Quell’acqua dal sapore di non so che…
L’Acqua San Martino per decenni ha rappresentato un vero e proprio prodotto d’eccellenza nel panorama delle acque minerali.
La società di gestione dello stabilimento, la San Martino s.r.l., è ormai fallita e la Città metropolitana di Sassari è “proprietaria delle fonti, dei terreni e degli immobili”.
Le indagini dei Carabinieri del N.O.E., su coordinamento della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari, han portato alla scoperta di un devastante sistema di scarico incontrollato di rifiuti e di sostanze varie.
Il suolo appare pesantemente contaminato e la bonifica ambientale non pare delle più semplici.
Ma in trent’anni nessuno ha visto nulla?
E i prescritti controlli ambientali dov’erano?
Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)
da La Nuova Sardegna, 21 settembre 2026
Rilevato arsenico 560 volte oltre i limiti, sepolti gli scarti di lavorazione: fanghi, diossine, cadmio, vetro e tonnellate di bottiglie di plastica. (Luigi Soriga)
Sassari Sopra c’erano le bottiglie, il vetro, le etichette, le bollicine di un’acqua che per generazioni è stata un pezzo di Sardegna. Sotto c’era altro. C’erano plastica e vetro sepolti, ceneri, rifiuti bruciati, fanghi scaricati direttamente sul terreno. C’era arsenico in concentrazioni fino a 560 volte superiori alla soglia di contaminazione. C’erano cadmio, berillio, vanadio. E c’erano diossine oltre quattordici volte il limite. Una specie di seconda San Martino, invisibile e clandestina, cresciuta centimetro dopo centimetro per trent’anni sotto quella conosciuta da tutti. È la fotografia scattata dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri di Sassari nello stabilimento dell’acqua di Codrongianos. I militari, che dipendono dal ministro dell’ambiente e hanno competenze giurisdizionali sulla provincia di Sassari, Nuoro, Olbia Tempio e parte di Oristano, hanno scritto 4 pagine, una serie di numeri e una definizione che non lascia dubbi: «Grave e diffuso inquinamento del suolo e del sottosuolo».
Gli accertamenti del Noe
Secondo gli accertamenti svolti dal Noe e dal consulente tecnico della Procura, le condotte contestate si sarebbero protratte dall’agosto del 1994 fino al 3 aprile 2025, giorno della dichiarazione di liquidazione giudiziale della società. Più di trent’anni. Il catalogo è semplice: abbandono, interramento e combustione di rifiuti plastici e vetrosi. E poi lo sversamento sul terreno dei fanghi prodotti dal processo di deferrizzazione dell’acqua. Tradotto: una bomba ecologica. Nelle viscere dello stabilimento della San Martino Srl si è sotterrato di tutto. E a questo punto arriva inevitabilmente la domanda: e l’acqua che abbiamo bevuto? Bisogna fermarsi ai fatti. Il documento del Noe parla di contaminazione del suolo e del sottosuolo. Non riporta un solo valore fuori norma riferito all’acqua minerale imbottigliata. Non contiene analisi delle sorgenti o dei pozzi di captazione che documentino contaminazioni. Non dice che la falda utilizzata dall’azienda fosse compromessa. E soprattutto non dice che arsenico, diossine o le altre sostanze trovate nel terreno siano finiti nelle bottiglie. Gli 11.243 milligrammi di arsenico, dunque, sono stati misurati nel terreno, non nell’acqua. È una differenza enorme. Insomma non è detto che per trent’anni i sardi abbiamo bevuto “veleno”. Ci sono anche due elementi rassicuranti. Le sorgenti si trovano a distanza dalle aree dello stabilimento inquinate e sulle acque venivano eseguiti periodicamente controlli dell’Istituto zooprofilattico di Sassari. Ma per trasformare questa rassicurazione in una certezza servono le carte: i risultati di quelle analisi e la ricostruzione idrogeologica del sito. Perché sotto terra la distanza non è sempre quella che appare in superficie. Conta dove passa la falda, quanto è profonda, quali rocce attraversa, in quale direzione scorre e se esiste una comunicazione fra l’area contaminata e l’acquifero delle sorgenti. Ed è qui che la storia potrebbe avere ancora qualche pagina da scrivere. Per mettere invece nero su bianco questo scempio ambientale, è bastato scavare.
I veleni interrati
Nel magazzino di produzione il terreno è mescolato ai rifiuti per uno spessore che arriva a un metro e mezzo: 500 mq interessati, tra 500 e 750 mc di materiale. Nella pineta i rifiuti scendono fino a un metro sotto terra e occupano una superficie tra 300 e 400 mq. Nel magazzino di stoccaggio sono stati trovati rifiuti interrati e ceneri di combustione fino a 50 centimetri di profondità. Poi ci sono i numeri della chimica. Le diossine e i furani raggiungono nell’area del magazzino di produzione i 144 nanogrammi I-TEQ per chilo. Il limite è 10: più di 14 volte tanto. Nel depuratore l’arsenico arriva a 86,83 milligrammi per chilo contro una soglia di 20. Nell’area delle cisterne e della produzione sale a 1.270,90. Oltre 60 volte il limite. Ma il record sta altrove. È nell’area del deferrizzatore, proprio dove venivano scaricati i fanghi. Arsenico: 11.243 milligrammi per chilo. Il limite è 20. Parliamo di 560 volte di più. Nello stesso terreno il berillio arriva a 27,63 milligrammi contro un limite di 2; il cadmio a 64,79 contro 2; il vanadio a 119,77 contro 90.
