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I bambini clandestini in una stanza. Italiani in Svizzera.


Fra le tante cose curiose che si sentono sugli immigrati extracomunitari c’è anche l’avversione di tanti italiani verso il ricongiungimento con i relativi familiari.

Grazie alla penna di Gian Antonio Stella, ricordiamo che cosa avveniva negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso in Svizzera.      Lì gli immigrati erano italiani.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

da Il Corriere della Sera, 2 dicembre 2008

ANNI SETTANTA. «Non ridere, non piangere, non giocare».
I 30 mila piccoli italiani illegali in Svizzera. Quando Berna ostacolava i ricongiungimenti familiari dei nostri emigranti. E i mariti assumevano le mogli come domestiche per farle arrivare.

Gian Antonio Stella

Le mogli e i bambini degli immigrati? «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d’una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». Chi l’ha detto: qualche xenofobo nostrano contro marocchini o albanesi? No: quel razzista svizzero di James Schwarzenbach.   Contro gli italiani che portavano di nascosto decine di migliaia di figlioletti in Svizzera. E non nell’ 800 dei dagherrotipi: negli anni Settanta e Ottanta del ‘900.      Quando Berlusconi aveva già le tivù e Gianfranco Fini era già in pista per diventare il leader del Msi. Per questo è stupefacente la rivolta di un pezzo della destra contro la sentenza della Cassazione, firmata da Edoardo Fazzioli, che ha assolto l’immigrato macedone Ilco Ristoc, denunciato e processato perché non si era accontentato di portare in Italia con tutte le carte in regola (permesso di soggiorno, lavoro regolare, abitazione decorosa) solo la moglie e il bambino più piccolo ma anche la figlioletta Silvana, che aveva 12 anni. Cosa avrebbe dovuto fare: aspettare di avere un giorno o l’altro l’autorizzazione ulteriore e intanto lasciare la piccola in Macedonia? A dodici anni? Rischiando addirittura, al di là del trauma, il reato di abbandono di minore? Macché. Il leghista Paolo Grimoldi, indignato, si è chiesto «se la magistratura sia ancora un baluardo della legalità oppure il fortino dell’eversione».

Italia del nord, cartello “non si affitta ai meridionali”

E la forzista Isabella Bertolini ha bollato il verdetto come «un’altra mazzata alla legalità» e censurato la «legittimazione di un comportamento palesemente illegale». Lo «stato di necessità» previsto dalla legge e richiamato dalla suprema Corte, a loro avviso, non è in linea con le scelte del Parlamento. L’uno e l’altra, come quelli che fanno loro da sponda, non conoscono niente della grande emigrazione italiana. Niente. Non sanno che larga parte dei nostri emigrati, almeno quattro milioni di persone, è stata clandestina. Lo ricordano molte copertine della Domenica del Corriere, il capolavoro di Pietro Germi «Il cammino della speranza», decine di studi ricchi di dettagli (tra cui quello di Simonetta Tombaccini dell’Università di Nizza o quello di Sandro Rinauro sulla rivista «Altreitalie» della Fondazione Agnelli) o lo strepitoso reportage in cui Egisto Corradi raccontò sul Corriere d’Informazione del 1947 come aveva attraversato il Piccolo San Bernardo sui sentieri dei «passeur» e degli illegali. Non conoscono storie come quella di Paolo Iannillo, che fu costretto ad assumere sua moglie come domestica per portarla a vivere con lui a Zurigo. Ma ignorano in particolare, come dicevamo, che la Svizzera ospitò per decenni decine di migliaia di bambini italiani clandestini.   Portati a Berna o Basilea dai loro genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari.

Italia, cartello “vietato l’ingresso ai marocchini”

Leggi durissime che Schwarzenbachil leader razzista che scatenò tre referendum contro i nostri emigrati, voleva ancora più infami: «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ex guitto italiano». Marina Frigerio e Simone Burgherr, due studiosi elvetici, hanno scritto un libro in tedesco intitolato «Versteckte Kinder» (Bambini nascosti) per raccontare la storia di quei nostri figlioletti. Costretti a vivere come Anna Frank.  Sepolti vivi, per anni, nei loro bugigattoli alle periferie delle città industriali. Coi genitori che, terrorizzati dalle denunce dei vicini, raccomandavano loro: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere. Lucia, raccontano Burgherr e la Frigerio, fu chiusa a chiave nella stanza di un appartamento affittato in comune con altre famiglie, per una vita intera: «Uscì fuori per la prima volta quando aveva tredici anni». Un’altra, dopo essere caduta, restò per ore ad aspettare la mamma con due costole rotte. Senza un lamento. Trentamila erano, a metà degli anni Settanta, i bambini italiani clandestini in Svizzera: trentamila. Al punto che l’ambasciata e i consolati organizzavano attraverso le parrocchie e certe organizzazioni umanitarie addirittura delle scuole clandestine. E i nostri orfanotrofi di frontiera erano pieni di piccoli che, denunciati dalla delazione di qualche zelante vicino di casa, erano stati portati dai genitori appena al di qua dei nostri confini e affidati al buon cuore degli assistenti: «Tenete mio figlio, vi prego, non faccio in tempo a riportarlo a casa in Italia, è troppo lontana, perderei il lavoro: vi prego, tenetelo». Una foto del settimanale Tempo illustrato n. 7 del 1971 mostra dietro una grata alcuni figli di emigranti alla Casa del fanciullo di Domodossola: di 120 ospiti una novantina erano «orfani di frontiera». Bimbi clandestini espulsi. Figli nostri. Che oggi hanno l’età di Grimoldi e della Bertolini.

