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Un briciolo di buon senso e di sensibilità potrebbe far molto.


Cagliari, parco pubblico "Siro Vannelli"

Cagliari, parco pubblico “Siro Vannelli” (foto Sardinia Post)

 

A Cagliari è stato inaugurato nei giorni scorsi un nuovo giardino pubblico, un parco giochi dedicato a quella splendida persona che è stata il botanico Siro Vannelli.   Bene, una nuova area di verde pubblico può solo far bene in città.

Però, avrebbe dovuto esser destinato, secondo le promesse fatte ai familiari e alle associazioni di tutela, preliminarmente ai bambini e ragazzi autistici.

E invece no.

Se il Comune di Cagliari tornasse sui suoi passi, con un pizzico di buon senso e di sensibilità, potrebbe far molto con poco.

Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

Cagliari, parco "Siro Vannelli"

Cagliari, parco “Siro Vannelli”

 

da Sardinia Post, 31 gennaio 2016

Nessun parco giochi per i ragazzi autistici. L’occasione perduta dal comune di Cagliari.  (Giovanni Maria Bellu)

Eravamo tutti molto contenti. Come lo può essere chi vede risolto un problema che gli complica la vita. Stavamo per avere il nostro parco. Un luogo dove andare a trascorrere con i nostri figli qualche ora la domenica o il sabato mattina, qualche pomeriggio libero durante la settimana. Sì, la cosa può apparire strana. Noi viviamo a Cagliari (ma sarebbe lo stesso se vivessimo a Palermo o a Milano: è un problema nazionale) e a Cagliari ci sono tanti parchi: Monte Urpinu, Monte Claro, Terramaini. Cagliari, come ha sottolineato il sindaco Massimo Zedda inaugurando il nuovo parco della Fonsarda, è una delle città d’Italia con più spazi verdi.

Il fatto è che noi siamo genitori di ragazzi autistici.

L’esistenza dell’autismo è nota a tutti. Di cosa si tratta, molto meno. L’idea che ne hanno le persone che non ci convivono, spesso si fonda su informazioni confuse. Alcuni ritengono che i ragazzi autistici siano molto intelligenti, ma isolati dal mondo. E’ l’idea che è stata diffusa da un film, Rain Man. Che però raccontava una forma di autismo minoritaria. Ma non c’è una forma di autismo ‘maggioritaria’. C’è una moltitudine di situazioni diverse. Ci sono ragazzi autistici che si fanno male da soli, che compiono gesti autolesionistici. Altri che hanno una affettività ‘normale’, solo che non sanno parlare. Hanno un forte ritardo mentale. In altri tempi, meno ipocriti, venivano chiamati ‘scemi’. Di solito lo ‘scemo del paese’ era un autistico non diagnosticato.

L’elemento che accomuna le persone affette da autismo, è che hanno bisogno di essere accudite continuamente. Non sono autonome. Infatti, noi genitori di ragazzi autistici conviviamo con l’incubo di cosa sarà di loro quando non ci saremo più.

Nel frattempo c’è la vita quotidiana. I luoghi dove andare. I parchi, appunto.

Mio figlio Ludovico, che è un ragazzo autistico di 17 anni, per niente aggressivo, per fortuna non autolesionista, solo che non sa parlare e ha un forte ritardo mentale, ama correre. Salire sugli scivoli, giocare con le altalene. Fin quando ha avuto 14 anni abbiamo passato ore e giorni così.

Da un paio d’anni molto meno. Ludovico è diventato grande, fisicamente grande. Anche se è come un bambino piccolo. Ma gli altri bambini piccoli e ‘normali’ non lo sanno. E nemmeno i loro genitori. Quando sale sullo scivolo o sull’altalena, si crea un certo clima di apprensione. I genitori dei bambini piccoli hanno paura che quel ragazzo-bambino possa inavvertitamente fare male ai loro figli.

