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Gli Etruschi in roulotte.


sarcofago etrusco

Riceviamo da Claudio Greppi, del Dipartimento di Storia dell’Università degli Studi di Siena e componente della Rete dei Comitati toscani per la tutela del territorio, e pubblichiamo volentieri.   E’ un caso emblematico quanto assurdo: si vanno a spostare reperti etrusco-romani per far posto a un capannone per la produzione di roulottes. A San Casciano Val di Pesa (FI), nell’ex virtuosa Toscana.  Appena avremo in mano un pizzico di documentazione, espleteremo le più opportune azioni legali.

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

Comune di S. Casciano Val di Pesa, deliberazione Giunta 1-08 2011



 
QUANTO VALE UNA STORIA DI 2000 ANNI.
by Archeopatacca

Per consentire a LAIKA la realizzazione di un capannone si progetta lo spostamento in altra sede degli insediamenti etruschi e romani trovati negli scavi: una vera e propria “archeopatacca”!  Da più di 10 anni il Comune di San Casciano persevera nella scelta di una localizzazione sbagliata e ad alto impatto ambientale e paesistico per il capannone richiesto dalla multinazionale Hymer, proprietaria di LAIKA caravan. Usando il ricatto occupazionale l’azienda ha ottenuto una variante ad hoc, su terreni agricoli acquisiti in un sito lontano dal distretto della camperistica, al di fuori di ogni pianificazione e neanche indagato con i necessari rilievi di archeologia preventiva.  Dopo 7 anni dalla adozione della variante non un mattone della fabbrica è stato posato, a dimostrazione di come si sarebbe potuto tranquillamente scegliere una localizzazione più adatta e di come la “urgenza” imprenditoriale nascondesse solo un lucroso investimento immobiliare.  Ad accrescere la miopia della scelta, durante gli scavi per il capannone emergono nell’anno 2010 importanti resti di un fabbricato etrusco e della pars rustica di una villa romana. Invece di valorizzare tali testimonianze storiche, imponendo al privato di adeguare l’intervento al mantenimento della stratificazione emersa durante gli scavi, l’amministrazione comunale interviene CON PROPRIE RISORSE per rendere possibile la demolizione di muri e fondazioni, e la loro ricostruzione a guisa di “finte rovine” lontano dal perimetro previsto del fabbricato industriale: una vera e propria “archeopatacca”!.  Le alternative c’erano, si poteva ipotizzare uno spostamento dei volumi o una loro riduzione, stante la banalità architettonica del manufatto (un parallelepipedo di metri 300 X 100 X 11). Inoltre: LAIKA è una azienda in crisi, che dopo un periodo di crescita (nelle sedi della Sambuca) dal 2006 al 2010 ha perso mercato riducendo la produzione e soprattutto la forza lavoro impiegata. Il nuovo capannone non si giustifica quindi in nessun modo, visto che le stesse previsioni aziendali parlano di limiti alla produzione dovuti alla crisi mondiale. Ma evidentemente l’interesse privato a realizzare tutta la volumetria concessionata vale più di duemila anni di storia.  La traslazione di muri e fondazioni in mattoni e ciottoli non potrà che essere distruttiva, e la demolizione dello scavo sicuramente toglierà alla ricerca scientifica la possibilità in futuro di analizzare un insediamento rurale importante per capire gli ordinamenti della campagna in epoca etrusco-romana. Non si tratta di edifici, che possono eventualmente essere smontati e rimontati, ma di tracce e resti di manufatti che hanno senso solo se rimangono nel proprio sito.  Che tutto questo si faccia non per realizzare un’opera di pubblico interesse ma semplicemente per venire incontro alle richieste di un investitore privato suscita perplessità e sconcerto.  Da più di un anno, in segretezza, l’amministrazione comunale e la Hymer hanno percorso l’iter autorizzativo evitando ogni confronto pubblico e addirittura negando ogni visibilità e informativa sul caso (era dal giugno 2010 che andava avanti il progetto che definiamo “archeopatacca”). Facciamo perciò appello alla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Ministero per i beni culturali, alla Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana, alla Direzione regionale (settore musei ed ecomusei) della Regione Toscana, perché non sia ratificato l’accordo per la rimozione delle strutture archeologiche. In particolare, facciamo appello agli assessorati regionali competenti perché sia possibile aprire un confronto tra gli esperti del settore in vista di un approfondimento scientifico sul sito archeologico, sospendendo temporaneamente ogni decisione.
Legambiente circolo “Il Passignano”, AMAT Montespertoli, MDT Montespertoli, Rete dei Comitati per la difesa del territorio, Italia Nostra Firenze, WWF sezione di Firenze, Legambiente toscana

