Reportage Tuvixeddu.


Cagliari, necropoli di Tuvixeddu, sepolture (veduta aerea)

Barbara Lutzu è una giovane giornalista.  Ha frequentato l’Istituto per la formazione al giornalismo dell’Università degli Studi di Urbino e ora sta svolgendo il previsto stage presso Radio Capital, a breve sosterrà l’esame di Stato per diventare giornalista professionista.

Ha scritto un reportage su Tuvixeddu (http://ifg.uniurb.it/network/lutzu/).         Eccolo.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Cagliari, Tuvixeddu, interno tomba punica

 

 

QUEI SEPOLCRI SENZA PACE.

Quella di Tuvixeddu è una vicenda lunga e complessa. Le difficoltà iniziano dal nome: solo chi è nato e cresciuto nell’isola sa che quella ‘x’ si pronuncia ‘sc’, “Tuvisceddu”.

Questa è “la più grande necropoli fenicio-punica del mediterraneo”, come ripete chiunque abbia avuto l’interesse e la curiosità di informarsi in tutti questi anni.

Si tratta di un colle alto circa 100 metri sopra il livello del mare che da via Is Maglias scende fino al trafficato viale S. Avendrace. Nel VI secolo a.C. questo colle venne scelto dal cartaginesi per seppellire i loro defunti. Che probabilmente non hanno mai riposato davvero in pace. Oggi, in quella che appare come una macchia disordinata di verde in mezzo ai palazzi, ci sono circa 2000 tombe puniche risalenti agli ultimi secoli a.C. e oltre 50 tombe romane dei primi secoli d.C. Una ricchezza immensa per la città e per l’isola. Per il Paese intero. Se solo fosse valorizzata, se solo fosse fruibile, se solo fosse anche semplicemente conosciuta dai cittadini, dentro e fuori la regione.

E invece è stato una cava prima e una discarica poi, oltre ad essere sempre stata un ottimo rifugio per i senza tetto e un nascondiglio durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Cagliari, Tuvixeddu, area archeologica (tombe puniche)

Non che non si sapesse delle tombe. Le prime testimonianze sono del ‘500, ma è solo nel 1996 che, grazie anche alla pressione di associazioni quali Amici della Terra e Gruppo di intervento giuridico, viene posta una vera tutela con il vincolo archeologico diretto e indiretto, che arriva a coprire circa  23 ettari di terreno. All’epoca la proprietà era già dell’impresa edile Nuova Iniziative Coimpresa, che aveva acquistato i terreni agli inizi degli anni ’90 dalla Italcementi di Bergamo. Dai primi del ‘900 e fino agli anni ’70, infatti, Tuvixeddu e il vicino colle di Tuvumannu erano zona di cava: qui veniva estratto il calcare che ha contribuito alla ricostruzione di Cagliari dopo la seconda guerra mondiale. Ed è proprio per trasportare il materiale di cava fino alla cementeria di via S.Gilla che, scavando nella roccia, venne realizzato il percorso conosciuto a Cagliari come ‘il canyon’ per le sue pareti ripide e alte fino a 30 metri.

Quando la Nuova Iniziative Coimpresa, oggi di totale proprietà della famiglia Cualbu, acquistò i terreni l’intento era quello di riqualificare il quartiere, a metà strada tra la zona popolare di San Michele e quella residenziale di viale Merello. Dopo che i primi progetti vennero respinti – la soprintendenza premette affinché il parco archeologico e ambientale venisse valorizzato maggiormente – l’intesa venne raggiunta nel 2000, con la firma dell’accordo di programma tra Regione, Comune di Cagliari e privati. Un accordo secondo il quale l’impresa costruttrice si impegnava a progettare il parco e le strade, a costruire edifici residenziali (quattro palazzi che si affacciano su via Is Maglias e altre villette di due piani più  all’interno, a ridosso del costone di Tuvixeddu) e a cedere a titolo gratuito al Comune l’area coperta dal vincolo archeologico diretto e indiretto e altre porzioni di terreno a Tuvumannu; in tutto circa 39 ettari, su un totale di 48 ettari. Il Comune si sarebbe dovuto occupare del recupero dell’area archeologica, della creazione del parco e del museo e della realizzazione di una strada di collegamento tra via Is Mirrionis e viale S. Gilla, passando sotto il colle di Tuvumannu e poi lungo il tracciato del canyon artificiale. Una strada molto contestata perché, oltre a costeggiare il parco archeologico, sarebbe dovuta passare letteralmente attraverso una scuola, il liceo Siotto, del quale ne sarebbe stata abbattuta una parte.

