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Il giorno del ricordo.


Parenzo, cartolina d'epoca

Parenzo, cartolina d’epoca

In Italia dal 2005 (legge n. 92/2004) il 10 febbraio si celebra il giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’ esodo giuliano-dalmata negli anni ‘40 del secolo scorso.

Oltre 350 mila nostri connazionali furono costretti in un clima di violenza a lasciare le loro terre.

Una pesantissima e crudele pulizia etnica.  

Anche Trieste e il suo territorio furono interessati dal pesante clima di violenza.

Al clima di violenza, purtroppo di lunga data sulle rive dell’Adriatico, in precedenza, contribuì duramente anche il Governo italiano, con politiche vessatorie verso i residenti slavi.

Al di là delle politiche dei governi, spesso esacerbate da sciovinismo, chi ne ha pagato le tristi conseguenze sono state le persone comuni, senza alcuna difesa.

Conoscere, ricordare, è importante e fondamentale, per comprendere ed evitare che queste vicende si ripetano.

Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

P.S.   è importante informarsi, leggere, confrontare le tesi e le opinioni: solo la conoscenza e l’obiettività unita alla reciproca comprensione delle ragioni delle comunità e dei singoli permette di superare odi etnici che hanno avvelenato l’Europa per troppo tempo[1].

 

esodo giuliano-dalmata

esodo giuliano-dalmata

 

 

La storia di una ragazza italiana, di Parenzo.

Mafalda Codan nasce a Parenzo nel 1926. Verrà arrestata, a 19 anni, il 7 maggio 1945, a guerra finita, dalle truppe jugoslave. Sette suoi parenti saranno infoibati. Nella foiba di Vines presso Albona furono trucidati il padre di Mafalda, lo zio Michele Codan, i fratelli della madre Giorgio e Beniamino, un cugino materno Antonio. A seguito di questa tragedia, Mafalda, la madre e il fratello Arnaldo si rifugiarono a Trieste.

Scriverà un diario sulla sua drammatica detenzione.    Sopravviverà.   Sarà liberata solo nel 1949.

In seguito sarà maestra elementare. Morirà a Bibione il 12 febbraio 2013.

 

esodo da Pola

 

dal Diario di Mafalda Codan, in  Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia, Istituto Regionale per la Cultura Istriana – Unione degli Istriani, Bruno Fachin Editore, 1997, Trieste, ISBN 88-85289-54-1.

Il 7 maggio 1945 […] prendo un libro e vado in giardino. Appena uscita mi trovo davanti tre partigiani comandati da Nino Stoinich con il mitra spianato. Prima di tutto si rallegrano dell’orribile morte dei miei cari e poi mi intimano di seguirli. Vestita come sono, senza poter più né entrare in casa né salutare la mamma, devo seguirli. Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno salire su una macchina.[…] Prima sosta, Visinada. Mi portano sulla piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate, urlano, gesticolano, imprecano. S. mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno sfruttatore dei poveri, tutti cominciano a insultarmi, a sputacchiarmi, a picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte. […] A Santa Domenica mi portano davanti alla casa di Norma Cossetto, infoibata nel settembre del 1943, chiamano sua madre, vogliono farla assistere alle mie torture per ricordarle il martirio della sua Norma. La signora, nonostante le severe intimazioni, si rifiuta di uscire, la trascinano a forza sulla porta e, appena mi vede in quelle condizioni, cade a terra svenuta. […]
Siamo arrivati davanti a casa mia. […] Si raduna subito una folla scalmanata e urlante: il tribunale del popolo. Stoinich tira fuori un foglio e comincia a leggere le accuse: infondate, non vere, testimonianze false, imposte. Vedo i miei coloni e molte persone aiutate e mantenute gratis da mio padre. Non posso credere ai miei occhi, sono gli stessi che prima “veneravano” la mia famiglia e si consideravano amici, ora sono qui per condannarmi e gridare “a morte”. Sono diventati tutti un gregge di pecore, fanno ciò che è stato loro imposto di fare, ora seguono chi comanda, chi promette loro la spartizione delle terre dei padroni. Non posso stare zitta, urlo anch’io, non posso puntare il dito contro quelle bestie mostruose solamente perché ho le mani legate, li chiamo allora per nome, li accuso della morte dei miei cari, dei furti commessi, dei soprusi, dei debiti mai pagati…  e da accusata divento accusatrice. […]