(foto da mailing list ambientalista)

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  1. Elena Romoli
    settembre 11, 2011 alle 9:35 pm

    Diffondo volentieri dal gruppo Laboratorio Per L’alternativa, Perunaltrasancasciano:

    Alcune domande a proposito delle scoperte archeologiche a San Casciano
    Domenica 11 settembre 2011
    di Giuliano Volpe

    Ordinario di Archeologia e Rettore dell’Università di Foggia

    Dalla Toscana giungono notizie dell’ennesimo conflitto tra interessi privati e difesa del patrimonio archeologico. E ancora una volta sembra che a soccombere, come spesso accade nel nostro paese, debba essere il patrimonio culturale.

    Il caso mi è stato segnalato da alcuni amici toscani, non archeologi, che si sono rivolti a me per un parere, conoscendo il mio impegno nel campo della politica dei beni culturali.

    Ho cercato di acquisire informazioni più precise da colleghi archeologi, che, però, ignoravano quasi completamente l’episodio. La massima segretezza sembra avvolgere la vicenda. Le uniche informazioni, reperibili sul web sono fornite da un comunicato stampa e da denunce di varie associazioni ambientaliste, raccolte da alcuni giornali e da vari siti internet. La cosa che sollecita la mia curiosità e presenta, fin da subito, alcuni lati enigmatici è relativa al progetto di rimozione e ricollocazione dei resti archeologici: una procedura, tecnicamente assai problematica, alquanto rara e costosa. Ma procediamo in ordine.

    Il sito è posto nel territorio del Comune di San Casciano: qui è stata prevista la costruzione di un capannone da parte della multinazionale Hymer, proprietaria di LAIKA Caravan. Il progetto risale a molti anni fa, addirittura al 1997. Nel corso dei lavori edili sono emersi, nel 2010, resti archeologici riferibili, sulla base dei pochissimi dati al momento disponibili, ad una ‘fattoria’ etrusca e ad una villa romana. Tengo a ribadire che le informazioni in mio possesso sono a questo proposito assai scarse ed è pertanto assai difficile valutare la reale portata storico-archeologica della scoperta. Lo sottolineo, non perché voglia minimamente proporre un’idea selettiva, ormai fortunatamente abbandonata, che privilegi esclusivamente i manufatti di pregio artistico – ogni documento archeologico è unico e prezioso per la ricostruzione storica e per la conoscenza dei paesaggi stratificati – ma solo per comprendere la ratio delle scelte che si stanno effettuando.

    Non tocco le questioni relative all’impatto ambientale o al tema del consumo di territorio, che rientrano nelle competenze di altri. Mi limito a porre una serie di domande limitate al tema archeologico, in attesa di poter disporre di informazioni più precise, che, per trasparenza democratica, si spera possano essere fornite alla pubblica opinione, anche per limitare le polemiche spesso alimentato proprio dall’assenza di informazioni.

    Come mai, pur essendo trascorso tanto tempo dalla presentazione del progetto, non sono state effettuate indagini di archeologia preventiva, con l’uso dei metodi e delle tecniche e tecnologie (immagini aerofotografiche, prospezioni geofisiche, ricognizioni, ecc.) tipiche dell’archeologia dei paesaggi (che, peraltro, proprio in Toscana conosce livelli di assoluta eccellenza)? In tal modo certamente le tracce archeologiche sarebbero state individuate ancor prima dell’avvio dei lavori edili e sarebbe stato possibile indirizzare diversamente il progetto.

