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Cagliari, 1943. La libertà sulle ali delle bombe.


 

 

Cagliari, durante la seconda guerra mondiale, ha sopportato pesanti bombardamenti a tappeto da parte delle forze aeree anglo-americane con i bombardieri B 17 (le “fortezze volanti”) ed i caccia pesanti Lightening P38 a doppia fusoliera.

Devastanti i bombardamenti del febbraio e del maggio 1943.

A causa dei soli bombardamenti del febbraio 1943 morirono, secondo le cifre ufficiali, 416 cagliaritani, mentre feriti e dispersi furono varie migliaia.   Molti dispersi erano semplicemente polverizzati.   La città venne distrutta all’80%.  Nel maggio 1943 circa 45 mila cagliaritani abbandonarono la città che rimase praticamente deserta.

Nel 1950 venne decorata con medaglia d’oro al valor militare.

Moltissime vittime furono bambini, tipici “obiettivi militari” contro i quali si scagliarono gli attacchi aerei alleati.   Come, purtroppo, è accaduto quasi sempre.

La storia si ripete.

Qui ci sono due storie di bambini, qui anche altre, solo una è a lieto fine, visto che – seppure con molta fatica – ha potuto raccontarla settant’anni dopo.

Eppure la conoscenza di quanto è accaduto non ha impedito che queste cose continuino anche ai nostri giorni.

Fossi anche un vice-dio minore ritornerei all’antico Testamento ed eliminerei violentemente, con una pioggia di fuoco o con rane velenose, parecchi di questi costruttori di tritacarne per bambini.

Almeno ci sarebbero un po’ di liberatori, kamikaze e tragici errori in meno.

Stefano Deliperi

* Wanda, bambina cagliaritana, Cagliari, febbraio 1943 – “Avevo da poco compiuto sette anni. Alla fine di febbraio, quando arrivavano le incursioni dei bombardieri anglo-americani, ormai non suonavano più neppure le sirene degli allarmi. 

I ciechi, presso i punti di osservazione sonora, non facevano più in tempo ad avvertire la Milizia che si doveva occupare di questo. Allora cercavano di avvertire la popolazione sparando tre colpi di cannone. 

Ma il cielo era già pieno di aerei e bombardavano. E dopo aver bombardato, scendevano a mitragliare quelli che non erano riusciti a raggiungere i rifugi e scappavano per le strade. 

Cagliari, quartiere Villanova (visto dal Bastione di St. Remy) dopo i bombardamenti del febbraio 1943

Cagliari, quartiere Villanova (visto dal Bastione di St. Remy) dopo i bombardamenti del febbraio 1943

Alla stazione ferroviaria avevano ucciso così molte persone in attesa del treno per sfollare verso i paesi dell’interno. 

Vicino a casa mia, in via Pergolesi, nello spiazzo davanti alle case dei Pilato, c’era un rifugio e tutti quelli che potevano scappavano lì. 

Era fine febbraio, durante un’incursione scappai da casa mia terrorizzata e scesi in strada. Corsi a perdifiato verso il rifugio di via Pergolesi, tanta gente, donne, bambini, qualche anziano correvano gridando. 

Poi non ricordo più nulla. Mi sono svegliata dopo un po’ di tempo, sentivo le guance e le spalle bagnate. 

Mio padre riuscì a trovarmi e mi portò di corsa, in mezzo a macerie, urla della gente, lamenti di feriti, fino all’Asilo delle Suore di Carlo Felice (quartiere Villanova, in via Macomer, n.d.r.).   Lì avevano allestito un ospedale di fortuna, proprio dove ero andata a scuola fino a qualche giorno prima, quando avevano dovuto chiuderla. 

C’era un medico assistito da una suora mi cucì molti punti in testa, da sveglia, perché non c’era alcuna anestesia. 

C’era un altro ospedale di fortuna presso il Convento di S. Domenico. Anche quello aveva sul tetto un’enorme croce rossa in campo bianco (all’Asilo era dipinta nel cortile), per essere facilmente riconosciuto dai bombardieri. 

Non era un obiettivo militare e doveva essere risparmiato anche secondo le leggi di guerra. Così avevano detto a tutti. 

Ma anche allora c’erano le “bombe intelligenti” e venne completamente distrutto dagli americani. Morirono decine e decine di cagliaritani, molti già feriti, che credevano di essere al sicuro. 

Solo per un puro caso mio padre non volle andare a S. Domenico, pensava che ci fossero già tanti feriti, e ci siamo salvati”.

 

 

* bambino vietnamita ignoto, My Lai, marzo 1968 – Il 16 marzo 1968 la compagnia C venne impiegata in un’operazione del tipo “search and destroy”.   L’obiettivo era il 48° battaglione viet cong che, secondo informazioni del comando americano, aveva base nel villaggio segnato sulle mappe militari con il nome di My-Lai.