Dodici anni dopo quell’accordo poco è cambiato. Il parco non è ancora stato realizzato e continua ad essere chiuso, la strada è ferma a metà, inutilizzabile, e degli edifici residenziali solo due palazzi sono stati costruiti fin’ora. Quell’accordo, infatti, scatenò subito grandi proteste da parte di tutte le associazioni ambientaliste, che vedevano l’autorizzazione a costruire a ridosso del parco come una minaccia alla necropoli e uno dei tanti casi in cui gli interessi economici hanno la meglio sulla storia e la cultura.

Cagliari, Tuvixeddu, area archeologica, “gabbionate” incombenti sulle tombe (oggetto di procedimento penale)

I lavori del gruppo Coimpresa iniziarono comunque nel 2005, mentre quelli del Comune per la realizzazione del primo lotto del parco iniziarono nel 2003, portando alla scoperta di nuove sepolture in quell’area. Ma entrambe le attività andarono avanti solo per tre anni. Nel 2006 con decreto del 9 agosto n.2323 la Regione Sardegna, governata allora da Renato Soru, vietò l’edificabilità e qualunque altra azione che potesse compromettere la tutela di quell’area. Tutto, quindi, si bloccò. Da questo momento iniziarono anni di ricorsi e contro-ricorsi che fino ad ora hanno avuto come esito solo quello di impedire l’apertura del sito archeologico.

Il primo ricorso, da parte di Comune e Nuova Iniziative Coimpresa, fu proprio a quel decreto regionale, che però venne revocato proprio il giorno della discussione. La Regione, quindi, confermò l’applicazione del piano paesaggistico regionale nel novembre 2006 che continuava, comunque, a contenere il blocco. Intanto nel dicembre dello stesso anno la Giunta istituì una Commissione regionale per la tutela del paesaggio la quale, due mesi dopo, dichiarò l’area di Tuvixeddu e Tuvumannu di notevole interesse pubblico, ampliando i vincoli di tutela. Che significava, di nuovo, l’impossibilità ad andare avanti con i lavori. Il Comune e i privati fecero ricorso al T.A.R. Sardegna che lo approvò annullando la delibera regionale e i nuovi vincoli imposti. La Regione, allora, fece ricorso al Consiglio di Stato il quale, però, lo respinse. Sembrava, quindi, a questo punto che i cantieri potessero riaprirsi. Ma la Regione, nel settembre 2008, fece un altro provvedimento di blocco in vista di una nuova legge, a cui seguì un altro ricorso al T.A.R. da parte di Coimpresa, vinto, e un altro ricorso al Consiglio di Stato da parte della Regione. Nel dicembre 2008 il governatore Soru rassegnò le dimissioni e da febbraio 2009 una nuova Giunta siede in Regione. Ma le cose non sono cambiate poi tanto.

L’ultima sentenza del Consiglio di Stato, datata 3 marzo 2011, ha riconosciuto che all’interno dell’area contestata c’è una zona coperta da tutela integrale e una da tutela condizionata, ma dice anche che per la regolamentazione definitiva delle restanti zone del colle Comune e Regione dovranno trovare un’intesa. Di questa intesa, dopo oltre un anno dalla sentenza, non c’è traccia. Sia la Regione che il Comune di Cagliari preferiscono non rispondere sull’argomento.

Cagliari, Tuvixeddu, atti di vandalismo su tombe puniche

Alla fine del 2011 i lavori nel primo lotto del parco sono riniziati. Si tratta di lavori di pulizia e di manutenzione. Quando sarà aperto definitivamente non si sa. Si sa solo che il progetto originale, che prevedeva due aree archeologiche a pagamento e collegate tra loro, un’area verde libera e un museo dove conservare tutti i reperti ritrovati nel colle, è stato ridimensionato. Niente più museo, niente passaggi per collegare le due parti archeologiche, meno panchine, meno punti sosta e l’illuminazione più semplice. I finanziamenti ottenuti in precedenza sono andati persi e ora i soldi non bastano più.

Nel settembre del 2011, inoltre, si è aperto un processo penale che vede sei persone imputate per diverse ipotesi di reato, tra cui degrado del patrimonio archeologico, realizzazione di opere non autorizzate nel parco archeologico e abuso d’ufficio.