    Quale valutazione è stata fatta dei documenti storici e archeologici individuati? Qual è il loro stato di conservazione?

    Ma, soprattutto, perché si è adottata la decisione della rimozione e del trasferimento dei resti archeologici? Mi rassicura sapere che l’operazione è stata autorizzata dalla Soprintendenza Archeologica, dalla Direzione Regionale per i beni culturali, dal Comitato tecnico-scientifico del MiBAC. Ma resta l’interrogativo metodologico. Come dicevo, si tratta di una procedura complessa e costosa, che certo l’archeologia conosce bene ma che di solito viene riservata (proprio per la complessità tecnica e l’elevato costo) a scoperte “eccezionali”. Si potrebbero citare molti casi a tal proposito, ma mi limito a ricordare quello dei mosaici policromi di ville e domus romane della città di Zeugma in Turchia, asportati e rimontati nel Museo di Gaziantep con l’intervento munifico del Packard Humanities Institute (PHI), o, in Italia, quello vissuto in prima persona dei mosaici della chiesa paleocristiana del sito rurale di San Giusto (Lucera), asportati nel 1998 e tuttora in attesa di collocazione: in entrambi i casi l’operazione è stata giustificata dalla costruzione di opere pubbliche, nello specifico dighe, rispettivamente necessarie per la produzione di energia e per l’irrigazione delle campagne. Si tratta, peraltro, di interventi condotti molti anni fa, ben prima che si affermassero i metodi dell’archeologia preventiva. I due siti archeologici, dai quali sono stati asportati solo gli ‘elementi di pregio’ (i mosaici, appunto) sono tuttora sommersi dalle acque delle dighe e non si esclude che in un futuro altri archeologi possano riprendere gli scavi.

    Nel caso di San Casciano il problema è: i ritrovamenti sono relativi a “pochi muretti”, come qualcuno sussurra? Se sì, allora, si abbia il coraggio di portare la decisione alle estreme conseguenze, si documenti e si pubblichi l’intero contesto archeologico, e lo si sacrifichi autorizzando la costruzione del capannone al di sopra dei resti. La rimozione e la ricollocazione appare, infatti, una risposta alquanto ipocrita, forse utile solo come risposta alle proteste delle associazioni culturali e ambientaliste: che senso avrebbero i moncherini di “pochi muretti” decontestualizzati e collocati, quasi si tratti di elementi di arredo, in un finto parco archeologico? Senza contare i problemi tecnici posti dallo smontaggio di muri (di terra? in conci di pietra tenuti da malta? in cementizio?) di insediamenti rurali di età etrusca e romana, e ovviamente i costi legati all’operazione, che, perlomeno, mi auguro non si preveda di scaricare sugli ormai poveri bilanci degli Enti locali o delle Soprintendenze. Se, invece, si trattasse di elementi di grande interesse storicoarcheologico, tali da richiederne addirittura lo smontaggio e la ricollocazione in altro luogo, allora forse sarebbe il caso di riesaminare più attentamente la questione, privilegiando la conservazione in situ.

    Comunque vada a finire, ancora una volta saranno le ragioni dell’archeologia e del patrimonio culturale e paesaggistico a soccombere, forse anche a causa di un deficit di pianificazione e di valutazione preventiva, sotto il peso del consueto facile ricatto dell’occupazione e delle ragioni dello sviluppo economico, sostenute, è evidente in questo caso, da forti interessi politico-economici. E ancora una volta in questo eterno assurdo conflitto si cercherà di confermare l’immagine dell’archeologia – cioè di uno dei beni comuni più rilevanti di cui il nostro paese disponga – nemica dello sviluppo.

  2. Elena Romoli
    settembre 12, 2011 alle 10:36 am

    Da Toscana Infelix, mappa delle emergenze territoriali:

    http://www.toscanainfelix.org/index.php?sez=rec&id=fi08

    San Casciano Val di Pesa (FI): il caso dello stabilimento Laika

    Aggiornamento settembre 2008: le osservazioni del Coordinamento contro un Piano Strutturale fatto solo in funzione di Laika.