All’avvicinarsi del 1° e del 2° plotone alcuni abitanti del villaggio tentarono di fuggire e furono eliminati. Il 2° plotone scagliò bombe a mano nelle capanne e uccisero quanti ne uscirono, violentarono e trucidarono le ragazze, poi raccolsero gli abitanti e li fucilarono. Mezz’ora più tardi raggiunsero un villaggio vicino, Binh Tay, dove i soldati dopo aver commesso altre violenze, radunarono una ventina di donne e bambini: uccisero tutti a sangue freddo. Il 1° plotone, comandato dal tenente Calley, aveva fatto irruzione nella parte sud My Lai sparando a chiunque tentasse la fuga, violentando le donne, abbattendo il bestiame, distruggendo il raccolto e le case. superstiti furono condotti vicino ad un canale di scolo, il tenente Calley ed i suoi uomini aprirono il fuoco sui contadini inermi.

Cagliari, Chiesa di S. Anna bombardata, 1943

Miracolosamente un bambino di 2 anni si alzò piangendo, lo stesso Calley lo spinse indietro e gli sparò. Arrivo il 3° plotone. I soldati finirono i superstiti, appiccarono il fuoco alle case, uccisero il bestiame ancora vivo, raccolsero infine donne e bambini e li uccisero.

Furono uccise tra le 172 e le 347 persone: vecchi, donne e bambini. Nel rapporto militare fu scritto che erano stati uccisi 90 viet cong e nessun civile.

Tutto questo sarebbe finito lì se due giornalisti, assegnati al plotone di Calley, non avessero assistito al massacro. Poco alla volta la notizia trapelò, l’Esercito indagò sulle voci circa il massacro, ma senza troppa convinzione e concluse che non fosse necessaria l’apertura di un’inchiesta.

Un soldato, Ridenhour, cominciò ad interessarsi della vicenda. Fece in modo di parlare con Bernhardt, un soldato della compagnia C che si era rifiutato di prendere parte al massacro. Ridenhour, tornato in patria, scrisse una lettera con tutte le prove raccolte e la spedì a 30 esponenti politici. Il rappresentante al Congresso dell’Arizona, Udall, fece pressioni sull’esercito.

Sei mesi più tardi il tenente Calley fu accusato di omicidio. Calley era un ragazzo come tanti altri, richiamato alle armi, seguì un affrettato corso di addestramento che lo lasciò impreparato al vuoto morale che regnava in Vietnam. Non fu in grado di controllare i suoi uomini e di resistere alle pressioni dei suoi superiori che volevano un “conteggio dei corpi” sempre più alto.

Il problema era che il tenente Calley ed i suoi uomini non riuscivano a trovare neanche un viet cong, le battute degli americani erano così rumorose che si sentivano a chilometri di distanza. Durante i pattugliamenti, poi, i suoi uomini finivano sempre per cadere in qualche trappola. In febbraio, durante un’azione, la compagnia cercò di penetrare a My Son, ma il reparto si trovò circondato da trappole mortali. Durante la missione successiva finirono in un campo minato. Gli uomini che accorrevano in aiuto dei compagni feriti non facevano altro che provocare altre esplosioni, nell’aria volavano brandelli di carne. Andò avanti così per due ore, 32 uomini rimasero feriti o uccisi. Il 4 marzo la compagnia fu presa di mira da un mortaio, 10 giorni dopo, 48 ore prima dell’attacco a My Lai, 4 uomini furono dilaniati da un ordigno esplosivo. In 32 giorni la compagnia C (circa 100 elementi) aveva perso 42 uomini senza mai vedere il nemico.

Vietnam, Cavalleria dell'Aria statunitense, 1965

Vietnam, Cavalleria dell’Aria statunitense, 1965

Una notte uno dei soldati fu catturato.  La compagnia lo aveva sentito urlare per tutta la notte a 7 km di distanza. Urlava così forte perché era stato spellato vivo e poi immerso nell’acqua salata.

Il processo contro il tenente Calley divise il paese in due fronti contrapposti. La giuria si ritirò in camera di consiglio il 16 marzo 1971, riconobbe Calley colpevole dell’omicidio di almeno 22 civili e lo condannò ai lavori forzati a vita. Con la revisione del processo la pena fu ridotta a 20 anni e poi a 10, fu infine liberato sulla parola nel 1974 dopo tre anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari. Le accuse furono estese ad altri 12 tra ufficiali e soldati. Nessuno fu condannato.