 

Cagliari, Tuvixeddu, tomba punica a più livelli

 

Le sepolture di Tuvixeddu.

Tombe a pozzo. Sono tombe puniche costituite da un pozzo profondo circa tre metri (ma che a volte può arrivare anche a sette). Sul fondo si apre la cella funeraria, che in genere sta a monte del pozzo stesso, dove all’interno veniva deposto il defunto con il corredo, soprattutto ceramiche e gioielli.

Tombe a fossa. Principalmente romane o dell’ultimissima epoca punica. Sono costituite da un fosso scavato nel terreno, profondo circa 60-70 centimetri, dove veniva posto il corpo del defunto con il suo corredo. La tomba veniva poi riempita di terra pressata. Spesso al di sopra di queste tombe ne sono state ritrovate delle altre.

Busta. Si tratta di tombe a fossa romane a incinerazione diretta. Il defunto veniva sepolto con il suo corredo su un letto di rami o piccoli tronchi che bruciavano lentamente a tomba già chiusa. Quel che rimane, quindi, è solo un letto di carbone e raramente qualche resto di ossa.

Tuvixeddu, tombe romane ad arcosolio in degrado

Urne. L’incinerazione poteva essere svolta anche in un altro luogo. In questo caso i resti combusti del defunto venivano raccolti in un’urna, che veniva poi depositata nella terra o custodita nelle apposite nicchie delle tombe a camera.

Tombe a camera. Sono tombe romane scavate nella roccia, grandi come una stanza. Alle pareti in genere si trovano le nicchie dove vengono messe le urne. Spesso hanno una facciata che ricorda quella di un tempio, come la grotta della vipera, e incisioni in greco o latino.

 

 

Cagliari, Tuvixeddu, foto aerea

 

“ERA DIVENTATA UNA DISCARICA, L’ABBIAMO SALVATA”.

Donatella Salvi è archeologa della Sovrintendenza di Cagliari e Oristano.

Da quanto tempo si occupa delle vicende del colle?

Nel 1978, insieme ad altri due colleghi, ho fatto un documento per la difesa di Tuvixeddu, ma ho iniziato a lavorare alla necropoli nel 1987.

In che condizioni era allora?

Nella piccola porzione coperta dal vincolo archeologico le tombe erano più o meno a vista e l’area era recintata, anche se con gli anni era rimasto solo il cancello ma non c’era più il muretto che la circondava. Tutto il resto, dove poi noi abbiamo scavato negli anni successivi, era una discarica. Portavano qui macchine rubate, pezzi di moto, arrivavano i furgoni carichi di detriti di demolizione che scaricavano qui. La necropoli era in un totale stato di abbandono e degrado.

Come l’ha vista cambiare nel tempo?

Il salto è stato eccezionale. Con il nuovo vincolo del ’96 l’area è stata recintata e ogni tanto il comune mandava degli operai per ripulire. Poi abbiamo iniziato a lavorare noi e ora tutte le tombe che abbiamo trovato sono a vista. Ci auguriamo solo di poter riprende e terminare il lavoro.

Qual’è il danno maggiore che la necropoli ha subito?

Se escludiamo quelli causati dalla cementeria i danni maggiori derivano dall’abbandono. Ma anche dall’interruzione dei lavori. Non c’è cosa peggiore per uno scavo che lasciare i lavori di recupero inconclusi: le tombe già scavate si sporcano e all’interno vi crescono le piante, com’è successo qui. Fino a qualche mese fa la parte delle necropoli vicina a via Falzarego era un boschetto di ailanto, una pianta che cresce molto velocemente, pericolosa perché le sue radici sottili si infilano ovunque e poi, ingrossandosi, possono fare grossi danni alle tombe.

Cagliari, Tuvixeddu, area archeologica, giovane “guida”

La necropoli di Tuvixeddu è stata il sito più visitato durante il weekend Fai del marzo scorso.

Non avevo dubbi. Gli stessi cagliaritani non la conoscono e si è vista la voglia e il bisogno dei cittadini di andare a vedere un’area così importante e cui si parla tanto. Personalmente ne sono molto felice, anche perché finalmente la gente potrà parlare di Tuvixeddu dopo averla vista e rendersi conto degli errori commessi ma anche dei tanti luoghi comuni.

Come l’accusa di voler costruire sulle tombe? Le famose “colate di cemento” sulla necropoli?

