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La riforma costituzionale Renzi vista dai costituzionalisti.


Cagliari, Piazza Martiri, manifestazione spontanea per l'Unità d'Italia (2011)

Cagliari, Piazza Martiri, manifestazione spontanea per l’Unità d’Italia (2011)

Nella Gazzetta Ufficiale del 15 aprile 2016 è stato pubblicato il testo della legge costituzionale (C. 2613-D) approvato da entrambe le Camere, in seconda deliberazione, a maggioranza assoluta dei componenti.

Il provvedimento di riforma dispone, in particolare, il superamento dell’attuale sistema di bicameralismo perfetto, cioè paritario, riformando il Senato che diviene organo di rappresentanza delle Istituzioni territoriali. Contestualmente sono oggetto di revisione la disciplina del procedimento legislativo e le previsioni del Titolo V della Parte seconda della Costituzione sulle competenze dello Stato e delle Regioni. Viene, inoltre, disposta la soppressione del C.N.E.L. e delle Province.

La riforma costituzionale Boschi, proposta dal Governo Renzi (qui il testo), ha sollevato pesanti (e fondate, non solo sul piano giuridico) critiche da parte dei migliori costituzionalisti italiani.

Fra essi Mario Dogliani, mio maestro di diritto costituzionale. Personalmente credo che sia il caso di leggere con molta attenzione quanto scrivono.  Ne va della nostra Repubblica, della nostra Costituzione, della nostra democrazia.

E stavolta, al referendum sulle riforme costituzionali del prossimo ottobre 2016, non è previsto alcun quorum di elettori partecipanti…

Stefano Deliperi

 

bandiera-tricolore-italiana

Sulla Riforma costituzionale.

Di fronte alla prospettiva che la legge costituzionale di riforma della Costituzione sia sottoposta a referendum nel prossimo autunno, i sottoscritti, docenti, studiosi e studiose di diritto costituzionale, ritengono doveroso esprimere alcune valutazioni critiche. Non siamo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo. Siamo però preoccupati che un processo di riforma, pur originato da condivisibili intenti di miglioramento della funzionalità delle nostre istituzioni, si sia tradotto infine, per i contenuti ad esso dati e per le modalità del suo esame e della sua approvazione parlamentare, nonché della sua presentazione al pubblico in vista del voto popolare, in una potenziale fonte di nuove disfunzioni del sistema istituzionale e nell’appannamento di alcuni dei criteri portanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione.