    Osservazioni

    Un Libro Bianco di Italia Nostra del 1969

    Un capannone di 300.000 mc in territorio aperto

    Si tratta di un’azienda industriale che produce camper e caravan e occupa circa 250 operai. Attualmente è ospitata nella zona industriale della Sambuca, nel fondovalle della Pesa in comune di Tavarnelle, in quattro diversi stabilimenti, l’ultimo dei quali è stato costruito nel 2001 grazie a una variante ad hoc, in deroga al Piano Regolatore di quel Comune, ma non è mai entrato in produzione. Infatti nel 2002 l’azienda è stata rilevata dalla tedesca HYMER, che ha subito fatto presente la necessità di realizzare un nuovo stabilimento dove concentrare tutta la produzione (di notevoli proporzioni: si parlava di circa 50.000 mq di superficie coperta, su almeno 10 ettari di terreno). E’ da notare che il settore della camperistica ha il suo centro nel distretto industriale della Val d’Elsa senese, intorno a Poggibonsi, dove esistono ampie possibilità di ospitare una simile previsione nelle zone industriali già previste negli strumenti urbanistici. Invece i Comuni di Tavarnelle e di San Casciano sono intervenuti presso l’azienda per convincerla a rimanere “nel territorio”, dove la soluzione è stata trovata nell’unico pezzetto di fondovalle ancora libero, comunque insufficiente rispetto alla richiesta: si tratta di un fazzoletto di poco più di 5 ettari (effettivi) in località Ponterotto in comune di San Casciano, dalla parte opposta rispetto alla Val d’Elsa. Naturalmente l’argomento è sempre stato quello di “salvaguardare l’occupazione”, come se spostare la produzione di 20 km più a sud fosse una perdita incomparabile.
    Il terreno (compresa una bella fetta di collina per arrivare vicino ai 10 ettari) è stato ceduto alla Hymer dai proprietari, con la mediazione del Comune, a un prezzo assai conveniente, con la promessa di trasformarlo quanto prima in zona industriale: operazione non semplice, sia perché la Regione Toscana aveva a suo tempo stralciato una previsione analoga (quando ancora esercitava un controllo sugli strumenti urbanistici comunali, cioè prima della Legge 5 del 95 “per il governo del territorio”), sia perché il Piano di Coordinamento Territoriale della Provincia di Firenze classificava quell’area come “territorio aperto”, sia infine perché il Comune di San Casciano si stava dotando proprio negli stessi anni di un Piano Strutturale, nel quale una simile previsione veniva condizionata alla verifica dell’impatto paesistico e ambientale.
    Il Piano Strutturale veniva adottato nel marzo 2004, alla fine del mandato della Giunta guidata dal sindaco Pietro Roselli. La nuova Giunta (sindaco Ornella Signorini) aveva la possibilità di procedere alll’approvazione del Piano Strutturale, con le opportune eventuali correzioni, e poi verificare la possibilità di accogliere una previsione come quella della Laika al Ponterotto (tutt’altro che scontata). Invece il PS è stato messo nel cassetto e si è proceduto con una “Variante” al precedente Piano Regolatore (la peggiore delle prassi urbanistiche), con il consenso ufficialmente “tecnico”, in realtà politico, di Provincia e Regione. In più è stata seguita, per salvare la faccia, una procedura di “valutazione integrale” del progetto dello stabilimento, i cui verbali dovrebbero dimostrare la fattibilità dell’intervento, mentre invece mostrano solo la confusione che nasce dall’intreccio di interesse privato e scelta urbanistica ad hoc.
    Ci sono comunque voluti altri due anni per adottare la Variante: si arriva così al giugno 2006, mentre azienda e sindacati premono perché si faccia presto. In agosto scadevano i termini per presentare osservazioni: a questo punto è scattato un fatto imprevisto, cioè si è formata una rete di associazione e comitati che ha presentato un numero consistente di osservazioni, tecnicamente e politicamente assai fondate, alle quali è stato dato anche un certo rilievo almeno sulla stampa locale. In una conferenza stampa dell’8 settembre 2006 presso la sede regionale di Legambiente è stata presentata anche una simulazione video che mostra l’impatto dello stabilimento Laika sulle colline circostanti. Siamo infatti ai margini del vero e proprio Chianti, in una zona fra le più interessanti del paesaggio fiorentino.

