordo che tutta le foreste dell’ente debbano essere governate a fustaia, come non sono d’accordo che tutte le foreste dei comuni o dei privati debbano essere governate a ceduo, non mi piace questa separazione in foreste di serie B e serie C, mi sa tanto di un altro oscuro retaggio che non è più quello della selvicoltura di rapina ( che poi per dirla come il Bernetti e i Piussi era selvicoltura dei poveri) ma quello dell’oscuro passato della tirannia dei baroni e dell’elite che spesso viveva nelle città, e che voleva per se i migliori territori. Per le condizioni di manodopera (pagata da noi) senza dubbio sono le foreste dell’ente, quelle dove è più praticabile l’allevamento dell’alto fusto, ma non sarebbe male se alla compensazione delle spese concorresse anche un minimo di produzione (privilegiando comunque gli aspetti naturalistici) , ma anche fuori da questi territori ci sono delle bellissime foreste che per ragioni estetiche (non tanto di difesa idrogeologica svolte eccellentemente in entrambe le forme di governo, se fatte con razionalità) o di difesa dagli incendi nell’interfaccia urbana, meritano di essere governate ad alto fusto. Un aggravamento delle condizioni economiche ed un forte ritorno alle attività tradizionali, potrebbe un giorno determinare che le popolazioni locali reclamino con forza la restituzione dei terreni in occupazione, nei quali sia stata accertata la maturità del bosco, ai sensi dell’articolo 67 del regio decreto 16 maggio 1926, n. 1126”; e sarebbe veramente un grosso guaio ed un rischi per i nostri boschi, se venissero a mancare quelle professionalità forestali in grado di contrastare, con il loro sapere sulle modalità di coltivazione ben collaudate (anche finalizzate alle produzioni ma sempre fatte per consentire la conservazione del bosco), una “nuova selvicoltura” improvvisata, selvaggia, e privata delle sue basi storico colturali.

  25. Mariano C.
    giugno 16, 2014 alle 9:49 am

    correzione: in luogo di 400.000 litri si legga 4.000.000 di litri di gasolio

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