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Energia da biomasse e biocarburanti, problemi ambientali aperti.


Sardegna, foresta mediterranea

Che la produzione di energia da biomasse e i biocarburanti non fossero esenti da gravi problematiche ambientali è ormai un dato acquisito.  Un po’ di prudenza è doverosa.

Gruppo d’Intervento Giuridico

da www.salvaleforeste.it

Scozia: fermate le biomasse! (6 febbraio 2012)

In una lettera aperta al governo scozzese, numerose associazioni tra cui Friends of the Earth ha invitato il governo scozzese ad accantonare il proprio progetto di centrale a biomasse. Secondo le associazioni, queste sono destinate a creare una  “domanda massiccia” di legname dal sud-est degli Stati Uniti. Le associazioni, tra cui Save America’s Forests e il Center for Biological Diversity dell’Arizona, hanno sollevato dubbi sull’origine sostenibile del legname.

“Abbiamo analizzato i piani del progetto di centrali a biomassa Forth Energy, destinato a bruciato 5,3 milioni di tonnellate di biomasse all’anno – spiega la lettera delle associazioni – Quasi il 90 per cento di questa biomassa sarebbe di importazione, e il 75 per cento di essa proverrà dalla Florida. Questo vuol dire che circa 3,6 milioni di tonnellate di biomassa saranno esportate dalla Florida agli impianti di Forth Energy. Una domanda di legname così massiccia non può non avere serio un impatto sulle foreste del sud degli Stati Uniti, e sulle imprese che già utilizzano quel legname”. La lettera conclude: “Date le enormi quantità di legname che Forth impianti energetici brucerebbe – la maggior parte del quale sarà importato dalle nostre foreste -, l’inefficienza della generazione elettrica da biomassa, ne recenti conclusioni scientifiche che smentiscono la neutralità carbonica delle centrali a biomasse, l’impatto delle emissioni sulla salute umana, e l’inaffidabilità dei sistemi di certificazione forestale – chiediamo al governo scozzese di accantonare il progetto Forth Energy di centrali a biomasse”. La lettera si aggiunge alle proteste dell’opposizione de delle comunità locali.

Brasile, foresta pluviale

La ‘caccia alla terra’ per i biocarburanti minaccia i poveri del mondo (13 febbraio 2012)

Negli ultimi dieci anni, oltre 40 milioni di ettari di terreno nei paesi in via di sviluppo sono stati acquisiti da imprese per la produzione di biocarburanti. Lo segnala un nuovo studio pubblicato dalla International Land Coalition. Il rapporto esamina esclusivamente le grandi acquisizioni di terreni, che tra il 2000 e il 2010 ammontano a 200 milioni di ettari di terreno: di questi, gli autori hanno individutato 71 milioni di ettari dedicati agli agrocarburanti. Il più interessante risultato del rapporto, intitolato “Land Rights and the Rush for Land: Findings of the Global Commercial Pressures on Land Research Project è che la produzione alimentare riguarda meno di un quinto delle acquisizioni di terreni. Quasi il 60 per cento era invece finalizzato alla produzione di biocarburanti.