    vai all’immagine wikimapia

    E’ stato più di recente presentato (da parte dei circoli e delle associazioni) un esposto alla magistratura perché in tutta la vicenda si possono anche riscontrare illeciti di vario genere.
    Evidentemente la previsione, sia pure ridimensionata a “soli” 300.000 metri quadri di superficie coperta, non è facile da digerire anche per le forze politiche locali e provinciali, anche se l’assessore regionale al Territorio (Riccardo Conti) continua a ribadire la sua linea per cui “quello che s’ha da fare, si fa”. La Variante è stata poi approvata nel marzo 2007: i Comitati a questo punto hanno deciso di rivolgersi con un ricorso direttamente al Presidente della Repubblica, anche per sottolineare il carattere non solamente locale della vicenda. Il ricorso è stato successivamente riportato in sede di TAR su richiesta della stessa azienda LAIKA, che evidentemente non si fida più delle promesse degli amministratori. La discussione è fissata per il prossimo 12 maggio.

  3. Elena Romoli
    settembre 14, 2011 alle 10:44 am

    La Laika fa traslocare i resti etruschi
    di Mario Neri, La Repubblica, 14 settembre 2011

    Ritrovati nell’area del futuro capannone: la soprintendenza dà l’ok al trasferimento. “No all’archeo-patacca”
    La Laika fa traslocare i resti etruschi

    Nella terra dei caravan anche un sito archeologico può traslocare. Succederà ai resti di un insediamento etrusco e a quelli di una villa romana di età imperiale ritrovati nel giugno 2010 a Ponterotto, pochi chilometri da San Casciano, dove la Laika caravans vorrebbe costruire il mega capannone progettato 11 anni fa per rilanciare la produzione dei camper nella Val di Pesa. Da un anno i lavori sono fermi. Nei 3 ettari destinati alla nuova fabbrica – e riconvertiti in area industriale con una variante ad hoc del Comune – gli archeologi procedono ancora con scavi e analisi, ma l’amministrazione di San Casciano ha già accolto le richieste della multinazionale: i reperti verranno ricollocati vicino al torrente Pesa «in modo da riprodurre la disposizione dei vani rispetto all’esposizione al sole e alla direzione dei venti», è scritto in una delibera approvata ad agosto. Il via libera è arrivato con il parere favorevole di Soprintendenza, ministero dei Beni culturali e Regione, eppure fa infuriare i comitati del Chianti. «Trasferendo i resti si creerà una “archeopatacca” – dice Giuseppe Pandolfi, presidente del circolo locale di Legambiente – Il comune avalla una speculazione. La salvezza dei posti di lavoro è una scusa, negli ultimi anni i fatturati di Laika sono scesi». Non sarà un parco archeologico farlocco, è invece la tesi della Soprintendenza: «Ci sono molti esempi di rovine ricollocate a favore di una maggiore tutela – spiega la soprintendente regionale Mariarosaria Barbera – e comunque il trasferimento è previsto dal codice dei beni culturali». Comitati e ambientalisti vorrebbero che Laika ridimensionasse i progetti. «Non più un grande capannone da 30mila mq, ma qualcosa meno, quanto basta per lasciare i reperti a loro posto», chiede anche Mauro Romanelli, consigliere regionale di Sel, che ieri ha presentato un’interrogazione urgente in consiglio.
    Pubblicato da Laboratorio per l’Alternativa a 02:09

  4. Elena Romoli
    settembre 14, 2011 alle 10:45 am

    Martedì 13 settembre 2011
    Caso Laika, petizione “Non affogate i resti della villa etrusca nel cemento”
    Andrea Settefonti, La Nazione, 13.09.2011

    SAN CASCIANO

    Sui resti di una villa etrusco ellenica e di una romana ritrovati nel cantiere di Ponterotto, a San Casciano, dove si realizza il nuovo stabilimento Laika, entra in scena anche l’associazione “Laboratorio per un’altra San Casciano”, lo fa organizzando una petizione via posta elettronica con l’obiettivo di sensibilizzare l’assessore regionale alla Cultura Cristina Scaletti affinché i resti vengano valorizzati e non affogati nel cemento.

