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Impianti fotovoltaici in zona agricola: diritti degli agricoltori e obblighi nei confronti dell’Unione Europea.


bosco e girasoli

bosco e girasoli

Anche sulla rivista giuridica online Lexambiente, (“Impianti fotovoltaici in zona agricola: i diritti degli agricoltori e gli obblighi nei confronti dell’Unione Europea“), 16 ottobre 2013.

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campo di grano

campo di grano

Negli ultimi tempi, accade sempre più spesso che gran parte del territorio destinato, dagli strumenti urbanistici, all’attività agricola, sia utilizzato per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, attività che, secondo la sua natura, dovrebbe invece essere svolta in aree industriali. Ciò comporta, inevitabilmente, una profonda modifica del territorio e una riduzione degli spazi destinati allo svolgimento di una delle attività economiche più diffuse in Italia che, negli anni, hanno permesso al nostro Paese di garantire prodotti di qualità e di eccellenza.

Peraltro, tale modifica si è resa possibile con l’introduzione in Italia della possibilità di realizzare impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili anche nelle zone classificate agricole dai vigenti piani urbanistici, come prevede l’art. 12, comma 7, del d. lgs. 29 dicembre 2003, n. 387 “Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità”.

Lo stesso art. 12 del d. lgs. 387/2003 precisa che nell’ubicazione degli impianti da fonti rinnovabili, “si dovrà tenere conto delle disposizioni in materia di sostegno al settore agricolo, con particolare riferimento alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, alla tutela della biodiversità, così come del patrimonio cuturale e del paesaggio rurale di cui alla legge 5 marzo 2001, n. 57, artt. 7 e 8, nonché del d. lgs. 18 maggio 2001, n. 228, art. 14”.

In linea generale, però, il nostro ordinamento ammette la realizzazione di impianti fotovoltaici anche nelle zone agricole, come ha confermato la recente sentenza del Consiglio di Stato, Sez. V, n. 4755 del 26 settembre 2013, la quale risulta particolarmente interessante, oltre che nella parte in cui esamina alcuni aspetti fondamentali legati alla legittimazione ad agire dei ricorrenti, anche nella parte in cui affronta e analizza nel merito le richieste degli stessi.

La pronuncia trae origine dal ricorso al T.A.R. Veneto proposto dal proprietario e dall’affittuario di un’area agricola coltivata a cereali, limitrofa ad un terreno interessato dalla realizzazione di un impianto fotovoltaico, nel comune di Canaro, nonché dalla Federazione Coldiretti del Veneto.

Il T.A.R. Veneto, Sez. II, con la sentenza n. 1439 del 23 novembre 2012, dichiarava il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione attiva dei ricorrenti, ritenendo la loro condizione insufficiente a fondare la legittimazione ad agire, in quanto il danno lamentato non era rappresentato da questioni attinenti alla “vicinitas”, quali disturbi alle colture provocate dall’impianto, ma atteneva a tematiche generali, quali l’impatto sul microclima o il ridimensionamento delle aree agricole destinate all’agricoltura (come ricordato dal Consiglio di Stato).

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4755 del 26 settembre 2013, riconoscendo la legittimazione attiva dei ricorrenti, chiarisce come la peculiarità della vicenda consista esclusivamente nel fatto che “nella specie la normativa vigente consente un suo utilizzo diverso da quello (agricolo) ordinariamente ammesso dalla disciplina urbanistica dettata dalla legislazione statale e regionale e dagli atti della programmazione urbanistica comunale” pertanto, ritiene il Collegio, “la problematica della legittimazione ad agire avverso gli atti che autorizzano la collocazione in zona agricola di un impianto per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, da realizzare, di norma, in zona industriale, non può essere affrontata in termini diversi da quelli nei quali è ordinariamente impostata la problematica della legittimazione ad agire avverso atti autorizzativi di interventi edilizi”.

Ammesso, quindi, che l’installazione di un impianto di produzione di energia da fonti rinnovabili comporterebbe una modifica dell’area equiparabile a quella conseguente alla realizzazione di un intervento edilizio, la legittimazione ad agire in giudizio contro gli atti autorizzativi dell’impianto, deve essere riconosciuta in virtù del criterio della “vicinitas”, in base al quale è “legittimato ad agire chiunque si trovi in rapporto (…) di stabile e significativo collegamento, da indagare caso per caso, del ricorrent con la zona il cui ambiente si intende proteggere” (Cons. St. 31 luglio 2012, n. 4331, 31 marzo 2011, n. 1979).

Nel caso in questione, il Consiglio di Stato ha ammesso che le persone fisiche ricorrenti  “agiscono sulla base di una situazione concreta riconducibile alla nozione di “vicinitas” in quanto rispettivamente proprietario ed affittuario di un terreno situato nelle vicinanze di quello interessato dal progetto di cui si discute, per cui sono titolari di una posizione differenziata, potenzialmente lesa dall’utilizzo a scopo edificatorio del terreno della resistente”. Anche l’interesse dei ricorrenti è palese, ad avviso del Collegio, posto che “la collocazione di un impianto sostanzialmente industriale, e comunque certamente estraneo all’attività agricola, in zona destinata all’agricoltura incida sull’andamento dell’attività, appunto, agricola, influendo sui prezzi dei terreni ed impedendo le normali sinergie che devono crearsi fra gli imprenditori attivi nella stessa zona omogenea.