Italia, razzismo al contrario

Dicono: la legge è legge. Giusto. Ma qui il principio dei due pesi e delle due misure nella Costituzione non c’è. E la realtà dice che almeno un milione di italiani vivono oggi in condizioni di sovraffollamento nelle sole case popolari senza essere, come è ovvio, colpiti da alcuna sanzione: non si ammanettano i poveri perché sono poveri. A un immigrato regolare e a posto con tutti i documenti che sogna di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli esattamente come sognavano i nostri emigrati, la nuova legge chiede invece non solo di dimostrare un reddito di 5.142 euro più altri 2.571 per la moglie e ciascuno dei figli ma di avere a disposizione una casa di un certo tipo. E qui la faccenda varia da regione a regione. In Liguria ad esempio, denuncia l’avvocato Alessandra Ballerini, in prima linea sui diritti degli immigrati, occorre avere una stanza per ogni membro della famiglia con più di 14 anni più un vano supplementare libero (esempio: il salotto) più la cucina e più i servizi igienici. Il che significa che una famiglia composta da padre, madre e quattro figli adolescenti dovrebbe avere una casa con almeno sei stanze. Quanti italiani hanno la possibilità di vivere così? Quando vinse la Coppa dei Campioni, coi soldi dell’ingaggio e del premio per la coppa, Gianni Rivera comprò un appartamento a San Siro. Il papà e la mamma dormivano nella camera matrimoniale, il fratello nella cameretta e lui in un divano letto in salotto.     Se invece che di Alessandria fosse stato di Belgrado, sarebbe stato fuorilegge. Ed era Gianni Rivera. Il campione più amato da un’Italia certo più povera. Ma anche più serena di adesso.

(foto da mailing list sociale)

  1. icittadiniprimaditutto
    agosto 16, 2012 alle 4:24 pm

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. agosto 16, 2012 alle 6:11 pm

    Questa è la storia non solo dei razzisti svizzeri nei confronti degli operai italiani costretti a lasciare i propri bambini negli orfanotrofi di Domodossola e di Villadossola ma anche e soprattutto dei razzisti italiani che negli anni ’50 non affittavano un appartamento ai meridionali e mettevano, agli albori della televisione in Italia, l’apparecchio in un locale del bar sulla cui porta c’era scritto “Privato – vietato l’ingresso ai meridionali”. Questo nella città di Novara che ebbe il Prof. Fornara primo Prefetto della Resistenza.

    E’ la stessa storia che i razzisti ed i fascisti italiani applicano agli stranieri provenienti da tutte le parti dove c’è miseria, guerra e persecuzioni, segno che il fascismo non è solo un movimento storico politico che la civiltà giuridica e politica ha già condannato, ma è un modo di pensare, un modo di essere di molti nostri connazionali che conoscono solo a spanne la storia dei nostri emigranti in tutto il mondo dove, dalle umiliazioni, con il loro ingegno hanno saputo conquistarsi non solo l’accettazione ma la cittadinanza e salire molti gradini sociali.

    Tutto ciò a scorno, a vergogna dei due parlamentari, il leghista-razzista Paolo Grimoldi e la berlusconiana.razzista Isabella Bertolini, distintisi nel farsi riconoscere per il loro livello di inciviltà!!!

  3. agosto 16, 2012 alle 6:13 pm

    Reblogged this on barbatustirolese.

  4. agosto 17, 2012 alle 2:59 pm

    giusto per capire che razza di imbecilli ci sono fra i politici razzisti 😉

    da Il Post, 15 agosto 2012
    Un politico antisemita ungherese ha scoperto di essere ebreo. Si chiama Csanad Szegedi, è un europarlamentare: ha dovuto restituire la tessera del partito: http://www.ilpost.it/2012/08/15/csanad-szegedi-ungheria/

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