Il rapporto sottolinea come, mentre i grandi investimenti in agricoltura possono apportare benefici alla popolazione, i progetti di colture energetiche “hanno maggiori probabilità di causare problemi per le fasce più povere della società, che spesso perdono l’accesso alla terra e alle risorse che sono essenziali per il loro sostentamento”. Il motivo? I contadini poveri spesso non hanno diritti formali sulla terra che tradizionalmente utilizzato. D’altro canto, i benefici delle colture energetiche favoriscono di solito inclinazione le élite locali. “La competizione per la terra sta diventando sempre più globale e più diseguale. Una governance debole, la corruzione rampante e la la mancanza di processi decisionali trasparenti sono i fattori chiave delle grandi acquisizioni. Questo significa che i benefici vanno a vantaggio di pochi, mentre i poveri si trovano a pagare costi elevati” spiega Madiodio Niasse, della International Land Coalition.  “Mentre per i governi -formali proprietari dei terreni – è facile affittare grandi aree agli investitori, i benefici per le comunità locali e perfino per le casse pubbliche sono spesso minimo – aggiunge il co-autore Lorenzo Cotula, dell’International Institute for Environment and Development. – Per questo è necessario che alle comunità povere ad siano riconosciuti forti diritti sulla terra in cui hanno vissuto per generazioni.” Il rapporto osserva che, mentre gli accordi commerciali internazionali offrono protezione giuridica ai grandi investitori, c’è ben poca protezioni per i piccoli contadini, che raramente possono permettersi di un avvocato. Inoltre, secondo il rapporto, i governi sono soliti favorire i grandi progetti agro-industriali, rispetto all’agricoltura su piccola scalai, l’agricoltura industriale su piccola scala.  Sebbene la “spoliazione ed emarginazione dei poveri delle campagne non sia una novità”, l’attuale corsa alla terra sta accelerando e intensificando la gravità del problema.
“C’è ben poco tra le transizioni studiate che non meriti appieno l’appellativo di ‘land grabbing'”, ossia la corsa all’accaparramento delle terre, aggiunge Michael Taylor, della International Land Coalition.
Il rapporto si conclude con una serie di raccomandazioni tra cui il riconoscimento dei diritti consuetudinari alla terra e alle risorse delle popolazioni rurali, l’aumento della trasparenza nel processo decisionale, lo sviluppo di strategie agricole basate sulla promozione dei coltivatori diretti, oltre ad assicurare il rispetto dei diritti umani,  dell’ambiente e delle risorse idriche.  Questo rapporto, scritto da esperti di agraria, che porta, è il culmine di un progetto triennale di ricerca che ha riunito quaranta membri e partner di ILC per esaminare la, driver caratteristiche e gli impatti e le tendenze del rapido aumento pressioni commerciali a terra. Il rapporto esorta vivamente i modelli di investimento che non comportano grandi acquisizioni di terre, ma piuttosto collaborare con gli utenti terra locali, rispettando i loro diritti sulla terra e la capacità dei piccoli agricoltori stessi a svolgere un ruolo chiave negli investimenti per soddisfare il cibo e richieste di risorse del futuro.  Le conclusioni del rapporto si basano su studi di caso che forniscono gli indizi delle realtà locali e nazionali, e sul monitoraggio continuo globale delle grandi occasioni terreni per i quali i dati sono soggetti ad un continuo processo di verifica. Ma mentre la ricerca e il monitoraggio continua, la presente relazione trae alcune conclusioni e le implicazioni politiche dalle prove che abbiamo già.

(foto da http://www.salviamoleforeste.it, S.D., archivio GrIG)