Da due anni non andiamo più a Monte Claro. Non andiamo più nei parchi pubblici, se non la mattina molto presto o, a volte, la sera prima che chiudano. Andiamo in macchina, fino a certi percorsi in campagna. Corriamo lì, dove non possiamo far male a nessuno. A volte non c’è il tempo per arrivare sui monti di Dolianova. Allora camminiamo per la città. O, quando va bene, ci fermiamo in certi parchetti scalcinati, troppo malmessi per i bambini ‘normali’ e i loro genitori. Ce n’è uno al Cep, un altro alla periferia di Sestu. L’altalena – sistemata su uno sterro – è quasi sempre libera. Sempre libera quando è piovuto e per salirci devi guadare una pozzanghera.

Per questo eravamo tutti contenti quando abbiamo saputo che il comune di Cagliari stava per aprire il nuovo piccolo parco della Fonsarda. Un parco che nasceva dal recupero di un’area che per anni era rimasta chiusa al pubblico. Era prima il giardino del brefotrofio, poi la pertinenza di un parcheggio per le auto dei dipendenti che lavoravano in certi uffici della Provincia.

Da tempo avevamo comunicato al sindaco Massimo Zedda e all’assessore Paolo Frau che c’era l’esigenza di un parco dove i nostri figli potessero andare. Così, quando abbiamo saputo che forse era stato trovato, siamo andati subito a vederlo. E’ successo molti mesi fa. E l’assessore Frau ci ha fatto da guida. Abbiamo dato dei suggerimenti. C’erano certe zone pericolose, certe piante con le spine, certe pozze d’acque. Bisognava recintarle. E’ stato fatto. Forse si riferisce a questo il sindaco quando oggi, nella sua pagina Facebook, scrive:  “Uno spazio che è stato progettato pensando anche alle richieste arrivate nel tempo da associazioni e genitori che convivono con l’autismo perché possa essere un giardino per tutti”. Già, il problema è che tutti i giardini sono di tutti. Nessuno è per i disabili.

Quando ieri siamo andati all’inaugurazione del parco eravamo certi che sarebbe stato detto che quel luogo era per i nostri figli. Attenzione: non esclusivamente per i nostri figli, ma preliminarmente per i nostri figli. Che, cioè, era quel luogo sempre sognato dove i nostri figli sono i cittadini e gli altri sono gli ospiti. Un luogo straordinario per noi, ordinario per le persone ‘normali’. Si trattava di dire che – in quel piccolo e unico luogo – si ribaltava l’ordinaria gerarchia della titolarità: a chiedere ‘permesso’ non dovevano essere i nostri figli. Nessuno doveva chiedere permesso. Ma chi andava in quel parco doveva sapere che era prima di tutto frequentato da strani bambini-uomini. E che chiunque poteva portare i suoi figli ‘normali’ sapendo che c’era, nel parco, questa ricchezza. Qualcosa da spiegare, da raccontare, ai bambini ‘normali’ per renderli uomini. Per ‘educarli alla diversità’. Come Siro Vannelli, il botanico a cui è stato dedicato il parco, educava alla diversità delle piante.

Il quartiere della Fonsarda è pieno di cemento. Ed è un quartiere abitato da persone anziane. Questo un po’ lo immaginavamo, ma il sindaco Massimo Zedda ce l’ha confermato perché ha tenuto a dirlo nel discorso che ha fatto per l’inaugurazione del parco. E, in effetti, alla sobria cerimonia, assistevano molte persone anziane. Contente di avere quello spazio verde sotto casa.

E il “nostro” parco? Niente. Quello deve ancora attendere. Ci siamo rimasti malissimo. Addirittura l’assessore Paolo Frau – sicuramente senza intenzione di offendere, sicuramente per errore, perché in tutta questa vicenda è stato, a parte la sua conclusione, sempre disponibile e quasi accudente  – a un certo punto ha detto che questo nuovo parco era stato realizzato in mondo da essere godibile ‘anche’ dai bambini disabili. Ma questo vale, e ci mancherebbe altro, per tutti i parchi! Non ho mai visto un cartello con su scritto: “Vietato l’accesso ai disabili”. Non c’è bisogno di alcun cartello. A seconda della disabilità, basta un gradino troppo alto, una fontana troppo bassa. O, semplicemente, basta che ci siano altri bambini troppo piccoli con i loro genitori apprensivi e disinformati.

