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Si degrada la Terra, sparisce l’identità.


Gallura, stazzo

Riflessioni più che condivisibili, quelle di Francesco Giorgioni, giornalista gallurese.

Valgono per la Gallura, valgono per la Sardegna, valgono per qualsiasi Terra che rischi d’essere snaturata, per qualsiasi collettività che rischi di perdere la propria identità.

Da Arzachena era divenuta Arzakhan, ora è in procinto di divenire Arzaqatar e sono tutti felici e contenti.

Domani non sapranno nemmeno chi sono.    E vaffanculo alla Sardegna.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Stazzi e storie perdute.

Sono andato a vedere la casa dove è nato mio padre. Dove mio nonno Francesco Giorgioni viveva facendo il pastore, il contadino, il muratore, il cacciatore e il falegname. Ci sono andato con Angelo, mio figlio.

Mio padre è nato nello stazzo di Chivoni, su un colle non abbastanza alto per guardare occhi negli occhi l’abitato di Luogosanto.

Mi sono dovuto fare largo tra le frasche per poter infilare la porta. Ho tirato su la testa e sopra di me c’era il cielo. Aveva una strana forma dai contorni frastagliati, esattamente la stessa della voragine aperta dal tempo sul tetto. Sul pavimento di fango calcinacci, mozziconi di travi, cocci di tegole. Nella stanza da letto un materasso ammuffito sostenuto da una rete divorata dalla ruggine. Anche un tavolaccio rosicchiato dai tarli, di un turchese scolorito come il cielo autunnale sopra di me.

Mio figlio mi mitragliava di domande. Gli occhi del suo intelletto fissavano la figura di Angelo, suo nonno, cercando di immaginare la sua vita in quel tugurio. I miei quelli di Francesco, il nonno mancato vent’anni prima che io nascessi.

Chi non sapesse la storia di quelle quattro mura potrebbe scambiarle per un rudere massacrato da un bombardamento, liberato in tutta fretta dal terrore di un raid aereo.

In quella casa non ci abita più nessuno da 41 anni. Quando è stata abbandonata io ero nato da pochi giorni. Mio padre l’aveva lasciata tre anni prima per trasferirsi ad Arzachena, verso i cantieri della Costa Smeralda. Fratello, sorella e madre anziana lo avrebbero seguito nel 1971. Mia zia Candida, che era con noi, ha indicato con orgoglio a mia moglie le calle che aveva piantato quando era ancora una ragazza: ben allineate all’ingresso, un benvenuto elegante per l’ospite che si fosse spinto sino a questa campagna sperduta.

Il tempo nello stazzo di Chivoni si è fermato a quei giorni e nessuno sa con esattezza quando il tetto abbia ceduto, se sia stato un crollo improvviso o un lento franare. I pochi oggetti rimasti a morire nelle tre stanze spogliate di porte e finestre sono il presente di quarantuno anni fa.

Mentre la storia scorreva, galoppando verso il cosiddetto progresso, il mondo delle campagne abitate si decomponeva giorno dopo giorno, chiuso fuori dalla vita di chi aveva trovato altrove soddisfazione alle proprie richieste. Dieci, cinquanta, cento stazzi concludevano in quel momento la loro storia: emarginati dalla favola del turismo, soppiantati dal richiamo di un mare diventato improvvisamente fascinoso. E siccome a quell’entroterra spopolato nessuno guardava più, si consentì

l’indiscriminata distruzione di ogni granito permettendo l’apertura di cave a chiunque lo richiedesse. Danni irreparabili, lo scempio senza rimedio di un paesaggio su cui si continua colpevolmente a tacere.

La famiglia Giorgioni passò dallo stazzo ad un paese lontano venti chilometri. Una distanza minima agli occhi di oggi, oceanica per chi aveva vissuto per decenni nella solitudine senza farsi mancare nulla di essenziale. Immagino mia nonna Giacomina Occhioni in quei momenti, i suoi tumulti nel cuore nei giorni della deportazione verso un altro mondo. Però era il viaggio verso la terra del benessere promesso, verso la felicità dei figli: c’era di che consolarsi. Aveva settant’anni e un male rimasto senza nome gli aveva portato via il marito molto tempo prima, eppure con disciplina marziale aveva tirato su tre figli senza troppi vittimismi. Ma anche per una donna tutta d’un pezzo, abituata ad ogni sventura, l’essere strappata alla propria vita non poteva che essere un dolore. Oggi  nonna Giacomina riposa nel cimitero di Luogosanto.