Per quanto riguarda, invece, la legittimazione attiva della Federazione Coldiretti del Veneto, anche in tal caso, il Collegio ritiene che la “finalità statutaria della tutela, dello sviluppo e della valorizzazione dell’attività agricola, posta alla base dell’azione della ricorrente”, la renda titolare di una situazione giuridica differenziata che la legittima all’impugnazione di atti autorizzativi che, sottraendo ampi spazi di terreno all’agricoltura, permettono un uso del territorio in contrasto con lo sviluppo dell’attività economica della quale tutelano gli interessi.

Per quanto riguarda, invece, il merito della questione posta alla base del ricorso, il Consiglio di Stato, ritenendo di doverlo approfondire, riconosce carattere derogatorio alla norma dettata dall’art. 12, comma 7, del d. lgs. 387/2003, e chiarisce che la stessa “è stata introdotta proprio per consentire in via eccezionale, dietro l’impulso della normativa europea (direttiva 2001/77/CE), la costruzione in zona agricola di impianti che per loro natura sarebbero incompatibili con quest’ultima”.

Tuttavia, pur ritenendo il Collegio, corretto quanto affermato dai ricorrenti relativamente al contrasto tra la collocazione dell’impianto in zona agricola e quanto previsto dall’art. 44 della legge regionale del Veneto 23 aprile 2004, n. 11, nonché dall’art. 30 delle norme tecniche di attuazione del piano regolatore generale del Comune di Canaro nella parte in cui individuano gli interventi ammissibili in zona agricola, conclude respingendo tale tesi, poiché la norma di cui all’art. 12 del d. lgs. 387/2003 costituisce, più che espressione di un principio, attuazione dell’obbligo assunto dalla Repubblica nei confronti dell’Unione Europea di rispetto della normativa dettata da quest’ultima con la richiamata direttiva 2001/77/CE”, conseguentemente, “la stessa vincola l’interpretazione della pur sopravvenuta legge regionale del Veneto 23 aprile 2004, n. 44 (in realtà è la n. 11, si tratta indubbiamente di un refuso, n.d.r.), che non può essere intesa nel senso dell’implicita abrogazione della norma statale”.

avv. Claudia Basciu

pannello fotovoltaico

pannello fotovoltaico

qui la sentenza Cons. Stato, sez. V, 26 settembre 2013, n. 4755

(foto C.B., S.D., archivio GrIG)

  1. Laura
    ottobre 22, 2013 alle 9:47 am

    Interessante disamina della sentenza ad oggetto: impianti di energia rinnovabile in aree agricole, dalla quale si evince che le sorti della sentenza a favore della realizzazione dell’impianto sono da ricollegarsi quasi completamente alla pianificazione urbanistica che già a monte destinava alcune aree agricole a questa tipologia d’uso, da connettere alla direttiva europea che ha introdotto tale possibilità. Detto questo sarebbe da dimostrare che l’impianto non causa effetti negativi sulle produzioni agricole secondo il concetto di “vicinitas”, poichè il variare del microclima, al quale segue anche la modifica nel drenaggio delle acque e della stessa infiltrazione potrebbe incidere in modo rilevante sui terreni in adiacenza. Ma parrebbe che il punto fondante della sentenza sia da collegarsi alla pianificazione urbanistica e alla destinazione d’uso dei territori esistente, forse non appropriata viste le resistenze manifestatesi.

  2. Mauro Mudadu
    ottobre 22, 2013 alle 12:19 PM

    Molto bene si scrive di impianti di trasformazione di energia e di impatto ambientale come evidenziato dal principio della vicinitas cioè gli interessi soggettivi dei vicini del podere, trasformato in officina elettrica, che vedono cambiare in maniera importante, per oltre venti anni, l’aspetto e sicuramente le peculiarità ambientali del territorio circostante e sicuramente anche gli assetti energetici ed economici fino ad allora in equilibrio tra gli agricoltori di quel territorio. Sarebbe interessante sapere di quale tipo d’impianto fotovoltaico si sta trattando, è un sistema che soddisfa l’auto consumo dell’azienda agricola o permette all’agricoltore di essere un’officina elettrica e quindi di ottenere una resa economica dal mercato dell’energia invece che dal mercato agroalimentare? Nel primo caso sarebbe bastato installare il sistema, a pannelli fotovoltaici, sopra le strutture esistenti o in quelle necessarie alla conduzione dell’azienda agricola e quindi senza aggredire il terreno produttivo agricolo; nel secondo caso invece ritengo che si tratti di speculazioni terriere per la trasformazione di energia che al contempo trasforma l’agricoltore in imprenditore dell’energia elettrica che invece può e deve fare ciò che vuole, regole permettendo, dove è richiesta l’energia elettrica e non in piena campagna dove invece occorrono quantità di energia elettrica sicuramente inferiori ai processi industriali o al terziario o agli insediamenti civili. L’agricoltura e gli imprenditori agricoli devono poter meglio gestire le loro risorse interagendo con i sistemi limitrofi senza stravolgere il loro scopo principale cioè quello di produrre derrate alimentari e dai sottoprodotti produrre anche altri beni ed utilità per la società umana e più in generale per il mondo animale e vegetale e quindi anche trasformare i loro sottoprodotti in energia ma che questa non diventi il loro unico scopo e utilità per i territori agricoli solo momentaneamente da loro condotti cioè fin quando decideranno di essere agricoltori e non da speculatori di terreno agricolo a vantaggio di avventure iper tecnologiche che non faranno più utilizzare quei terreni per lo scopo agricolo per tanti decenni futuri.

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