Dissalatori e piccole isole, qualche proposta.
Dopo l’intervento di Guido Riunno, che ha analizzato le proposte inerenti la realizzazione di dissalatori per risolvere una volta per tutte il problema idrico nelle Isole Eolie, ecco ora qualche proposta in proposito.
Ricordiamo che Guido Riunno è fotografo. Con l’associazione culturale Fuori Campo ha realizzato il progetto “Poche persone, molti segni” sull’isola di Alicudi, con mostra e concerto previsti a Lipari il 7 agosto 2026 presso il Centro Studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani.
Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)
Facendo ricerche e ipotesi vengono fuori sempre delle possibilità non viste, non previste e mai analizzate. La soluzione per un prossimo futuro. Reale e realizzabile. (Guido Riunno)
Quando si comincia a fare domande sui dissalatori delle Eolie — sui costi, sui tempi, sulle alternative — si finisce per trovare qualcosa che nessuno sembra aver cercato. Non perché fosse nascosto. Perché nessuno aveva ancora guardato in quella direzione.
La direzione è il mare. Non il mare come problema da gestire, come fonte di salamoia da smaltire, come limite logistico che rende tutto più complicato. Il mare come soluzione.
Esiste una tecnologia, brevettata in Italia nel 2022, che produce acqua potabile mentre la nave naviga. L’osmosi inversa avviene in movimento: l’acqua viene prelevata in mare aperto, filtrata, trattata, stivata. I tecnici sono a bordo — non arrivano con l’aliscafo quando il tempo lo consente. La nave si sposta da un’isola all’altra, porta l’acqua dove serve, quando serve.
Non è fantascienza. Il prototipo esiste, ormeggiato a Napoli. Lo ha costruito Marnavi — la stessa società che per decenni ha portato acqua alle isole con le navi cisterna — con fondi europei e in collaborazione con il CNR. Non ha mai ricevuto un contratto di servizio.
L’analisi che alleghiamo a questo articolo fa un passo ulteriore. Prende quella tecnologia, la combina con i sistemi di concentrazione della salamoia già operativi alle saline di Trapani — dove da anni si recuperano sale, idrossido di magnesio e altri minerali dalle acque di scarto — e calcola cosa succederebbe se questa soluzione integrata venisse applicata alle quattro isole Eolie più alla metà del fabbisogno di Lipari, che il suo impianto fisso non riesce più a coprire.
Il risultato è 3,2-4,2 euro al metro cubo. Contro i tredici euro e ottantanove centesimi che il Ministero della Difesa paga oggi per portare acqua da Napoli. La salamoia non viene scaricata vicino alla Posidonia: viene concentrata a bordo e consegnata alle saline dove diventa materia prima. I minerali recuperati valgono circa due milioni di euro l’anno.
Quanto ci vorrebbe per costruire una nave nuova, progettata fin dall’inizio per questo scopo? Tre anni. Forse meno, con una conversione di una nave esistente. Il contratto attuale con le navi cisterna scade a fine 2026. Se qualcuno decidesse oggi di bandire una gara diversa, la nave potrebbe essere operativa entro il 2028 o il 2029.
Non manca nessun componente tecnico. Il sistema di recupero della salamoia è già in funzione a Trapani. La tecnologia di produzione in navigazione esiste e funziona. I cantieri ci sono. Serve una partnership tra tre soggetti — un armatore, uno specialista del recupero minerali, un ente pubblico committente — e serve qualcuno che decida di guardare in quella direzione.
Finora nessuno lo ha fatto. Nessun documento pubblico disponibile attesta che questa soluzione sia mai stata formalmente analizzata o messa a confronto con le alternative.
Speriamo che questo articolo e l’analisi allegata contribuiscano a colmare questa lacuna.
(foto per conto GrIG, S.D., archivio GrIG)



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