Nell’ex dopolavoro mi attendono tre donne. Mi legano a una colonna in mezzo alla sala, a sinistra e a destra mi mettono due bandiere slave con la stella rossa e sopra la testa il ritratto di Tito.   È un druze grande e grosso che dà il via al pestaggio. Con tutta la sua forza comincia a percuotermi con una cinghia. Mi colpisce così forte sugli occhi che noti riesco più a riaprirli. Mi spiace perché ho sempre avuto il coraggio di fissare negli occhi chi mi picchiava. Le sevizie continuano, le donne mi colpiscono con grossi bastoni, con delle tenaglie cercano di levarmi le unghie ma non ci riescono perché sono troppo corte. Una scalmanata, con un cucchiaio mi gratta le palpebre gonfie, ferite e chiuse: “Apri gli occhi che te li levo” mi grida. […] Più tardi mi fanno fare il giro del paese legata a una catena come un orso, mi segue un codazzo di bambini divertiti. […] Arriva un carro, mi fanno salire, fanno correre il cavallo e io devo stare in piedi. Le continue scosse mi fanno cadere e, ogni volta, un colpo di mitra mi rialza. In quelle condizioni giro diversi paesi. […]

A Parenzo mi portano nel piazzale del Castello, ora caserma, dove sono radunati gli uomini. […] Quello che si scaglia furibondo contro di me è Ziri, un mio ex colono che ha avuto tanto bene da mio padre. Dice di essere felicissimo di vedermi in quelle condizioni e spera che tutta la famiglia sia distrutta per essere lui il padrone dei nostri campi.
[Nel castello di Pisino] Tutte le notti, un partigiano dalla faccia cupa e torva, entra nelle celle ed esce con qualcuno che non tornerà più. Quando al lume delle torce cerca sul foglio i nomi, gli occhi di tutti sono attaccati alla sua bocca e un brivido improvviso ci attraversa il corpo. Le urla di dolore di Arnaldo [il fratello diciassettenne, detenuto e torturato nel medesimo carcere] e degli altri suoi compagni di pena mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. […] Una notte la porta si apre e subito mi assale il terrore, questa volta sul foglio c’è anche il mio nome. […] Io vengo legata braccio a braccio con una giovane incinta. Ci conducono sullo spiazzo del castello dove ci attendono due camion già pieni di prigionieri, con i motori accesi. Ci caricano sul secondo, chiudono le sponde e vien dato l’ordine di partire. In quell’istante arriva di corsa un ufficiale con un foglio in mano e grida: “Alt! Mafalda Codan giù”. Mi sento mancare, tremo tutta […]. Il capo mi prende per un braccio, mi accompagna in una casetta di fronte al carcere, mi getta in una stanza buia e mi chiude dentro. […]

Al mattino gli aguzzini tornano felici di aver ucciso tanti nemici del popolo. Li hanno massacrati tutti. Uno entra nella mia nuova “residenza” e mi chiede: “Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare” […].
Una mattina un druze mi accompagna al Comando. Entro in un ufficio, dietro una scrivania siedono due uomini dall’apparenza civile, sono due giudici, uno indossa l’uniforme, l’altro è in borghese. “Hai visite” mi dicono, aprono una porta ed entrano quattro donne scalmanate. “Come? E’ ancora viva?” chiedono arrabbiate. “Perché non è “partita” con gli altri? “. Urlano, gridano, vogliono picchiarmi. I due capi glielo proibiscono. Mi accusano di cose inaudite e allora urlo anch’io e, anche questa volta, da accusata divento accusatrice, di cose vere però.

Da una frase detta dalle forsennate, capisco che, durante le perquisizioni e i furti perpetrati a casa mia, hanno trovato il mio diario. In un quadernone ho scritto infatti il calvario della mia famiglia iniziato con l’occupazione slavo-comunista del settembre 1943. Ho annotato tutto nei minimi particolari, ore, giorno, mese, avvenimenti, parole dette, tutto […] e completato con fotografie, documenti importanti e pezzi di giornale. Sono testimonianze che scottano, verità che non si possono negare, che fanno paura, è per questo che vogliono la mia morte.