Esatto. Le tombe non sono mai state in pericolo perché sono sempre state protette dal vincolo. E i palazzi contestati di via Is Maglias, oltre ad essere costruiti su un terreno sterile dal punto di vista archeologico, non sono neanche visibili dal parco.

Se il parco fosse terminato e, quindi, visitabile cosa significherebbe per Cagliari e per tutta la Sardegna?

Sarebbe una ricchezza per l’intera isola, e non solo dal punto di vista economico. Perché non esiste un’altra necropoli punica come questa.

 

 

Cagliari, Tuvixeddu, tombe puniche (foto Barbara Lutzu)

 

 

“TROPPI VINCOLI CI DANNEGGIANO”.

La famiglia Cualbu, proprietaria dei terreni a Tuvixeddu e Tuvumannu, lavora da 15 anni a un progetto che è ancora lontano dall’essere concluso. Ha investito soldi e tempo, ha subito i blocchi decisi delle amministrazioni pubbliche. Ed è stata accusata di voler ricoprire la necropoli con il cemento. Ma non ci sta a passare per il cattivo di turno. “Come possono accusarci di questo se il progetto è stato approvato dalla soprintendenza per i beni archeologici e da quella per i beni paesaggistici, firmato dal Comune e dalla Regione?”.

A parlare è Giuseppe Cualbu, consigliere delegato della Nuova Iniziative Coimpresa, la società che fa capo alla sua famiglia e che nei primi anni ’90 ha acquistato tutta l’area. Il loro intento era quello di riqualificare la zona, renderla meno popolare. Ma dopo avere avuto tutte le autorizzazioni le cose per loro sono cambiate.

“Noi abbiamo fatto tutto quello che la Regione e il Comune ci hanno chiesto, abbiamo ceduto le aree, abbiamo modificato il progetto e abbiamo anche pagato una fideiussione di dieci mila euro. Poi all’improvviso che mi dicono? Che hanno cambiato idea e non posso più costruire i palazzi, quelli da cui avrei dovuto guadagnare i soldi che ho già speso”. Questo è quello che è successo nel 2006, quando la Regione, allora governata da Renato Soru, ha esteso la tutela nel colle, bloccando ogni lavoro all’interno dell’area.

Tuvixeddu, tomba di Rubellio, interno in degrado

Sei anni dopo lungo via Is Maglias c’è ancora un cantiere aperto. Ma fermo. La Regione aspetta di raggiungere l’accordo con il Comune, così come previsto dall’ultima sentenza del consiglio di Stato del marzo 2011, prima di rinnovare all’impresa il permesso di costruire ormai scaduto. Ma di questo accordo, dopo più di un anno, non c’è ancora traccia. “Non riteniamo che quell’intesa sia vincolante per noi – continua Cualbu – l’accordo c’è già, è quello del 2000 ed è ancora valido, allora perché non possiamo riprendere i lavori?”. Nessuna risposta per loro da parte delle amministrazioni pubbliche. Così il gruppo ha fatto ricorso contro la Regione per chiedere il risarcimento dei danni. “Le perdite sono ancora in fase di quantificazione ma si tratterà di svariate decine di milioni di euro” spiega Cualbu. Oltre ai danni economici dovuti ai ripetuti blocchi dei lavori, infatti, c’è anche il mancato guadagno. Gli appartamenti degli unici due palazzi costruiti si vendono con difficoltà e a un prezzo inferiore rispetto quello che sarebbe stato se anche il parco fosse stato pronto. “Quegli edifici – continua Cualbu – sono stati studiati per stare all’interno di un contesto diverso da quello attuale. A danneggiarci, inoltre, è stata anche la violenta campagna mediatica  che si è scatenata negli ultimi anni contro di noi, che non ha certo favorito le vendite. Nessuno sa ancora come finirà tutta questa faccenda e chi cerca una casa preferisce acquistarla da un’altra parte, dove non ci sono problemi. E anche le banche ormai hanno smesso di darci fiducia e farci prestiti”.