L’inchiesta: due indagati
Per decenni San Martino aveva raccontato tutt’altra geologia. Quella buona. L’acqua che attraversa le rocce, raccoglie minerali, acquista quel sapore così particolare. Adesso la geologia presenta il conto dall’altra parte. E il conto passa ai tribunali. I giudici e le carte, ora, provano a rimettere in fila i nomi e le responsabilità del disastro. La Procura di Sassari metterà sotto accusa la gestione storica della società, iscrivendo nel registro degli indagati Giovanni e Luca Simula, gli amministratori delegati che si sono avvicendati al timone della “San Martino Srl” dal 1994 fino al giorno del fallimento. L’atto dei carabinieri del Noe è piombato come una tegola sui tavoli dell’Assessorato regionale all’Ambiente, del Comune di Codrongianos, della Città Metropolitana e del Ministero, tracciando la rotta per una battaglia legale inevitabile. Con tutta probabilità saranno proprio gli enti locali a doversi costituire parte civile in un futuro processo, a difesa di un territorio ferito. Ma il vero nodo adesso è chi pulirà questo scempio. La legge parla chiaro: gli oneri di bonifica e messa in sicurezza spettano a chi ha inquinato, e il Comune si appresta a firmare l’ordinanza a carico degli ex amministratori e della curatela fallimentare. Se i privati non pagheranno, dovranno farlo le casse pubbliche, rivalendosi poi sul patrimonio sequestrato.
L’inchiesta. La San Martino era l’acqua dei sardi: iperminerale e salata, dava “dipendenza”.
Residuo fisso da record: anche il marchio “Gatorade” pare ne fosse innamorato.
Sassari Ci sono acque che dissetano, acque che scivolano via senza lasciare traccia e poi c’era la San Martino. Chiamarla semplicemente “acqua” è sempre stato un eufemismo. Chiunque sia cresciuto da queste parti ne conosce la vera natura: un elisir minerale, una specie di brodo primordiale effervescente sgorgato dall’altopiano di Codrongianos. Provate a offrirla a un turista ignaro al secondo giorno di vacanza. Troppo sapida, troppo minerale, troppo gassata, troppo tutto: “Ma è acqua di mare?”. Perché la San Martino era la regina incontestata delle acque iperminerali d’Europa.
Per capire di cosa parliamo, basta fare un ripasso della geografia delle bottiglie: ci sono le acque minimamente mineralizzate (residuo fisso sotto i 50 mg/l), le classiche oligominerali leggere da passeggio (tra 50 e 500 mg/l), le mediominerali (tra 500 e 1500 mg/l) e infine la categoria pesi massimi delle acque ricche di sali minerali, dette appunto iperminerali (sopra i 1500 mg/l). Ecco, la San Martino non si limitava a superare l’asticella: la polverizzava con un residuo fisso da capogiro compreso tra i 2.800 e i 3.100 milligrammi per litro. Un’impronta chimica formidabile, scolpita da oltre 2.400 mg/l di bicarbonati, quasi 400 mg/l di calcio e circa 300 mg/l di sodio. Tradotto in italiano corrente: bere una bottiglia di San Martino equivaleva a masticare un pezzo di roccia vulcanica. Eppure, si creava una dipendenza sottile, quasi religiosa. Chi ci faceva la bocca non poteva più tornare indietro.
Dopo due settimane di San Martino, qualsiasi altra acqua di marca sventolata in tv con la particella di sodio sembrava inevitabilmente acqua distillata per il ferro da stiro, un lavaggio gastrico privo di anima e di carattere. Entrava nelle case dei sardi scortata da un’aura di rispetto. Negli ospedali medici e infermieri la raccomandavano agli anziani scappati alla morsa del caldo estivo: “Un bicchiere di San Martino e la rimettiamo in sesto…”, come fosse una flebo salina con aggiunta bolle naturali. Certo, la mitologia popolare doveva pure pareggiare i conti. E così, accanto ai cultori della reintegrazione idrosalina c’era la fazione dei terrorizzati. “Non berla, ti vengono i calcoli renali grandi così”. Poco importava che la scienza ripetesse fino all’esaurimento che il bicarbonato i calcoli li previene, e che quel calcio lì è roba buona per le ossa e non per fare le cave nei reni. La vulgata aveva deciso: la San Martino era troppo forte per essere del tutto innocua. Si diceva persino che la Gatorade avesse spedito i suoi emissari in incognito per scovare il segreto di quella pozione magica made in Codrongianos, e volessero comprarla.