  1. Siamo anzitutto preoccupati per il fatto che il testo della riforma – ascritto ad una iniziativa del Governo – si presenti ora come risultato raggiunto da una maggioranza (peraltro variabile e ondeggiante) prevalsa nel voto parlamentare (“abbiamo i numeri”) anziché come frutto di un consenso maturato fra le forze politiche; e che ora addirittura la sua approvazione referendaria sia presentata agli elettori come decisione determinante ai fini della permanenza o meno in carica di un Governo. La Costituzione, e così la sua riforma, sono e debbono essere patrimonio comune il più possibile condiviso, non espressione di un indirizzo di governo e risultato del prevalere contingente di alcune forze politiche su altre. La Costituzione non è una legge qualsiasi, che persegue obiettivi politici contingenti, legittimamente voluti dalla maggioranza del momento, ma esprime le basi comuni della convivenza civile e politica. E’ indubbiamente un prodotto “politico”, ma non della politica contingente, basata sullo scontro senza quartiere fra maggioranza e opposizioni del momento. Ecco perché anche il modo in cui si giunge ad una riforma investe la stessa “credibilità” della Carta costituzionale e quindi la sua efficacia. Già nel 2001 la riforma del titolo V, approvata in Parlamento con una ristretta maggioranza, e pur avallata dal successivo referendum, è stato un errore da molte parti riconosciuto, e si è dimostrata più fonte di conflitti che di reale miglioramento delle istituzioni.
  2. Nel merito, riteniamo che l’obiettivo, pur largamente condiviso e condivisibile, di un superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto (al quale peraltro sarebbe improprio addebitare la causa principale delle disfunzioni osservate nel nostro sistema istituzionale), e dell’attribuzione alla sola Camera dei deputati del compito di dare o revocare la fiducia al Governo, sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato. Invece di dare vita ad una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni. In esso non si esprimerebbero le Regioni in quanto tali, ma rappresentanze locali inevitabilmente articolate in base ad appartenenze politico-partitiche (alcuni consiglieri regionali eletti – con modalità rinviate peraltro in parte alla legge ordinaria – anche come senatori, che sommerebbero i due ruoli, e in Senato voterebbero ciascuno secondo scelte individuali). Ciò peraltro senza nemmeno riequilibrare dal punto di vista numerico le componenti del Parlamento in seduta comune, che è chiamato ad eleggere organi di garanzia come il Presidente della Repubblica e una parte dell’organo di governo della magistratura: così che queste delicate scelte rischierebbero di ricadere anch’esse nella sfera di influenza dominante del Governo attraverso il controllo della propria maggioranza, specie se il sistema di elezione della Camera fosse improntato (come lo è secondo la legge da poco approvata) a un forte effetto maggioritario.
  3. Ulteriore effetto secondario negativo di questa riforma del bicameralismo appare la configurazione di una pluralità di procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato(leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di emendamenti da parte del Senato, differenziate a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta), con rischi di incertezze e conflitti.
  4. L’assetto regionale della Repubblica uscirebbe da questa riforma fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, e senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso fra Stato e Regioni viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stato riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”. Si è rinunciato a costruire strumenti efficienti di cooperazione fra centro e periferia. Invece di limitarsi a correggere alcuni specifici errori della riforma del 2001, promuovendone una migliore attuazione, il nuovo progetto tende sostanzialmente, a soli quindici anni di distanza, a rovesciarne l’impostazione, assumendo obiettivi non solo diversi ma opposti a quelli allora perseguiti di rafforzamento del sistema delle autonomie.
  5. Il progetto è mosso anche dal dichiarato intento (espresso addirittura nel titolo della legge) di contenere i costi di funzionamento delle istituzioni. Ma il buon funzionamento delle istituzioni non è prima di tutto un problema di costi legati al numero di persone investite di cariche pubbliche (costi sui quali invece è giusto intervenire, come solo in parte si è fatto finora, attraverso la legislazione ordinaria), bensì di equilibrio fra organi diversi, e di potenziamento, non di indebolimento, delle rappresentanze elettive. Limitare il numero di senatori a meno di un sesto di quello dei deputati; sopprimere tutte le Province, anche nelle Regioni più grandi, e costruire le Città metropolitane come enti eletti in secondo grado, anziché rivedere e razionalizzare le dimensioni territoriali di tutti gli enti in cui si articola la Repubblica; non prevedere i modi in cui garantire sedi di necessario confronto fra istituzioni politiche e rappresentanze sociali dopo la soppressione del CNEL: questi non sono modi adeguati per garantire la ricchezza e la vitalità del tessuto democratico del paese, e sembrano invece un modo per strizzare l’occhio alle posizioni tese a sfiduciare le forme della politica intesa come luogo di partecipazione dei cittadini all’esercizio dei poteri.
  6. Sarebbe ingiusto disconoscere che nel progetto vi siano anche previsioni normative che meritano di essere guardate con favore: tali la restrizione del potere del Governo di adottare decreti legge, e la contestuale previsione di tempi certi per il voto della Camera sui progetti del Governo che ne caratterizzano l’indirizzo politico; la previsione (che peraltro in alcuni di noi suscita perplessità) della possibilità di sottoporre in via preventiva alla Corte costituzionale le leggi elettorali, così che non si rischi di andare a votare (come è successo nel 2008 e nel 2013) sulla base di una legge incostituzionale; la promessa di una nuova legge costituzionale (rinviata peraltro ad un indeterminato futuro) che preveda referendum propositivi e di indirizzo e altre forme di consultazione popolare.
  7. Tuttavia questi aspetti positivi non sono tali da compensare gli aspetti critici di cui si è detto. Inoltre, se il referendum fosse indetto – come oggi si prevede – su un unico quesito, di approvazione o no dell’intera riforma, l’elettore sarebbe costretto ad un voto unico, su un testo non omogeneo, facendo prevalere, in un senso o nell’altro, ragioni “politiche” estranee al merito della legge. Diversamente avverrebbe se si desse la possibilità di votare separatamente sui singoli grandi temi in esso affrontati (così come se si fosse scomposta la riforma in più progetti, approvati dal Parlamento separatamente). Per tutti i motivi esposti, pur essendo noi convinti dell’opportunità di interventi riformatori che investano l’attuale bicameralismo e i rapporti fra Stato e Regioni, l’orientamento che esprimiamo è contrario, nel merito, a questo testo di riforma.