Eppure a My Lai furono trucidati solo civili. Cento trovarono la morte in un canale di scolo, uno era un bambino di 2 anni (da http://guerravietnam.blogspot.com/2006/06/il-massacro-di-my-lai.html).

 

Vietnam, Trang Bang, Kim Phuc e altri bambini in fuga dal napalm, 1972

(foto da mailing lists storiche)

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  1. febbraio 18, 2013 alle 1:25 pm

    Mia nonna era a Cagliari durante i bombardamenti. Faceva l’infermiera e l’ostetrica. Si è salvata per miracolo. Mi hanno detto che quando ha raccontato dell’attacco, ha ripetuto tante volte che la prima bomba l’hanno lanciata sull’ospedale civile. Lei era li ma è sopravvissuta.

  2. febbraio 18, 2013 alle 6:00 pm

    dal sito istituzionale web del Comune di Cagliari

    “Viaggio al termine della notte 1943-2013” per non dimenticare.
    In occasione del settantesimo anniversario dei bombardamenti su Cagliari durante la Seconda Guerra Mondiale, tre mesi di eventi e appuntamenti con la città di ieri, oggi e domani: http://www.comunecagliarinews.it/news.php?pagina=8373

  3. febbraio 23, 2013 alle 3:07 pm

    Reblogged this on Il blog di Fabio Argiolas.

  4. Paul T
    settembre 2, 2013 alle 10:41 am

    ^^^^C’era un altro ospedale di fortuna presso il Convento di S. Domenico. Anche quello aveva sul tetto un’enorme croce rossa in campo bianco (all’Asilo era dipinta nel cortile), per essere facilmente riconosciuto dai bombardieri.

    Non era un obiettivo militare e doveva essere risparmiato anche secondo le leggi di guerra. Così avevano detto a tutti. ^^^^

    I am sorry but if you are suggesting that the Americans deliberately targetted a hospital you know next to nothing about the realities of bombing in 1943. The Cagliari authorities were deceiving their citizens by even painting such crosses. I suggest you do some reading.

    apologies for this being in English. Feel free to reply in Italian.

    • settembre 2, 2013 alle 3:15 pm

      buonasera Paul,
      nell’articolo è riportata la testimonianza di una cagliaritana, allora bambina, che nel 1943 ha subito i bombardamenti alleati su Cagliari.
      Racconta la sua testimonianza e non dice che gli americani abbiano bombardato volontariamente gli edifici adibiti a ospedale, ben riconoscibili per la “croce rossa” sui tetti. Dice che le bombe sono comunque cadute anche lì, dove non c’erano installazioni militari.
      E credo che sia innegabile.
      La vicenda dei bombardamenti alleati su Cagliari è abbastanza studiata e vi sono numerosi testi in proposito, alcuni esempi:
      * P. Piludu (a cura di), “Cagliari, 1943. La guerra dentro casa”, Aipsa (2013);
      * A. Ragatzu – U. Crisponi, “Cagliari, 1943. Dai bombardamenti allo sbarco alleato”, Japan Consulting (2003);
      * A. Monteverde – E. Belli, “Guerra! La Sardegna nella seconda guerra mondiale”, Aksòs Edizioni (2003).

      ———————-

      good evening Paul,
      the article shows the testimony of a child, Cagliari, then who in 1943 suffered the Allied bombing on Cagliari.
      Tells her testimony and does’nt say that Americans have voluntarily bombarded buildings used as hospital, well recognized by the “Red Cross” over the rooftops. Says that the bombs are still falling over there too, where there were no military installations.
      And I think it’s undeniable.
      The story of Allied bombing on Cagliari is quite studied and there are numerous texts in context, for example:
      * P. Piludu (a cura di), “Cagliari, 1943. La guerra dentro casa”, Aipsa (2013);
      * A. Ragatzu – U. Crisponi, “Cagliari, 1943. Dai bombardamenti allo sbarco alleato”, Japan Consulting (2003);
      * A. Monteverde – E. Belli, “Guerra! La Sardegna nella seconda guerra mondiale”, Aksòs Edizioni (2003).

  5. Terrae
    novembre 18, 2015 alle 8:36 am

    Il ragazzino che poi divenne mio padre era a Cagliari il giorno del bombardamento.
    Forse anche per questo, ogni volta che passo per Stampace mi soffermo, commosso, a leggere la targa commemorativa apposta presso la Cripta di Santa Restituta in cui si rifugiarono tanti Cagliaritani.

  6. roberto
    febbraio 20, 2018 alle 9:45 am

    La libertà sulle ali delle bombe, se una di queste bombe ti liberava , cambiavi opinione.

  1. novembre 17, 2015 alle 9:17 pm
  2. febbraio 17, 2019 alle 12:33 pm

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