  1. Michele
    febbraio 18, 2012 alle 10:46 am

    Non solo la prudenza è doverosa ma per quanto riguarda la produzione di energia da biomasse forestali questa deve essere preliminarmente contestualizzata nell’ambito degli attuali indirizzi gestionali forestali indicati dal Piano Forestale Ambientale Regionale sull’uso sostenibile del territorio e la multifunzionalità delle foreste. In particolare le prescrizioni sull’uso sostenibile del territorio evidenziano la priorita’ della difesa e dello sviluppo del bosco che portano d’altra parte a riflettere proprio su alcune forme d’uso attuale e futuro tra le quali anche quelle per la produzione di energia. Le risorse naturali sono state sempre piegate alle sempre crescenti esigenze derivanti dall’incremento demografico e dal miglioramento delle abitudini di vita dell’uomo, comprese quelle alimentari. Ciò è avvenuto nel corso dei millenni ed ha avuto una sua logica finchè è servito per il sostentamento dell’uomo. Ma quando il processo di trasformazione ha interessato territori con difficili condizioni stazionali (elevate pendenze e suoli di modesta consistenza e stabilità) quali quelle diffusamente verificabili in gran parte delle aree collinari e montane della nostra Isola, la residua fertilità dei terreni si è esaurita più rapidamente e la sua reintegrazione non è potuta avvenire a causa, appunto, di tali difficili condizioni ecologiche. Da ciò evidentemente scaturisce l’attuale assetto dei boschi in Sardegna dei quali proprio a causa di quanto evidenziato meno della metà sono rappresentati da boschi cosidetti “alti”, restando tutti gli altri ascrivibili (Fonte Inventario Forestale Nazionale) alla voce “altre terre boscate”, ovvero boschi bassi e radi, boscaglie, arbusteti e macchie. Considerato che i soprassuoli di conifere mediterranee, puri e misti, e di conifere e latifoglie, sono il prodotto di lunghi e costosi lavori di sistemazione forestale finalizzati ad un migliore assetto idrogeologico, lo stato di efficienza dei soprassuoli per le produzioni legnose ed energetiche, la difesa idrogeologica, le funzioni igienica e paesaggistica, è attualmente ridotto a causa delle anomalie, rispetto alla norma selvicolturale tipica di ciascun tipo forestale, nella composizione, struttura, densità e stato della rinnovazione. Se e’ noto che questa generale condizione è attribuibile in prevalenza agli incendi che ancor oggi rappresentano la principale minaccia, ai tagli che in passato sono stati condotti al di fuori delle regole e che hanno provocato o la semplificazione dell’originaria foresta di specie quercine in soprassuoli più elementari (cedui semplici e matricinati) o addirittura la loro trasformazione in pascoli erbacei nonchè al pascolo eccessivo in relazione alla produttività del sistema e alle delicate fasi di evoluzione del bosco, accanto a tali forme d’uso notevoli rischi tuttora possono venire proprio dalle cosidette “nuove” forme di utilizzo, per esempio per la produzione di energia, da non ben controllati scopi turistici e dall’incremento delle trasformazioni per infrastrutturazioni a prevalente carattere urbanistico (costruzioni edilizie di vario genere e viabilità). Prima di guardare alla produzione di energia dalle biomasse forestali occorre assicurare un pieno rispetto del patrimonio forestale. Vista la ripartizione delle superfici forestali, si può tentare di valorizzare questo patrimonio solo compatibilmente con le condizioni ecologiche del territorio stesso. Il bosco deve essere considerato non solo macchina biologica atta a produrre legname ed energia ma anche per le utilità indirette fornite da esso alle comunità in termini di conservazione e difesa idrogeologica del territorio grazie alla regimazione delle acque di scorrimento superficiale ed al contenimento dell’erosione, di conservazione della composizione atmosferica, di conservazione del paesaggio e di valorizzazione di un’economia sempre più rispettosa dell’ambiente. Nel territorio regionale il bosco può svolgere e, come detto, in parte già svolge queste fondamentali funzioni ma per poterle pienamente espletare deve possedere un’elevata efficienza. Secondo i criteri guida della “selvicoltura sistemica” si devono valutare le nuove esigenze della società ma, al tempo stesso, si devono fare i conti con la consapevolezza che ogni intervento è la conseguenza di quello precedente ed il presupposto di quello successivo e che prima di tutto occorre salvaguardare la funzionalità del sistema.

  2. Alba
    febbraio 20, 2012 alle 12:25 pm

    è ovvio che dobbiamo prestare attenzione a non esaurire anche le fonti bio, per le biomasse dovremmo concentrarci sui rifiuti, come fa Belvedere spa che nel comune di Peccioli (PI) ha aperto una discarica dove produce energia da biomasse e da altre fonti rinnovabili.

  3. marzo 8, 2012 alle 2:55 pm
  4. Gigo
    aprile 26, 2012 alle 2:19 pm

    Pienamente d’accordo con l’intervento fatto dall’utente Alba, se tutti gli impianti di smaltimento in Italia producessero energia come fa la Belvedere spa, potremmo forse smettere di importare energia dall’estero

  5. dicembre 22, 2012 alle 10:20 am

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