A chi li accusa di essere nemici della storia e della cultura rispondono che lì dove stanno costruendo non è stato trovato nessun reperto archeologico e ricordano che, prima di loro, e per decenni, c’è stata un’intensa attività di cava: qualunque cosa ci fosse stata sarebbe comunque già andata distrutta. Anche dal punto di vista paesaggistico Cualbu ritiene che le critiche nei loro confronti siano infondate. “I nostri palazzi sono alti circa 16 metri, più bassi di tutti gli altri edifici circostanti, così come ci era stato chiesto, e soprattutto più bassi del costone roccioso che separa la parte di Tuvixeddu che dà su via Is Maglias a quella che scende verso viale S.Avendrace, con un dislivello di circa 30-40 metri. Chi continua a dire che stiamo costruendo abitazioni che si affacciano sulla necropoli dovrebbe venire a vedere di persona”.

 

 

Cagliari, Tuvixeddu, area archeologica (tombe puniche). Sullo sfondo le “torri” del complesso Immobiliareuropea s.p.a.

 

 

“BASTA CON I LAVORI, E’ UN LUOGO SACRO”.

Le associazioni di volontariato cagliaritane da anni seguono le vicende di Tuvixeddu con grande passione e coinvolgimento, cercando di intervenire sulle sue sorti per salvarla da abusi e degrado e battendosi perché gli interessi culturali e archeologici vengano messi al primo posto. Quello che chiedono è che chiunque possa andare a fare una passeggiata in mezzo al verde e alla storia.

Il Gruppo di intervento giuridico è una di queste. Nata nel 1992 con l’intento di usare lo strumento del diritto per la tutela dell’ambiente, è stata una delle associazioni a organizzare le prime escursioni guidate a Tuvixeddu nel lontano 1995. “Da allora la situazione è migliorata molto – dice Stefano Deliperi, direttore di Ufficio di controllo presso Corte dei Conti  e presidente del Gruppo – ma ancora siamo lontani dalla soluzione del problema”. Il problema, per loro, è quell’accordo del 2000 che ha dato l’autorizzazione ai privati per costruire nell’area.

Nonostante siano consapevoli che i lavori del cementificio potrebbero aver distrutto qualunque traccia storica possa esserci mai stata, non sono convinti della totale sterilità di quella fascia di terreno che dà su via Is Maglias. “Dall’altra parte della strada, dove c’è la facoltà di ingegneria, sono stati trovati resti di cave e parte di una calcara romane – continua Deliperi – questo significa che tutta l’area aveva un’importanza archeologica e che, quindi, doveva essere tutelata nel suo complesso. Ma non è mai stata indagata seriamente. In ogni caso un parco archeologico di quelle dimensioni e di quell’importanza necessita anche di un’ampia area di rispetto e non può essere assediato da palazzi e strade”. Il progetto originario prevedeva, infatti, anche una strada di collegamento tra via Is Mirrionis a viale S.Gilla. Una strada che, nel suo tratto finale, avrebbe costretto a demolire un’intera ala del liceo “Siotto” di viale Trento e una parte della scuola media di Via Falzarego.

“L’errore – continua Deliperi – è che allora si pensò a Tuvixeddu come a un vuoto urbanistico da riempire con la creazione di un nuovo quartiere. Si sarebbe dovuto partire, invece, dal valore archeologico e ambientale del sito e fare un lavoro di tipo ricognitivo e di tutela”. Più o meno quello che si sta cercando di fare ora attraverso i vincoli e il blocco dei lavori.

Cagliari, Tuvixeddu, foto aerea

Perché ormai l’accordo è stato fatto. “La situazione è complessa” spiega Deliperi. “Da una parte c’è un piano paesaggistico che, secondo la sentenza del Consiglio di Stato, è assolutamente valido, per cui alcune scelte fatte in passato devono essere riviste alla luce di questo. Dall’altra, però, c’è questo accordo, che può essere paragonato a un contratto di diritto privato e che dev’essere ugualmente rispettato anche perché le aree private sono state cedute al Comune a condizione che vengano realizzati tutti gli interventi previsti dal piano stesso. Se le cose cambiano bisogna trovare un nuovo accordo, ma tutte le parti insieme. Non può esserci una decisione unilaterale”.

Contraria a costruire in quell’area anche un’altra associazione, Amici di Sardegna, nata nel 1983. Tra il 2006 e il 2007 aveva raccolto circa duemila firme affinché  l’Area Vasta di Tuvixeddu-Sant’Avedrace-Santa Gilla venisse inserita fra i Monumenti dell’Unesco.