    Nell’appello inviato all’assessore si legge che “nel 2010 durante gli scavi cantieristici sono stati rinvenuti resti archeologici di un edificio di epoca etrusco-ellenistica e di una villa romana di età imperiale. Invece di valorizzare queste testimonianze storico-artistiche, l’amministrazione comunale ha fatto propria l’istanza di rimozione dei reperti avanzata da Hymer a pochi mesi dall’inizio degli scavi.
    Inoltre, il Comune ha deciso di intervenire con proprie risorse ad un progetto di demolizione, rimozione e ricostruzione in altro sito dei reperti, senza esplorare le alternative possibili che con modifiche progettuali salvassero almeno parte del sito archeologico”. Secondo il Laboratorio “tutte le procedure legate al progetto sono state svolte nella assoluta segretezza e senza contraddittori”. Inoltre “ancora non esiste neanche una riga di relazione pubblica sugli scavi” e “il progetto di rimozione è stato deliberato a scavi in corso (quando ancora la villa romana non era emersa) a prescindere quindi dai risultati”. Il rischio è “che il progetto distruggerà il valore scientifico del sito e produrrà un falso storico e topografico”.

    Quindi viene chiesto all’assessore di “accogliere l’appello delle associazioni ambientaliste WWF, Legambiente, Italia Nostra, Rete dei Comitati, sospendendo la firma regionale all’accordo e aprendo un confronto tra i tecnici per verificare se davvero questa sia la soluzione giusta”.

    Pubblicato da Laboratorio per l’Alternativa

  5. settembre 27, 2011 alle 8:21 pm

    riceviamo e pubblichiamo volentieri.

    Ecco il testo dell’interrogazione che il Senatore Pardi ha presentato sulla vicenda “Archeopatacca” al Ministro per i beni e le attività culturali.

    INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

    PARDI. – Al Ministro per i beni e le attività culturali. – Premesso che:
    in località Ponterotto, nel comune di San Casciano in Val di Pesa (FI), è prevista la localizzazione di un capannone di tre ettari da parte della multinazionale Hymer, proprietaria di Laika caravan, nonostante le proteste di molti comitati e associazioni che ne denunciavano l’elevato impatto ambientale e paesaggistico;
    durante gli scavi per la realizzazione dello stabilimento sono emersi notevoli reperti archeologici: in particolare sono stati rinvenuti i resti di un edificio di epoca etrusco-ellenistica e di una villa romana di età imperiale. La realizzazione del progetto, risalente al 1997, appare avvolta nel mistero: le procedure legate all’attuazione sono state operate in totale assenza di trasparenza, la localizzazione dello stabilimento è stata operata senza pianificazione e senza i necessari rilievi archeologici e, ad oggi, non è stata pubblicata alcuna relazione sugli scavi;
    la scelta dell’amministrazione comunale, dettata da motivi occupazionali, lascia pensare invece ad una semplice operazione di rendita immobiliare, dal momento che la struttura è ancora lontana dall’essere aperta e la Laika ha pesantemente ridotto i posti di lavoro negli ultimi anni. Sembra dunque evidente che non vi è alcuna certezza che l’azienda garantisca in futuro il livello occupazionale promesso;
    si apprende ora che, con delibera n. 132 del primo agosto 2011, la Giunta comunale di San Casciano ha fatto propria la richiesta di rimozione dei reperti, avanzata da Hymer a pochi mesi dall’inizio degli scavi, decidendo di intervenire con proprie risorse ad un progetto di rimozione e ricollocazione dei reperti in un altro sito. A parere dell’interrogante il trasferimento dei reperti distruggerebbe il valore scientifico del sito di Ponterotto, contribuendo invece alla nascita di un falso storico e topografico, una vera e propria “archeopatacca”;
    rilevato che:
    all’art. 9, comma 2, la Costituzione prevede che il patrimonio storico, artistico e paesaggistico debba godere della più ampia tutela;
    il codice dei beni culturali e del paesaggio, decreto legislativo del 22 gennaio 2004, n. 42, all’art. 1 sancisce come la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrano a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio, mentre all’art. 29 precisa che la conservazione del patrimonio culturale debba essere assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro. Infine all’art. 30 il decreto impone a Stato, Regioni ed enti territoriali l’obbligo di garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di loro appartenenza;
    considerato che:
    se è vero che il codice dei beni culturali e del paesaggio prevede l’ipotesi di trasferimenti, questi devono essere motivati da ragioni di straordinario interesse pubblico, come ad esempio una grande infrastruttura, e inoltre devono essere orientati ad una maggiore tutela, che certamente non può essere subordinata ad interessi prettamente privati. Tanto più che i reperti in questione rappresentano resti di edifici e dunque non possono essere considerati alla stregua di suppellettili o elementi di arrendo, facilmente trasferibili. La mancanza di trasparenza, che ha accompagnato tutta la vicenda, rende lecito pensare che l’opera di trasferimento sia semplicemente un modo per rispondere alle istanze poste da comitati, associazioni culturali ed ambientaliste,