Nata oltre un secolo fa, la San Martino è stata la risposta sarda alle acque educate e leziose di pianura. Un’acqua ruvida, spavalda, indigesta al primo impatto e indimenticabile al secondo. Di quelle che se ti cadevano sui piedi ti bucavano le scarpe, ma che ti facevano sentire subito pronto per scalare di corsa il Gennargentu. Quando la notizia della chiusura si è diffusa, in Sardegna è scattato un lutto non ufficiale ma profondo. In bocca il sapore insipido di un’epoca evaporata per sempre. Perché la San Martino non era solo un marchio sulla tavola, ma un pezzo di Sardegna, un manifesto di carattere impresso sul vetro, la prova liquida della nostra ostinazione geologica. E alla fine l’epilogo più amaro: scoprire, dietro un simbolo di purezza e identità, le ferite lasciate alla terra.
Vincenzo Satta (Asl Sian): «Analisi non sempre perfette, ma nessun rischio per la salute».
Sassari Per trent’anni, mentre sotto lo stabilimento San Martino si accumulavano rifiuti e sostanze contaminanti, sopra c’era qualcuno che controllava l’acqua. Quattro volte l’anno, almeno. I campioni venivano prelevati con l’assistenza della Asl, affidati ai laboratori dell’Istituto zooprofilattico della Sardegna e i risultati comunicati al Sian, il Servizio igiene degli alimenti e della nutrizione. In più la San Martino commissionava ulteriori prelievi ai tecnici dell’Università e li spediva al ministero. È da tutte queste analisi che bisogna partire per rispondere alla domanda più semplice e più inquietante lasciata dagli scavi del Noe: che cosa abbiamo bevuto in tutti questi anni? Vincenzo Satta, direttore della struttura di Igiene degli alimenti e della nutrizione della Asl di Sassari, una risposta la dà. Nell’acqua grezza San Martino arsenico, ferro e manganese c’erano. Probabilmente per la natura stessa della falda. I loro livelli venivano però abbattuti attraverso la deferrizzazione e, spiega Satta, nell’acqua messa in commercio non sono emerse contaminazioni da arsenico. Questo non significa che in tanti anni sia sempre filato tutto liscio: ci sono state non conformità, problemi impiantistici e qualche anomalia microbiologica. Ma alla domanda che interessa chi quelle bottiglie le ha avute sulla tavola per una vita, Satta risponde senza troppi giri di parole: rispetto alle conseguenze sulla salute, «direi di sì, possono stare tranquilli».
Nei controlli effettuati negli anni sono mai emersi valori anomali o superamenti dei limiti?
«Sull’acqua da imbottigliare sono state evidenziate negli anni alcune “non conformità”, più che altro riconducibili alla gestione dell’impianto. Le sole anomalie recentemente emerse sono state di natura microbiologica. Da quando l’unica fonte di attingimento è diventata il pozzo Santu Antine è stata rilevata un’unica non conformità, causata da un problema al rubinetto utilizzato per il prelievo. Tale anomalia non è stata più riscontrata nel campione prelevato dopo il trattamento di deferrizzazione».
Ci sono mai state tracce di contaminanti?
«Nell’acqua sono sempre stati ritrovati ferro, arsenico e manganese, probabilmente per le caratteristiche naturali del territorio nel quale si trova la falda. Ciò è sempre emerso dalle analisi effettuate sull’acqua prima del trattamento che precedeva l’imbottigliamento. La concentrazione di tali elementi veniva infatti ridotta attraverso il trattamento di “deferrizzazione”, ammesso dalla legge». Come sono cambiati negli anni i valori dell’acqua? «La concentrazione dei diversi elementi presenti nelle acque imbottigliate per la vendita deve rimanere pressoché costante nel tempo, entro limiti di tolleranza definiti dalla normativa vigente. I prelievi periodici servono a verificare anche questo».
Ogni quanto venivano svolti i controlli? Come e dove venivano fatti?
«Tutte le acque minerali vengono campionate, ai fini del mantenimento dell’autorizzazione regionale, almeno quattro volte all’anno, una volta ogni stagione. I campioni venivano raccolti con l’assistenza del Servizio Igiene degli alimenti e della nutrizione della Asl e analizzati dall’Istituto zooprofilattico. I risultati venivano poi comunicati anche al Sian. A questo si aggiunge un’ulteriore attività di analisi, i cui risultati vengono inviati al solo Ministero della Salute».
Che distanza c’è tra la sorgente e l’impianto di imbottigliamento?
«La distanza tra il “pozzo 3 – Santu Antine” e gli impianti di imbottigliamento è nell’ordine delle decine di metri. Più distanti erano le sorgenti. È però evidente che l’acqua prelevata proviene da una falda molto più estesa, che non coincide con la sola area occupata dallo stabilimento».
I sardi affezionati all’acqua San Martino che l’hanno bevuta per decenni possono stare tranquilli?
«Rispetto alle temute ripercussioni sulla salute derivanti dall’aver bevuto l’acqua San Martino, direi di sì. Non sarebbe corretto dire che non siano mai state rilevate problematiche. Posso dire che la Asl di Sassari ha sempre messo in campo ogni strumento necessario per garantire la salute dei consumatori».
(foto da La Nuova Sardegna, S.D., archivio GrIG)






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