“Qui palazzi non si sarebbero mai dovuti costruire – dice il suo presidente dell’associazione Roberto Copparoni – ma ormai non è più pensabile metterli in discussione. Si potrebbe, invece, evitare di costruire le altre volumetrie, quelle che risulterebbero più vicine al vecchio stabilimento di calce, e magari trasferirle in altre zone di Cagliari”. Come dire: quello che è fatto è fatto, ora bisogna cercare di evitare ulteriori errori. “Noi vogliamo solo che il parco sia aperto e che chiunque possa godere di tale bellezza – continua Copparoni – ma vorremo anche che la popolazione residente venga coinvolta di più nelle decisioni attraverso le numerose piccole associazioni di volontariato che operano nel territorio e stanno in mezzo alla gente”.

Cagliari, Tuvixeddu, perimetri aree tutelate e zone oggetto di progetti immobiliari

(foto Sopr. Arch. CA, Barbara Lutzu, S.D., archivio GrIG)

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  1. icittadiniprimaditutto
    ottobre 23, 2012 alle 11:03 am

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. ottobre 26, 2012 alle 5:15 pm

    decisamente un ottimo lavoro

  3. dicembre 10, 2012 alle 1:36 pm

    Reblogged this on Il blog di Fabio Argiolas.

  4. dicembre 10, 2012 alle 2:45 pm

    da L’Unione Sarda on line, 10 dicembre 2012
    Tuvixeddu, parco ultimato entro marzo. L’accesso principale sarà in via Falzarego: http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/297701

  5. febbraio 18, 2013 alle 6:02 pm

    da Sardegna Quotidiano, 18 febbraio 2013
    Tuvixeddu Cantieri bloccati dal 2009 il Comune restituisce i soldi a Coimpresa: http://www.comunecagliarinews.it/rassegnastampa.php?pagina=30087

  6. marzo 8, 2013 alle 3:05 pm

    come abbiamo sempre sostenuto, prima di decidere qualsiasi cosa è necessario effettuare un’approfondita analisi dell’intera area!

    da La Nuova Sardegna, 8 marzo 2013
    Monumento funebre affiora nel cantiere di viale S. Avendrace. (Mauro Lissia)

    CAGLIARI. Basta scavare e attorno al colle di Tuvixeddu saltano fuori resti archeologici. L’ultimo ritrovamento è di questi giorni: in un cantiere edile aperto tra le torri dei Fenicotteri e l’ex cantiere Cocco, tra viale Sant’Avendrace e via Santa Gilla, è riemerso un tratto di strada romana collegato a un mausoleo in blocchi di pietra. Il sovrintendente archeologico Marco Minoja è intervenuto immediatamente e ha firmato un decreto di dichiarazione d’interesse pubblico, che ha bloccato i lavori in quel sito e ha imposto una serie di prescrizioni all’impresa impegnata nella costruzione di una palazzina. Minoja ha confermato il ritrovamento: «L’abbiamo segnalato al Comune e sappiamo che la strada col monumento funerario si estende verso est e verso ovest. Noi non siamo certo in grado di fare ricerche per l’assoluta mancanza di fondi, in questi casi possiamo solo vincolare l’area. Ed è quello che abbiamo fatto». La scoperta è una nuova conferma di quanto Italia Nostra, il Gruppo di Intervento giuridico e altre associazioni denunciano da anni: l’area archeologica di Tuvixeddu non può essere circoscritta dai confini della necropoli finora scavata, ma si estende certamente su viale Sant’Avendrace e oltre la strada, per coincidere con l’ex cementeria oggi trasformata in un orribile complesso edilizio semideserto, sede di uffici e abitazioni. Sono ormai decenni che i permessi di costruire vengono concessi senza alcuna indagine conoscitiva sulle aree attorno al colle dei Punici, dove la scoperta di strutture antiche di enorme valore storico e culturale è affidata alle imprese edili. Per fortuna la sovrintendenza archeologica, piuttosto distratta nel corso dei lavori di realizzazione del parco pubblico a Tuvixeddu, con la gestione Minoja ha ripreso a vigilare su una zona della città in gran parte compromessa dall’incessante attività immobiliare ma ancora sostanzialmente inesplorata.

  7. maggio 2, 2013 alle 10:51 pm

    da CagliariPad, 2 maggio 2013
    Palazzi a Tuvixeddu, Pd in pressing: “Il Comune riprenda la pratica”.
    Il Partito Democratico con un’interrogazione all’assessore Frau chiede di individuare le zone sottoposte a “tutela integrale”: http://www.cagliaripad.it/news.php?page_id=2581

  1. maggio 13, 2013 alle 1:17 pm

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