Mio padre e mio zio avevano comprato un camion ciascuno e viaggiavano per i cantieri della nascente Costa Smeralda. Non stavano più appresso al bestiame ma ai desideri architettonici dei nuovi visitatori. Finita ed inaugurata una villa se ne iniziavano a costruire altre dieci e le famiglie mandavano i figli a studiare da geometri, perché quel fiume in piena di denaro e lavoro sembrava non dovesse esaurirsi mai.

La nuova economia aveva l’aspetto di un serpente di cemento, le cui curve ricalcavano esattamente l’andamento della costa: l ‘ultima volta che sono stato in barca, di notte, ho visto quei chilometri di villaggi vacanze illuminati. Ho capito in quel momento cosa intendessero esattamente gli urbanisti degli anni settanta quando pronosticavano la nascita della città lineare. La portata dirompente della rivoluzione antropologica raccontata da intellettuali del calibro di Manlio Brigaglia, invece, l’ho capita tornando nello stazzo di Chivoni. L’entroterra e la sua arte di vivere spazzati via di colpo dall’irruzione dell’homo ludens, l’industria delle vacanze che impone le sue condizioni trasformando mestieri ed abitudini. Nel dilagare dell’ottimismo e nel lievitare dei depositi bancari dei miei conterranei, chi poteva seriamente porre il problema di un’economia che inevitabilmente si sarebbe esaurita con l’esaurirsi del territorio su cui piantare le fondamenta di nuove costruzioni? Non era previsione difficile, però a chi gliene poteva importare della dispersione del sapere di Francesco Giorgioni Senior, capace di strappare la vita alla campagna essendo ad un tempo mastru di muru e viticultore, falegname e ortolano, pastore e cacciatore? Il valore dei suoli ora si calcolava in metri cubi edificabili e non più in ettari coltivabili o in superfici utili per il pascolo.

Tre generazioni dopo, la resa dei conti è arrivata. Per il cemento non è rimasto spazio ma, nel frattempo, la dispersione di quei saperi non ci consente di trovare nuovo rifugio nella terra. Non rinnego il turismo, grazie al quale io, mio fratello e migliaia di altri sardi siamo stati cresciuti senza che nulla ci mancasse; neppure si guarda pateticamente al passato per rimpiangere una mitica età dell’oro.

Però si potevano combinare passato, presente e futuro, semplicemente applicando quanto prevedeva la filosofia del piano integrato al quale si ispirava il progetto della Costa Smeralda. Però noi e i nostri politici avremmo dovuto pretendere rispetto della storia e della nostra identità a quella risorsa piombata all’improvviso nelle nostre vite. Non avremmo dovuto tollerare l’esclusione da questo nuovo scenario di tutto ciò che non avesse il privilegio della vista mare. Non avremmo mai dovuto permettere che turismo e cemento ci venissero propinati come sinonimi e che, col tempo, ci risultasse difficile distinguere il costruttore dall’amministratore pubblico. Non ne faccio una colpa a mio padre, ma a me stesso e a tutta la mia generazione: avevamo strumenti più efficaci per leggere la realtà ma non ce ne siamo serviti.

Nessuna legge impone l’uscita di scena della civiltà dello stazzo quando sul palcoscenico irrompe l’economia del turismo. Un ex assessore provinciale, Gianni Ricciu, qualche anno fa ha dimostrato con un’eccellente ricerca che solo una percentuale irrisoria dei prodotti sardi finisce nei ristoranti e negli hotel della Costa Smeralda. La nostra sconfitta sta in questo fallimento.

Passata la sbornia, si torna a guardare con realismo la nostra immagine riflessa allo specchio e si ricominciano a fare i conti col nostro passato e con la nostra identità. Ma solo per imprecare sull’occasione perduta. E per mettere in guardia chi potrebbe cadere nello stesso errore.