Francesco Amirante, magistrato;
Vittorio Angiolini, Università di Milano Statale;
Luca Antonini, Università di Padova;
Antonio Baldassarre, Università LUISS di Roma;
Sergio Bartole, Università di Trieste
Ernesto Bettinelli, Università di Pavia
Franco Bile, Magistrato
Paolo Caretti, Università di Firenze
Lorenza Carlassare, Università di Padova
Francesco Paolo Casavola, Università di Napoli Federico II
Enzo Cheli, Università di Firenze
Riccardo Chieppa, Magistrato
Cecilia Corsi, Università di Firenze
Antonio D’Andrea, Università di Brescia
Ugo De Siervo, Università di Firenze
Mario Dogliani, Università di Torino
Gianmaria Flick, Università LUISS di Roma
Franco Gallo, Università LUISS di Roma
Silvio Gambino, Università della Calabria
Mario Gorlani, Università di Brescia
Stefano Grassi, Università di Firenze
Enrico Grosso, Università di Torino
Riccardo Guastini, Università di Genova
Giovanni Guiglia, Università di Verona
Fulco Lanchester, Università di Roma La Sapienza
Sergio Lariccia, Università di Roma La Sapienza
Donatella Loprieno, Università della Calabria
Joerg Luther, Università Piemonte orientale
Paolo Maddalena, Magistrato
Maurizio Malo, Università di Padova
Andrea Manzella, Università LUISS di Roma
Anna Marzanati, Università di Milano Bicocca
Luigi Mazzella, Avvocato dello Stato
Alessandro Mazzitelli, Università della Calabria
Stefano Merlini, Università di Firenze
Costantino Murgia, Università di Cagliari
Guido Neppi Modona, Università di Torino
Walter Nocito, Università della Calabria
Valerio Onida, Università di Milano Statale
Saulle Panizza, Università di Pisa
Maurizio Pedrazza Gorlero, Università di Verona
Barbara Pezzini, Università di Bergamo
Alfonso Quaranta, Magistrato
Saverio Regasto, Università di Brescia
Giancarlo Rolla, Università di Genova
Roberto Romboli, Università di Pisa
Claudio Rossano, Università di Roma La Sapienza
Fernando Santosuosso, Magistrato
Giovanni Tarli Barbieri, Università di Firenze
Roberto Toniatti, Università di Trento
Romano Vaccarella, Università di Roma La Sapienza
Filippo Vari, Università Europea di Roma
Luigi Ventura, Università di Catanzaro
Maria Paola Viviani Schlein, Università dell’Insubria
Roberto Zaccaria, Università di Firenze
Gustavo Zagrebelsky, Università di Torino

 

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Buon Governo, Siena (1338-1339)

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Buon Governo, Siena (1338-1339)

(foto da mailing list culturale, S.D., archivio GrIG)

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  1. Arpia
    maggio 6, 2016 alle 5:44 pm

    Renzi come si muove fa’ danno. Era cosi’ interessante all’incontro in Germania che ha in futuro una carriera da comico o modello! Se non fossero seri tutti i disastri che fa’ sarebbe solo una macchietta. Un paese governato senza ne capo ne coda, un treno in corsa senza controllo. Paese dove i giovani e per la prima volta i vecchi che possono scappano. Mi auguro che la gente capisca l’importanza del referendum e non permetta queste cose senza senso e dannose.

