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Solo le associazioni riconosciute possono essere qualificate persona offesa in materia di tutela degli animali.


Gatto (Felis catus)

Interpretazione piuttosto restrittiva da parte della Corte di cassazione in tema di individuazione della parte offesa in materia di tutela degli animali.

La sentenza Corte cass., Sez. III, 7 giugno 2017, n. 28071 ha, infatti, affermato che “persona offesa” (con i conseguenti diritti e facoltà previsti dalla legge) dai reati previsti dalla normativa per la tutela degli animali (legge n. 189/2004 e s.m.i.) può esser soltanto un’associazione individuata dal decreto del Ministero della salute di concerto con il Ministero dell’interno del 2 novembre 2006, emanato ai sensi dell’art. 19 quater della stessa legge n. 189/2004 e s.m.i.

Altre forme di riconoscimento non possono esser prese in considerazione.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

cane e gatto

 

dalla Rivista telematica di diritto ambientale Lexambiente, 28 giugno 2017

Cass. Sez. III n. 28071 del 7 giugno 2017 (Cc 20 gen 2017)

Presidente: Cavallo Estensore: Andreazza Imputato: Strazzeri

Caccia e animali. Associazioni riconosciute e processo penale.

Solo gli enti che abbiano ottenuto il riconoscimento ministeriale possono assumere la veste di enti che possono esercitare i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa dal reato secondo l’equazione posta dall’art. 91 cod. proc. pen. (fattispecie in materia di protezione degli animali).