Francesco Giorgioni

(foto da agriturismo-agrisole.com)

  1. icittadiniprimaditutto
    novembre 21, 2012 alle 7:45 am

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Eraclio
    novembre 21, 2012 alle 10:08 am

    L’articolo di Francesco rispecchia esattamente la storia della bassa Gallura e tutte le zone limitrofe a lei. Conosco la casa della foto sul monte Cugnana, e si chiama ” Li Pinnitteddi”,dove ci lavorò da ultimo pastore zio ”MARIO RAVANU” di San Pantaleo deceduto qualche anno fà, e raccontava con dovizia di particolari i sacrifici fatti per sopravvivere in un posto così aspro e difficile da lavorare,dedito sopratutto ad allevare capre,perchè non era possibile fare altra agricoltura,salvo qualche piccola porzione di terra dove si poteva seminare del grano con aratro in legno tirato dai buoi,questo era il mezzo operativo per lavorare la terra e non solo li ma nel resto della Gallura ed oltre.
    Le idee si contrappongono,giustamente come dice Francesco,quando si distinguono più i politici dagli imprenditori ho impresari,perchè la politica ha occupato tutto,facendo perdere alle genti la fiducia e sopratutto l’onestà,ma e stato sponsorizzato in modo quasi violento l’arrivismo,l’arricchimento facile,l’immoralità pubblica con la complicità di una parte di quella privata; ma anche i signori ambientalisti ho l’impressione che stiano facendo lo stesso percorso,sotto forme diverse ma comunque sempre ”pro domo mea”.
    Vorrei fare solo una domanda: dobbiamo sentirci più tutelati vivendo in una fantomatica riserva tipo indiana,visto che si vuole vincolare tutto in nome dell’ambiente,oppure questo non vale dove ci sono progetti affidati a qualche ambientalista di grido ed importante? Ho sentore che in molti casi succeda questo,ed è spiacevole.
    Io sono nato in campagna, che possiedo ancora,e lo ritengo un onore essere nato lì, così come ritengo e credo di non sbagliare,che in altri tempi quando si viveva la campagna senza lacci e lacciuoli, la terra si puliva dalle sterpaglie, si tagliava legna per fare il carbone, si aprivano strade di penetrazione agraria per raggiungere ogni angolo dello stazzo, e così via, oggi grazie ai tanti ambientalisti di turno non si può fare nulla,ed allora vediamo intorno a noi il deserto, a rischio incendi in zone diventate ormai irraggiungibili.

    • novembre 21, 2012 alle 3:03 PM

      Eraclio, nel tuo sottile “furore antiambientalista” tralasci la realtà.
      Mi pare che, grazie ad autorizzazioni di manica larga e alla quasi assoluta assenza di controlli, si è fatto e si faccia un po’ quello che pare sulle coste e in campagna. Ben di più di una “stradina” di penetrazione agraria.
      Particolarmente in Gallura, dove giustamente ha ricordato Francesco che “non avremmo mai dovuto permettere che turismo e cemento ci venissero propinati come sinonimi”, “che solo una percentuale irrisoria dei prodotti sardi finisce nei ristoranti e negli hotel della Costa Smeralda”, per giungere a “danni irreparabili, lo scempio senza rimedio di un paesaggio su cui si continua colpevolmente a tacere”.
      Noi ecologisti non stiamo zitti e non abbiamo altri interessi da difendere se non la nostra Terra.
      Se hai notizia di “progetti affidati a qualche ambientalista di grido ed importante”, tirala fuori, con nomi e cognomi e prove: la pubblichiamo senz’altro.
      Nessuno chiede una “riserva indiana”, chiediamo invece il rispetto del territorio e la sua corretta fruizione.
      Cosa che molti non sanno nemmeno dove sia di casa. Non solo, non ne vogliono sapere perchè contrasta con i propri interessi particolari con svariati zeri.
      Basterebbe, per iniziare, applicare correttamente il piano paesaggistico regionale.

      Stefano Deliperi

  3. riccardo
    novembre 21, 2012 alle 10:53 am

    alla pastorizia e all’agricoltura pochi giovani ritornerebbero semplicemente perchè c’è ancora benessere, negli anni ’50 c’erano molte famiglie letteralmente morte di fame…..i giovani cercano lavori più agiati, lavorare in campagna è duro e poco redditizio.

  4. Eraclio
    novembre 21, 2012 alle 11:43 am

    Non sono sicuro dell’affermazione che i giovani non tornerebbero alla campagna, sono quasi certo del contrario se i giovani si mettono in condizione di guadagnare il giusto.
    Certamente con i cartelli dei grossisti che ti mettono in condizione di non sopravvivere in campagna non ritorna nessuno.
    Se la Regione e la Comunità Europea, decidessero di aiutare questa categoria con prestiti agevolati per acquisto di trattori e mezzi agricoli,costruzione di locali di ricovero per le bestie, lasciar costruire case per la ho le famiglie, la Regione dotasse tutte le campagne di impianto di irrigazione, depolverizzare le strade di penetrazione agraria per raggiungere facilmente l’azienda,sono quasi convinto che molti tornerebbero alla campagna.
    Il problema e che i milioni e forse i miliardi di euro pubblici vengono sperperati ho a favore di industrie decotte, oppure in eventi organizzati dallo Stato ( cricca docet),perchè è lì che la politica ed i politicanti in particolare possono attingere a mazzette e ritorni magri alla propria insaputa. Gli anni 50 sono un altra storia, erano passati appena 5 anni dalla distruzione della guerra, ad oggi (!) almeno questo problema non lo abbiamo,domani? ”bò”.