  2. maggio 8, 2016 alle 7:59 am

    E’ proprio vero: qualsiasi cosa fai sbagli, specialmente quando si toccano interessi personali di certe categorie. Forse ai promotori della lettera andava meglio la politica precedente che, prima di procedere ad una qualsiasi riforma, si avvaleva di costose consulenze, gruppi di studio, commissioni per poi non concludere nulla. Io personalmente sono dell’avviso che l’importante é fare: se poi non tutto é perfetto c’é sempre tempo per i miglioramenti.

    • Occhio nudo
      maggio 9, 2016 alle 10:10 am

      Si sta parlando di una riforma della nostra Costituzione, non di riordinare l’armadio di casa, e l’importante non è fare ma fare bene, nell’interesse di tutti noi e di chi verrà dopo di noi.

  3. Arpia
    settembre 13, 2016 alle 11:06 pm

    Un mio amico mi ha segnalato un articolo su repubblica del quale ho solo letto l’intro.
    Ancora uno us di mezzo a cercare di influenzare la politica anche dei paesi europei, come Obama in Uk, dove e’ stato invitato dal PM dell’epoca, con discorso gia’ scritto. Ha dato fastidio a tanti e ora in Italia la cosa si ripete. Ovviamente come fatto in Japan us hanno interesse a cambiare la costituzione, certo che l’Italia fa comodo dal punto di vista bellico e geografico. Come ho gia’ commentato c’e’ una forte spinta us in eu ovviamente non solo in eu. Ma ho letto anche che Di Maio paragona Renzi a Pinochet, un paragone che io feci in un vecchio commento! Io dissi che ricordava la politica neoliberal del leader Cileno e la ripetuta propaganda del fare al popolo per migliorare la situazione mentre si distruggeva il popolo come in Cile.

  4. ottobre 6, 2016 alle 2:54 pm

    ma siamo sicuri che l’Italia abbia bisogno di una riforma costituzionale di tale genere?
    Non sono altre le priorità?

    A.N.S.A., 6 ottobre 2016
    Boom di italiani che vanno all’estero, in 107mila nel 2015: + 6,2%.
    Sono in maggioranza giovani provenienti. La metà preferita è la Germania. Le regioni con maggiore emigrazione Lombardia e Veneto: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2016/10/06/boom-di-italiani-che-vanno-allestero-in-107mila-nel-2015-62_4c2cc239-215f-4f12-9a0f-0c3f7970a857.html

    ___________________________

    da Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2016
    Italiani all’estero, aumenta il numero degli espatriati: 107mila nel 2015. Ad andarsene sono soprattutto gli under 35.
    Presentato il rapporto della Fondazione Migrantes. La fascia tra i 18 e i 34 anni è la più rappresentata: 36,7%. Germania e Regno Unito le mete preferite, poi Svizzera e Francia. Nel complesso resta maggioritaria l’emigrazione meridionale, ma cresce quella dal Nord: Lombardia e Veneto sono le regioni che registrano il maggior numero di partenze. In dieci anni, i connazionali residenti in Paesi stranieri sono passati da 3 a 4,8 milioni: un incremento che sfiora il 55%. Mattarella: “Abbandonare il Paese è talvolta più un segno di impoverimento che non una libera scelta”: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/06/italiani-allestero-aumenta-il-numero-degli-espatriati-107mila-nel-2015-ad-andarsene-sono-soprattutto-gli-under-35/3078784/

  5. Mara
    novembre 13, 2016 alle 4:24 pm

    Da Maggio a oggi ho cercato di capire questa riforma, tentando sinceramente di non avere preconcetti. Ma è UN DISASTRO! La ferma volontà di votare NO, per il VERO bene del Paese, mi è venuta infine leggendo il libro di Gustavo Zagrebelsky “Loro diranno noi diciamo”. Spiegato egregiamente anche ad un ignorante costituzionale (!) come me e con un confronto finale diretto, Legge su Legge. Ciascuno di noi deve assolutamente convincere tutti: parenti ed amici, se no, ascoltando solo le bugie che giornalmente scodellano stampa e tv, la maggioranza voterà si. E allora saranno veramente cavoli amari per tutti.

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