    si chiede di sapere:
    quali azioni il Ministro in indirizzo intenda intraprendere al fine di garantire una coerente e programmata attività di conservazione del patrimonio culturale e paesaggistico del nostro paese;
    se non ritenga di interesse primario la salvaguardia di reperti che, allontanati dal sito di provenienza, risulterebbero decontestualizzati e snaturati.

  6. ottobre 20, 2011 alle 8:32 pm

    da La Repubblica, 19 ottobre 2011
    Le inchieste – I posti di lavoro o l’archeologia? Scontro in Toscana. (Francesco Erbani, Mario Neri): http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/10/17/news/archeologia_industriale-23359564/?ref=HREC2-6

  7. ottobre 22, 2011 alle 10:58 am

    da Eddyburg, 22 ottobre 2011
    Ebbene si, ha vinto Confindustria. E ora?
    Data di pubblicazione: 22.10.2011

    Autore: Greppi, Claudio

    Sembra che in Toscana, 26 anni dopo la “legge Galasso”, si sia ancora molto lontani dall’assegnare alla tutela delle qualità del territorio priorità rispetto allo sviluppo del cemento. Scritto per eddyburg

    Con il comunicato di ieri del presidente della Regione Enrico Rossi e con l’intervista di oggi su Repubblica di Antonella Mansi, presidente di Confindustria Toscana, la vicenda Laika al Ponterotto passa ad una nuova fase. E’ vero, abbiamo cercato di impedire il trasferimento dei reperti archeologici che per quasi tutti (tranne i responsabili, per l’appunto) è uno scempio senza senso, che ci coprirà di ridicolo. Una soluzione poteva anche essere trovata, lasciando i reperti al loro posto e modificando la planimetria del capannone: ma non ne hanno voluto sapere. Vogliono far presto e bene, come dice spesso Rossi: perderanno un sacco di tempo (e di soldi) e faranno male, diciamo noi.
    Tutto ciò ha contribuito a rimettere in luce una vicenda lunga dieci anni, pieni di dubbi e di passaggi poco chiari. Il terreno, agricolo, è stato venduto a prezzo industriale come dice oggi il direttore di Laika De Haas, e ripete il presidente Rossi, oppure no? Circa 20 € al metro quadro, nel 2002, sono tanti o pochi? Quali erano le alternative, se sono state cercate, e se no, perché? E la lunga procedura della valutazione, richiamata dal Sindaco, è stata una cosa seria o una farsa? E le cosiddette mitigazioni, a cui ancora oggi ci si appella, hanno ancora senso, dopo la scoperta dei reperti? E perché non è mai stato fatto un serio rilievo del terreno, quando era il momento? E chi, fra i responsabili ai vari livelli, conosce davvero la consistenza dei ritrovamenti, sui quali non è ancora stata prodotta alcuna relazione? E perché tutta questa segretezza, nel tenere nascoste decisioni già prese più di un anno fa, nell’impedire addirittura la visione dell’area ai “non addetti ai lavori”?