  5. Eraclio
    novembre 21, 2012 alle 11:47 am

    ************Correzione ( ritorni magari alla propria insaputa)

  6. arpia
    novembre 21, 2012 alle 1:51 PM

    Ora c’e’ in Gallura la mania di sfruttare al massimo il terreno con costruzioni a dir poco oscene, basta farsi un giro nei comuni vicino alle coste per capire di cosa parlo. Celle e ammassi di cemento utilizzati per l’affitto di un mese estivo ad un turismo che ormai farebbe meglio a starsene a casa. Quindi succede che chi aveva la casa isolata al mare si ritrova ora in mezzo alle masse di gente e di cemento, cosi’ si da’ inizio ad un nuovo fenomeno la vendita delle vecchie campagne e stazzi da parte dei sardi al turista che se ne vuole stare in pace, lontano dal caos delle coste in alcuni periodi dell’anno ormai invivibili. I turisti comprano i terreni si fanno la residenza si iscrivono credo al registro agricoltori e/o allevatori per costruire ancora di piu’ e cosi’ la storia non finisce piu’. Ci si lamenta del fatto che le passate generazioni hanno svenduto le coste ma ora nonostante la situazione sia piu’ chiara da decenni, si svende lo stesso. Siamo in svendita da tempo una volta che ci siamo svenduti tutti e tutto, forse ci si accorgera’ di aver sbagliato quando sara’ ben troppo tardi per poter rimediare agli errori irreversibili commessi.

  7. Vic
    novembre 21, 2012 alle 9:59 PM

    In Corsica territorio incontaminato. Due terzi della terra vincolata a parco. Verde intenso. Litorale preistorico. Natura pura. Mare stupendo.
    Meditiamo in silenzio

  8. arpia
    novembre 22, 2012 alle 1:03 am

    Ad alcuni, stranamente, chi vuole difendere il territorio fa’ paura. E’ incredibile e’ come voler dire che in Sardegna il denaro che proviene dal turismo lo si fa’ per il cemento e non grazie alle bellezze naturali, che vengono spesso coperte dai tanto publicizzati bei complessi ben inseriti nell’ambiente!!!!!!!!!!!!! Si peccato che mi devo vedere la massa di calcestruzzo al posto della macchia mediterranea e la roccia che vedevo prima! “Il cemento porta lavoro e progresso in Gallura” questo e’ il motto, si infatti c’e’ talmente progresso che la Sardegna e’ economicamente messa malissimo nella lista delle regioni del paese. Non sa’ nessuno che diversificare e variare crea progresso? Non viene in mente a nessuno di fare strutture turistiche verdi che attraggono turisti intelligenti interessati e rispettosi della cultura e dell’ambiente. No, sono troppo impegnati a fare gli agriturismo, che stranamente consistono spesso in un ristorante in un pezzo di terreno, al contrario di altri luoghi in Italia, Francia ecc. dove agriturismo significa stare a contatto con chi lavora la terra e ha gli allevamenti e condividerne le giornate e assaporare i prodotti del loro lavoro. Sarebbe poi ora di finirla con questo porcetto arrosto e le varie sagre della tristezza e le solite cavolate del leccamento di piedi al turista. La Sardegna d’estate si trasforma in un circo , poi. appena passata la stagione i clowns si tolgono il trucco e tornano alla loro tristezza per poi rianimarsi nella stagione successiva. Ma dove vogliamo andare in queste condizioni? Comunque almeno un paio di cose in comune con le riserve indiane di cui si parlava in alcuni commenti l’abbiamo, il consumo dell’alcohol e il fatto che siamo visti dal visitatore non come soggetti alla pari. E questa sarebbe la nostra terra? Difficile vedere un grande impegno e un tipo di progresso positivo, troppo difficile cambiare la mentalita’.

  9. gennaio 2, 2013 alle 11:05 PM

    Reblogged this on Il blog di Fabio Argiolas.

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