Ci siamo rimasti malissimo. Abbiamo chiesto spiegazioni. Non più al sindaco, non più all’assessore. Che avevano avuto da noi un quadro chiarissimo della situazione e dell’esigenza e hanno evidentemente fatto una scelta. Una scelta politica. Perché sono proprio questi piccoli luoghi, in queste zone di confine tra il giusto e l’opportuno, che si rivela una certa o una cert’altra concezione del mondo. Hanno scelto, ci è stato spiegato, di introdurre ‘gradualmente’ l’idea di questa destinazione del parco. A noi pareva, invece, che fosse opportuno dirlo subito. Perché nei luoghi si creano prassi, abitudini. Dopo è molto più difficile cambiare.

Abbiamo chiesto ad altri che assistevano alla cerimonia. I più esperti e avveduti – quelli che la sanno lunga – ci hanno detto, come se fosse un’ovvietà, che fare un parco per bambini autistici sarebbe stato, in fondo, un modo di fare una specie di ghetto: un ‘parco ghetto’ per autistici. Perché, a quanto pare – quello era l’ambiente, quelle erano le persone – nemmeno a sinistra è chiara la nozione fondamentale secondo cui l’eguaglianza non è trattare tutti allo stesso modo. Lo è quando le situazioni sono uguali. Ma trattare in modo uguale situazioni diverse non è uguaglianza. E’ il suo esatto opposto. Ed è questa la ragione per cui un piccolo evento come questo ha una valenza politica.

Nessuno chiama ‘porte-ghetto’ gli accessi per i disabili. Nessuno definisce ‘protesi-ghetto’ gli auricolari per i sordi. Nessuno chiama ‘bestie-ghetto’ i cani dei ciechi. Chissà perché dovrebbe diventare ‘un ghetto’ un luogo, l’unico luogo, dove dei ragazzi autistici possono giocare senza timori.

Eravamo contenti quando siamo arrivati, eravamo dispiaciuti e delusi quando siamo andati via. Non sappiamo se torneremo in quel parco. Forse sì. Ma dovremo essere noi a spiegare questa storia. Gli anziani delle Fonsarda, probabilmente, staranno a sentirla. Anche i genitori dei bambini ‘normali’. Forse troveremo un modo di convivere. Ma l‘avremo fatto da soli. Come sempre.

 

(foto Sardinia Post, S.D., archivio GrIG)

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  1. capitonegatto
    febbraio 4, 2016 alle 2:50 pm

    Credo che tutti i bambini , autistici e non , debbano essere insieme e godere del parco giochi. Questo aiuta a convivere , e alla formazione degli adulti in primis ,e dei bambini , al rispetto del diverso suo malgrado. No alle separazioni e no a ghetti.

  2. Occhio nudo
    febbraio 4, 2016 alle 5:32 pm

    Piena solidarietà a questo padre, così sincero e coraggioso, e al suo ragazzo-bambino che ama giocare con l’altalena. Facile dire “no ai ghetti”, tutti sanno già tutto, naturalmente tutto ciò che è “politicamente corretto”, ma nessuno ascolta, nessuno osserva con un briciolo di attenzione la realtà, che è molto più complessa di come vorremmo disegnarla. Ha ragione Bellu quando scrive che l’uguaglianza non è trattare tutti allo stesso modo, ma garantire le stesse opportunità, come la banale fruizione di un parco pubblico. Le Istituzioni dovrebbero ricordarlo, se non per umanità e sensibilità, almeno per conti elettorali.

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