Ora racconto ai giudici tutto quello che è stato fatto alla mia famiglia, cosa ho vissuto, faccio nomi, non riesco a tacere perché ho la coscienza a posto, so di essere innocente, non ho paura di nessuno. […] Da quell’istante la mia vita cambia. I due capi hanno capito che non ho fatto niente di male. […] Riacquisto subito la semilibertà, giro da sola senza la scorta di guardie armate e divento la donna di servizio della moglie di Milenko, uno dei capi.

È un giovane dalmata, laureato in legge, parla abbastanza bene l’italiano e il francese ed è molto umano. […] Mangio con loro e, alla sera, ritorno in prigione. Mi trattano umanamente, ma tra noi rimane pur sempre uri rapporto schiavo-padrone. […] Potrei scappare ogni giorno, ma i miei principi e la parola d’onore data, mi impediscono di farlo. Per nessuna cosa al mondo tradirci la fiducia delle persone che hanno creduto in me.

E intanto, pian piano, il grigio sconforto che mi aveva colmato il cuore e la mente negli ultimi mesi, comincia a dissiparsi.

 

 

Istria, Foiba di Terli, corpi estratti (Albina, Fosca, Caterina Radecchi, Amalia Ardossi)

Istria, Foiba di Terli, corpi estratti (Albina, Fosca, Caterina Radecchi, Amalia Ardossi)

 

 

Qui la storia di un ebreo italiano, di Fiume: Angelo Adam.

Qui la storia di tre sorelle: Fosca (17 anni), Caterina (19 anni) e Albina Radecchi (21 anni).

Qui la storia di Norma Cossetto (24 anni) e di Giovanni Radeticchio (sopravvissuto all’infoibamento).

Qui la storia di un prete di campagna (don Francesco Bonifacio, 34 anni)

 

 

(foto da mailing list sociale)


[1]  una bibliografia, per chi volesse approfondire:

  • AA.VV., “Istria nel tempo: manuale di storia regionale dell’Istria con riferimenti alla città di Fiume”, Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, 2006
  • Claudia Cernigoi, Operazione Foibe – Tra storia e mito, Edizioni Kappa Vu, Udine, 2005
  • Mafalda Codan, Diario di Mafalda Codan in: Mario Dassovich, Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia, Istituto Regionale per la Cultura Istriana – Unione degli Istriani – Bruno Fachin Editore – Trieste 1997 ISBN 8885289541
  • Paolo De Franceschi Foibe, prefazione di Umberto Nani, Centro Studi Adriatici, Udine 1949
  • Federico Goglio: “Foibe : inferno a nord-est”, Editore Baranzate di Bollate Cidal, 2001
  • Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Kappa VU, Udine, 2003
  • Patrick Karlsen, Frontiera rossa. Il Pci, il confine orientale e il contesto internazionale 1941-1955, LEG, Gorizia, 2010
  • Jožko Kragelj, Pobitim v spomin: žrtve komunističnega nasilja na Goriškem 1943-1948, Goriška Mohorjeva, Gorizia 2005
  • Giancarlo Marinaldi (vero nome Carlo Gonan), La morte è nelle foibe, Cappelli, Bologna 1949
  • Adamo Mastrangelo, Foibe, ciò che non si dice, Calendario del Popolo, Luglio 2008, Nicola Teti Editore
  • Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra vol 1. Le Lettere. Firenze, 2004
  • Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia. 1914-1924 vol 2. Le Lettere. Firenze, 2007
  • Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Mondadori, Milano 2003, ISBN 88-0448978-2
  • Frank Perme e altri, Slovenia, 1941, 1948, 1952: Anche noi siamo morti per la patria, Milano 2000.
  • Luigi Papo, L’Istria e le sue foibe, Settimo sigillo, Roma, 1999
  • Luigi Papo, L’ultima bandiera. Storia del reggimento Istria, L’Arena di Pola, Gorizia 1986
  • Eno Pascoli, Foibe: cinquant’anni di silenzio. La frontiera orientale, Aretusa, Gorizia 1993
  • Pierluigi Pallante, La tragedia delle foibe, Editori Riuniti, Roma 2006
  • Arrigo PetaccoL’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, Mondadori, Milano 1999
  • Raoul Pupo (aprile 1996). Le foibe giuliane 1943-45 .
  • Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Milano, Rizzoli, 2005. ISBN88-17-00562-2
  • Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Foibe, Bruno Mondadori, 2003. ISBN 88-424-9015-6
  • Raoul Pupo, Trieste ’45, Laterza, Roma-Bari 2010 ISBN 978-88-420-9263-6
  • Leonardo Raito, Il PCI e la resistenza ai confini orientali d’Italia, Temi, Trento, 2006
  • Franco Razzi, Lager e foibe in Slovenia, E.VI, Vicenza 1992
  • Guido Rumici, Infoibati. I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, Milano 2002
  • Giorgio Rustia, Contro operazione foibe a Trieste a cura dell’Associazione famiglie e congiunti dei deportati italiani in Jugoslavia e infoibati, 2000
  • Fulvio Salimbeni, Le foibe, un problema storico, Unione degli istriani, Trieste 1998
  • Cesare Salmaggi-Alfredo Pallavicini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989 ISBN 88-04-39248-7
  • Giacomo Scotti, Dossier Foibe, Manni, San Cesario (Le), 2005
  • Frediano Sessi, Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ’43, Marsilio, Venezia 2007.
  • Giovanna Solari, Il dramma delle foibe, 1943-1945: studi, interpretazioni e tendenze, Stella, Trieste 2002
  • Roberto Spazzali, Foibe: un dibattito ancora aperto. Tesi politica e storiografica giuliana tra scontro e confronto, Lega Nazionale, Trieste 1990
  • Roberto Spazzali, Tragedia delle foibe: contributo alla verità, Grafica goriziana, Gorizia 1993
  • Giampaolo Valdevit (cur.), Foibe, il peso del passato. Venezia Giulia 1943-1945Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1997
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  1. max
    febbraio 10, 2014 alle 7:12 am

