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Salvaguardia della fauna selvatica, scienza o banali interessi personali?


Martin pescatore con i baffi di Guadalcanal con Chris Filardi, ricercatore che afferma d'averlo ammazzato a fin di bene

Martin pescatore con i baffi di Guadalcanal con Chris Filardi, ricercatore che afferma d’averlo ammazzato a fin di bene

Quali sono i limiti della scienza?

Non stiamo parlando di quella pretesa scienza che sconfina disinvoltamente nel fantasy, con la maestrìa del buon Roberto Giacobbo, il simpatico Kazzenger, o della fantarcheologia, che pure va per la maggiore in questa splendida isola nel bel mezzo del Mediterraneo.

E’ lecito ammazzare con la scusa-giustificazione della scienza un esemplare appartenente a una specie rara di altro animale?

Forse non è scienza, ma sono interessi personali, magari di carriera scientifica, che spingono ricercatori come Christopher Filardi, direttore del Pacific Program del Centro per la conservazione e la biodiversità del Museo di storia naturale di New York, ad ammazzare un povero rarissimo Martin pescatore con i baffi di Guadalcanal.

Di questa scienza possiamo fare anche a meno.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

da Il Corriere della Sera, 10 ottobre 2015

IL CASO. Scienziato trova e uccide un raro esemplare di «Martin pescatore».

Il «Martin pescatore coi baffi» è stato fotografato nella foresta di un’isola del Pacifico da un ricercatore che lo cercava da 20 anni. Lo ha ucciso per «il bene della scienza». (Elmar Burchia)

Assomiglia ad un buffo pupazzo. È bellissimo e molto enigmatico: il «Martin pescatore coi baffi di Guadalcanal» (Actenoides bougainvillei excelsus) è soprannominato anche l’«uccello fantasma», perché così raro. È una sottospecie che si può trovare solo a Guadalcanal, nelle isole Salomone nell’oceano Pacifico. Si stima che ce ne sono meno di mille esemplari. Un maschio di questa specie è stato visto pochissime volte e non era mai stato fotografato; erano state catturate solo due femmine negli anni Venti del secolo scorso e nel 1953. Poi il colpo di fortuna. A fine settembre, Chris Filardi, direttore del Pacific Program del Centro per la conservazione e la biodiversità del Museo americano di storia naturale a New York, ha sentito il caratteristico «kokoko-kiew», il richiamo dell’esemplare maschio, mentre si trovava in quelle foreste. Cos’ha fatto? Il biologo ha messo via il suo binocolo e lo ha fotografato. Un momento che attendeva da vent’anni. Tuttavia, non lo ha più rimesso in libertà.

Licenza di uccidere (nel nome della scienza).

In un primo momento, nel suo diario online sulla pagina del museo, Filardi non aveva specificato di aver abbattuto il volatile. Si è saputo giorni dopo, quando le foto del leggendario animale avevano già fatto il giro del Web. L’esemplare del «Martin pescatore coi baffi» è stato «raccolto per effettuare ulteriori studi», dice Filardi al sito The Dodo. La scelta di Filardi e della sua squadra hanno però diviso la comunità scientifica, fatto imbufalire gli animalisti e molti utenti di Internet. Alcuni ecologisti hanno criticato pesantemente «l’uccisione non necessaria» delle rara specie a fini di conservazione. Certo, grazie a Filardi ora sarà possibile descrivere e analizzare nel dettaglio il maschio del «Martin pescatore coi baffi di Guadalcanal». Marc Bekoff, famoso etologo e biologo evoluzionista, professore emerito all’Università del Colorado, spiega che l’uccisione di animali per il bene della scienza è una pratica fin troppo comune, alla quale, però, è il «momento di porre fine».

Benefici.

Nonostante le critiche, Chris Filardi difende la sua scelta: «Sebbene gli avvistamenti e le informazioni sull’uccello siano rari nella comunità ornitologica, l’uccello in sé non lo è (…) Non corre il pericolo di estinzione imminente». Le stime degli ecologisti dicono che ce ne sono tra i 250 e i mille esemplari. Prendere un esemplare da una popolazione (invece di fotografarlo soltanto) avrà importanti benefici, aggiunge il ricercatore. Si potrà effettuare un’accurata analisi e studiare l’impatto dell’uomo sulla sopravvivenza di questa specie. Insomma, ucciderne uno per salvarne mille.