  1. Strazzeri Teodolinda, quale presidente e legale rappresentante dell’associazione “l’altra zampa” Onlus ha proposto ricorso avverso il decreto del G.i.p. del Tribunale di Catania di archiviazione del procedimento nei confronti di Quaglia Franca ed altri per i reati di cui agli artt. 544 bis, 544 ter, 544 quater, 544 quinquies e 727 cod. pen.
  2. Con un unico motivo lamenta che, dovendo l’associazione predetta essere considerata persona persona offesa dei reati in oggetto in applicazione dell’art. 7 della I. n. 189 del 2004 e dalla interpretazione di tale norma data a suo tempo dalla Corte di cassazione, il decreto di archiviazione è stato emesso senza il necessario previo avviso della relativa richiesta, da qui derivando la nullità del decreto stesso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3.Il ricorso è inammissibile. Prevede l’art. 408, comma 2, cod. proc. pen., che l’avviso della richiesta di archiviazione deve essere notificato alla persona offesa che abbia dichiarato di volere essere informata circa l’eventuale archiviazione. Sicché, in tanto dovrebbe ritenersi fondata la invocata censura di nullità in quanto alla associazione Onlus “L’altra zampa”, di cui la ricorrente è legale rappresentante, dovesse effettivamente essere attribuita la veste di persona offesa, ciò che, tuttavia, non può ritenersi.
Secondo l’art. 91 cod. proc. pen., infatti, solo gli enti e le associazioni senza scopo di lucro ai quali, anteriormente alla commissione del fatto per cui si procede siano state riconosciute, in forza di legge, finalità di tutela degli interessi lesi dal reato, possono esercitare, in ogni stato e grado del procedimento, i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa dal reato. E se è vero che l’art. 7 della I. 20 luglio 2004, n. 189 ha previsto che «ai sensi dell’art. 91 c.p.p. le associazioni e gli enti di cui all’art 19 quater disp. trans. c.p. perseguono finalità di tutela degli interessi lesi dai reati previsti dalla presente legge», non può non considerarsi che tali enti sono, ai sensi appunto dell’art. 19 quater, gli enti e le associazioni di protezione degli animali cui sono affidati gli animali sequestrati o confiscati «individuati con decreto del Ministro della Salute di concerto con il Ministro dell’interno».
E tale decreto, emanato il 2 novembre 2006 e recante “individuazione delle associazioni e degli enti affidatari di animali oggetto di provvedimento di sequestro o di confisca, nonché determinazione dei criteri di riparto delle entrate derivanti dall’applicazione di sanzioni pecuniarie”, prevede, al comma 1 dell’art. 1, che le associazioni od enti che intendono essere individuati ai fini di affidamento di animali oggetto di provvedimento di sequestro o di confisca a norma del codice penale, devono inoltrare domanda al Ministero della salute – Direzione generale della sanità animale e del farmaco veterinario, al comma 2, che tale domanda deve essere corredata da una serie di documenti specificamente indicati e, al comma 3, che il Ministro della salute, sulla base dello statuto, delle attività già svolte, delle strutture operative territoriali e dei riconoscimenti già ottenuti dalle amministrazioni pubbliche o private, individua le associazioni e gli enti ai quali si possono conferire i compiti di cui al comma 1 e rilascia con proprio decreto il riconoscimento valido per tutto il territorio nazionale.
In definitiva, dunque, attraverso i passaggi normativi sopra indicati, deve inequivocabilmente concludersi che solo gli enti che abbiano ottenuto il riconoscimento ministeriale predetto possono assumere la veste di enti che possono esercitare i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa dal reato secondo l’equazione posta dall’art. 91 cod. proc. pen..
4. Né può giungersi a diversa conclusione valorizzandosi, come fatto dalla ricorrente, la pronuncia di questa Sez. 3, n. 34095 del 12/05/2006, dep. 12/10/2006, p.o. in proc. Cortinovis ed altro, Rv. 235138, significativamente emessa prima che il decreto ministeriale di cui sopra venisse adottato. In essa si precisava che, non essendo quella stato a quella data ancora emanato il decreto previsto dall’art. 19 quater cit., e non essendo dunque possibile identificare ex lege gli enti collettivi offesi dai reati suddetti, ben poteva un’associazione di protezione degli animali essere qualificata come persona offesa dal reato in base ai principi generali e al disposto dell’art. 90 cod. proc. pen.; si aggiungeva infatti che, se la persona offesa dal reato doveva considerarsi il soggetto titolare del bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice, non poteva allora dubitarsi che un’associazione statutariamente deputata alla protezione degli animali fosse portatrice degli interessi penalmente tutelati dai reati di cui agli artt. 544 bis, 544 ter, 544 quater, 544 quinquies e 727 cod. pen.
Ora però, la fondatezza di un tale approdo, indubitabilmente influenzato dal fatto che al momento della pronuncia, come detto, il decreto ex lege con i requisiti di riconoscimento degli enti con esso previsti non era ancora stato adottato, trattandosi dunque di rinvenire norme che, medio tempore, potessero ugualmente consentire di assicurare la tutela prefigurata dalle norme con un meccanismo non ancora varato, deve necessariamente essere vagliata alla luce degli sviluppi normativi avutisi e, in particolare, appunto, del decreto nelle more intervenuto.
Ma, se così è, non può esservi dubbio che lo specifico iter richiesto a seguito di tale provvedimento affinché gli enti in questione ricevano il riconoscimento funzionale all’acquisizione della veste di persona offesa è evidentemente significativo della ineludibilità di un tale passaggio, non più surrogabile dal riferimento, operato dalla Corte nella pronuncia sopra richiamata, alla disposizione generale dell’art. 90 cit.. Ciò che è dimostrato, del resto, anche dalla osservazione che, a ragionare diversamente, l’art. 19 quater cit, quale norma imperniata sulla necessaria individuazione con decreto degli enti, verrebbe inammissibilmente disapplicato in contrasto con quanto invece supposto dall’art.7 cit. che l’art 19 quater richiama proprio con riferimento alla finalità di tutela degli interessi lesi dai reati in questione. Né è il caso di aggiungere che la valorizzazione della norma generale dell’art. 90 cit. (che si limita peraltro semplicemente a stabilire i diritti e le facoltà della persona offesa ma non certo ad individuare i tratti distintivi di questa), ove ancora oggi effettuata, equivarrebbe né più né meno che ad abrogazione dell’art. 91 cit., abrogazione ancor più irragionevole, considerata, evidentemente, la portata di questa ultima disposizione come norma di carattere speciale. Né, infine, si comprenderebbe perché enti interessati a perseguire le finalità di protezione degli animali dovrebbero munirsi dei requisiti previsti dall’art. 7 cit. per potere ottenere il relativo riconoscimento laddove, molto più semplicemente e senza oneri di alcun genere, potrebbero ritenersi “legittimati” semplicemente in base all’art. 90 cit..
5. In definitiva, dunque, atteso che non risulta nella specie che la associazione “La nuova zampa” abbia ottenuto il riconoscimento quale presupposto per assumere la veste di persona offesa, nessuna notificazione della richiesta di archiviazione le era dovuta.
All’inammissibilità del ricorso consegue il pagamento delle spese processuali e della somma di euro 2.000 in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 2.000 alla casse delle ammende.

Roma, 20 gennaio 2017

 

(foto da mailing list animalista, S.D., disegno S.D.,archivio GrIG)

 

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  1. luglio 5, 2017 alle 7:26 pm

    La persona può associarsi e l’associazione (se riconosciuta) può agire per nome e conto suo e dei soci; non vedo nulla di strano.
    Altrimenti “qualsiasi persona o qualsiasi associazione” potrebbe insinuarsi e chiedere risarcimenti; lo meritano quelle che effettivamente proteggono il bene o ne hanno un danno di immagine, non certo tutte o per altri motivi.
    Tutto è migliorabile.. col tempo. Accontentiamoci che c’è questa, assente o inutilizzata o disapplicata fino a poco fa.

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