    certamente i ns “vicini di casa” hanno da sempre una certa familiarita’con le pulizie etniche ed il recente passato ce lo ricorda ( guerra dei balcani), tuttavia non sono i soli…
    l’umana natura la conosciamo tutti e la colpa dei governi e’ che spesso tirano fuori il peggio di noi a tutte le latitudini e da parte di chiunque ( bianchi, neri, gialli, rossi e colorazioni intermedie).personalmente non sono fiducioso anche se la speranza e’ l’ultima a morire.

  2. febbraio 10, 2014 alle 8:33 am

    Che brutta pagina di storia anche questa…!
    Una pagina poco presente nei programmi ministeriali…pensa che io ne ho fatto la “scoperta” solo qualche anno fa! 😦

    grazie di questo post!

    Buona giornata
    .marta

  3. Shardana
    febbraio 10, 2014 alle 1:29 pm

    Che orrore.Concordo con max sulla responsabilità di capi di governo e religiosi in ogni parte di questo piccolo mondo,che ci aizzano uno contro l’altro in maniera subdola,in nome di un dio o di come ti vesti.Anch’io penso che l’orrore non finirà mai,ma auguro di sbagliarmi.

  4. Nico
    febbraio 10, 2014 alle 1:48 pm

    a leggere mi è venuto un groppo in gola, quanta sofferenza, quanta crudeltà cieca.

  5. Mara
    febbraio 10, 2014 alle 6:18 pm

    Grazie per averci dato l’opportunità di ricordare tanti morti innocenti. Dall’una e dall’altra parte. Ho passato parte del pomeriggio a rivedere vecchi filmati, a leggere le ragioni dell’una e dell’altra parte. Non esistono RAGIONI se non quelle insite nella fondamentale (e forse invincibile) bestialità umana. Con tutto il rispetto per le bestie. Chi di voi se la sente di affermare con sicurezza che consegnerebbe alla Giustizia lo stupratore che gli ha torturato e ammazzato la figlia?

  6. febbraio 11, 2014 alle 12:03 am

    da Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2014
    Istria e Dalmazia, l’Italia dimentica gli italiani. (Ferruccio Sansa): http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/10/istria-e-dalmazia-litalia-dimentica-gli-italiani/875711/

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