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Stiamo perdendo i nostri fiumi.


Apecchio, torrente in ambito appenninico

 

I corsi d’acqua sono realtà delicatissime.

Spesso, le alterazioni che vengono apportate dall’uomo hanno bisogno di tempi lunghissimi per essere  riassorbite e cicatrizzate.

A volte il danno all’habitat fluviale è permanente e non può essere recuperato in alcun modo così, pian piano, un pezzetto per volta, si perdono biotopi unici e con loro le popolazioni animali e vegetali che li caratterizzano.

E’ il caso del fiume Biscubio in Apecchio, piccolo centro montano della Provincia di Pesaro e Urbino.

Circa 35 anni fa furono realizzati degli argini lungo il corso del fiume, all’interno del centro abitato e per qualche chilometro a monte e a valle del paese.

Anziché operare nell’area golenale, dove esistevano già gli antichi argini, si trattò il fiume come se fosse un canale artificiale, cioè scavando il materiale direttamente nell’alveo, ammucchiandolo poi fuori.

Di fatto il fiume fu costretto nel letto di magra dai nuovi argini e le aree di esondazione naturali furono in parte edificate.

L’escavazione in profondità distrusse il fiume.

I gorghi naturali furono cancellati, il bosco ripariale raso al suolo, pesci, anfibi e rettili spazzati via.

Il fiume per anni assunse l’aspetto di una strada di terra battuta.

Poi, in seguito sul sedimento mosso e accumulato in superficie dalle ruspe e scavatori si sviluppò una selva fitta di salici.

Dopo 35 anni la ferita è cicatrizzata solo nell’aspetto generale, il fiume come realtà biologica non si è mai ripreso,  forse per un recupero totale occorreranno altri cento anni, forse di più.

Da qualche anno, durante i periodi di siccità estiva, nella parte interessata all’epoca dai lavori, il corso d’acqua scompare completamente; nessuno ricorda una cosa simile, che appare addirittura inverosimile ai più anziani: lì prima c’erano dei gorghi, e ora solo sassi polverosi.

Fiume Biscubio in secca

 

Ovviamente un corso d’acqua che si asciuga completamente in certi punti, anche per un solo mese, cambia la sua realtà biologica.

Certo, oggi esistono pozzi di prelievo che prima non c’erano, ma è solo la parte che fu interessata dai lavori a scomparire mentre a monte o a valle, il fiume continua a scorrere anche nel periodo estivo.

Il dramma è che tutto questo non serve a creare una maggior consapevolezza.

All’epoca non esisteva il Ministro dell’ambiente.

Oggi invece si fanno “valutazioni di impatto ambientale” per poi continuare a fare esattamente gli stessi errori, perché più dell’acqua, più della fauna o del paesaggio e a volte sembra più della nostra stessa esistenza, contano gli affari e le ruspe che muovono la terra sono appunto affari … per qualcuno.

E’ il caso eclatante del progetto per la realizzazione di un gigantesco gasdotto che devasterà quasi l’intera penisola. 700 chilometri dalla Puglia all’Emilia Romagna.

Tutto sui crinali dell’Appennino, attraverso le aree più integre del Paese.

Una fascia di operazioni da eseguire con  mastodontici mezzi speciali, lunga 700 chilometri e larga 40 metri, uno scavo della profondità di 5 metri.

Non solo il fiume Biscubio verrà di nuovo stravolto, ma verranno coinvolti tutti i sui affluenti e non solo loro; quasi tutti i corsi d’acqua della provincia di Pesaro e Urbino verranno tranciati nel corso superiore, vicino alle sorgenti.

E questa devastazione interesserà varie regioni.

Fiume Biscubio, pozza d'acqua residua

Una follia.

Non conta il fatto che i tecnici della Regione Umbria, ad esempio, abbiano detto che in certi casi le aree naturali interessate non saranno in alcun modo recuperabili: comunque si procede.

C’è terra da muovere e SNAM rete gas che ha progettato “l’opera” dice che rimetterà “tutto a posto”, e che gli ecosistemi devastati dai lavori verranno “ripristinati”, come se si trattasse di una cantina da sgomberare e rimettere in ordine.

Le proteste dei comitati di cittadini, dei comuni, delle province e comunità montane non contano, anzi, magari certi enti aboliamoli in fretta.

Si procede prima di tutto con la distribuzione di “perline colorate”, “specchietti” e altri ammennicoli per qualche amministratore o residente in “disperato bisogno” e poi via, avanti si va; tanto poi non ci sono responsabili, come si è visto per i disastri recenti in Mugello: un danno spaventoso e ancora nessun colpevole.

E stavolta, chi pagherà questa catastrofe annunciata Signor Ministro dell’Ambiente?

Chi pagherà Signori Procuratori della Repubblica d’Italia?

Gruppo d’Intervento Giuridico, sedi regionali Marche e Umbria

Apecchio, crinale appenninico

(foto G.P., A.C., archivio GrIG)

  1. ottobre 4, 2011 alle 11:26 pm

    Se continueremo ad accettare impassibili l’inlegalità perderemo anche la vita.

    Benito Azzoni

  1. settembre 8, 2011 alle 7:35 pm
  2. settembre 19, 2011 alle 1:24 pm

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