 

Martin pescatore con i baffi di Guadalcanal

Martin pescatore con i baffi di Guadalcanal

(foto da Il Corriere della Sera)

 

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  1. Fantastico
    ottobre 16, 2015 alle 4:26 pm

    E’ abbastanza deludente la premessa (del tutto avulsa dalla notizia) sulla fantarcheologia o altro link: prima di pubblicarlo, siete mai andati a vedere il cv di D’Oriano? Vi siete mai chiesti se è un buon segno il fatto che siano sempre gli stessi da decenni (inclusi i decenni di scantinato dei giganti), che si valutino/giudichino loro stessi tra loro (altrimenti detta autoreferenzialità) e che di scientifico essi non abbiano niente (essendo puri umanistici o “umanisti” alla Renzie)? Non trovate quantomeno strano che non facciano mai (o quasi mai) pubblicazioni internazionali o che dei loro eventuali progressi non riportino nulla alla comunità scientifica internazionale?
    Considerate davvero spazzatura o pura fantasia o pazzia un documento come questo? https://sites.google.com/site/museoteti1/_/rsrc/1386849396751/config/customLogo.gif?revision=7
    Meglio che vi occupate (con grande competenza vi si dia atto) di questioni ambientali e paesaggistiche!

    • ottobre 16, 2015 alle 8:31 pm

      vede, signor Fantastico, il link che cita riguarda una spiegazione del concetto di “fantarcheologia”, cioè una “fanta-scienza”, una “non scienza” perchè non basata su metodologie scientifiche esaminate e riconosciute valide dalla comunità scientifica di riferimento.
      Nel caso dell’archeologia la comunità di riferimento è quella degli archeologi.
      Sembra anche banale, ma non possono essere medici o idraulici, seppure validissimi nel loro campo, a riconoscere la qualità di ricerche e studi in campo archeologico.
      L’intervista di cui al link (Sardinia Post, 28 giugno 2015) fatta dalla giornalista Francesca Mulas a Rubens D’Oriano, archeologo (non ebanista…), spiega di che cosa si tratta.
      Non le piace D’Oriano? Non le piace il suo curriculum?
      La cosa ha poco senso, così come ha ancor meno senso la foto che ha linkato. Che cosa sia e che valore abbia lo chieda a un archeologo 😉

      Stefano Deliperi

      • Fantastico
        ottobre 16, 2015 alle 8:57 pm

        Stefano. Grazie dell’attenzione sua che non merito di certo.
        Buona norma in una discussione sarebbe leggere e rispondere (se si riesce) ai quesiti posti. Evidentemente non vuole o puo’ farlo.
        Strano che continui a qualificare scientifico chi manco probabilmente ha mai studiato una materia scientifica! Ma si, un po’ di matematica e fisica si fa anche al classico!
        Stiamo ben alla larga dall’autoreferenzialita’ contro cui lei spesso egregiamente e con grande coraggio combatte!
        Il documento di cui al link e’ preso da un sito istituzionale di un museo validato dalla da lei acclamata comunita scientifica! Riesce perlomeno a vedere il simbolo del pugnale ad elsa gammata? Le ricorda qualcosa?
        Saluti

      • ottobre 16, 2015 alle 9:44 pm

        ribadisco il concetto, sig. Fantastico: non importa un fico secco di che cosa possa io dire su quell’immagine che ha linkato.
        Non ne so nulla e non lo deve chiedere a me.
        Se si tratta di qualcosa di “archeologico”, lo chieda a un archeologo, non a me. Non è la mia materia.
        Buona serata.

        Stefano Deliperi

  2. Terrae
    ottobre 16, 2015 alle 5:18 pm

    Conosco un altro esperimento scientifico di pari portata.
    Un arguto ricercatore nord europeo, volendo mettere alla prova le pulci nella loro attitudine al salto, ne sottrasse una piuttosto robusta dal pelo del suo cane e iniziò il suo esperimento, annotando diligentemente le sue osservazioni.
    Dunque, posta la pulce su una superficie sgombra attrezzata con un metro impartì il comando: “Pulce, zalta!”, e l’animaletto si produsse in un salto al limite del miracoloso subito annotato dallo scienziato.
    “Bene! Ora provare zenza una zampa”. Staccato l’articino alla bestiola le ordinò di saltare, e quella, diligentemente, saltò, un poco meno di prima, ma saltò.
    Eccitatissimo per il buon procedere del suo inedito esperimento, lo scienziato continuò staccando una zampina per volta, scoprendo che la lunghezza del salto si riduceva al decrescere del numero di zampine disponibili.
    Staccata anche l’ultima zampetta, lo scienziato impartì l’ordine: “Pulce, zalta!” Ma la bestiola rimase immobile, ferma, ferma.
    Lo scienziato, perplesso, ripartì nuovamente l’ordine, ma quella restava ferma con gli occhi straniti.
    Anche nei successivi, numerosissimi tentativi la pulce non rispondeva all’ordine del ricercatore.
    “Non ci sono dubbi, non può che ezsere cozì!” pensò quella mente eccelsa che, pregustando l’ammirazione e l’invidia dei propri colleghi, annotò la sua grande scoperta:
    “Le pulci zenza zampe sono zorde!”.

    Chiedo venia, ma non mi sembra molto diverso!

  3. max
    ottobre 16, 2015 alle 6:24 pm

    la presunzione umana spesso espressa propio da uomini di scienza ( i medici in primis) e’ il goffo tentativo di sostituirsi a dio quando lo si fa x la scienza e la metamorfosi nel maligno quando lo si fa per la propia vanagloria o cupidigia.

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