    Queste domande resteranno senza risposta, anche se si può dire che se prima se ne parlava solo a San Casciano, ora se ne parla in tutta Italia. Ma partiamo dall’episodio di giovedì 13 ottobre, ben documentato su: http://inchieste.repubblica.it/. Nel corso della preparazione di un servizio sul caso Laika due giornalisti di Repubblica, Francesco Erbani e Mario Neri, si avvicinano con la telecamera per riprendere, dall’esterno, la zona degli scavi più vicina alla strada provinciale, dove stanno lavorando alcuni addetti della Soprintendenza: i quali accorrono subito al cancello del cantiere, intimano ai due giornalisti di andarsene e minacciano l’intervento dei carabinieri. Il tutto in nome del “Codice del Paesaggio”, che dovrebbe, a sentir loro, tutelare la riservatezza degli operatori, anche quando si tratta di beni culturali oggetto di discussioni pubbliche (e di fotografie sui giornali). Un simile trattamento non era certamente stato riservato, solo due giorni prima, ai rappresentanti delle categorie, inclusa Confindustria, invitati dal Sindaco alla presentazione del progetto e alla visita degli scavi. Il Codice non dice niente di simile, ovviamente, ma l’episodio è indicativo di un certo modo di procedere, che d’ora in avanti sarà bene cambiare profondamente.
    Il quadrato intorno a Laika, come titolava la settimana scorsa il giornale locale Metropoli, formato da amministrazione comunale, partiti (PD + PdL) sindacato e Confindustria, è così “magico” che ha sempre pensato di far scomparire con un tocco di bacchetta ogni forma di dibattito fondato sulla conoscenza dei fatti. Se la scoperta dei reperti archeologici è venuta a galla, già all’inizio dei lavori nella primavera del 2010, lo dobbiamo al fatto che alcuni cittadini curiosi, che ben conoscono questa parte del territorio, seguivano con molta apprensione lo sviluppo del cantiere, ben sapendo che quel terreno nascondeva notevoli sorprese, come infatti si stava puntualmente verificando. L’impresa non poteva far altro che chiamare la Soprintendenza archeologica, che in un primo tempo accettava qualche forma di dialogo con i visitatori (i curiosi) locali. Quando le prime pietre cominciano a venir fuori dal terreno, secondo i solerti scavatori sono solo tracce di quei muretti che si mettono intorno agli olivi (forse in Puglia?): al che un agricoltore del posto fa notare che in quel fondovalle gli olivi non si coltivano, bisogna salire un centinaio di metri più su. Si trattava infatti del sito di origine etrusca, che emergeva ai piedi della collina accanto a una fontana settecentesca: proprio quello che i curiosi locali si aspettavano. Ne dà conto, del ritrovamento, un breve trafiletto su Repubblica del 7 giugno, che fa imbestialire la Soprintendenza. E qui si chiude ogni possibilità di rapporto amichevole con le autorità preposte allo scavo.
    A una mia cortese richiesta via mail, l’ispettrice Alderighi rispondeva: “Le comunico che la situazione è del tutto tranquilla; è stato previsto un controllo archeologico dell’area su mia indicazione fin dal momento della procedura per la VIA; gli scarsi rinvenimenti che possono avere un interesse archeologico sono di minima importanza e verranno valorizzati nel miglior modo possibile”. E proseguiva con un tono sempre più seccato: “La curiosità sua e della popolazione deve attendere ancora un po’ in quanto è norma di questa Soprintendenza non rendere noto alcun risultato né agli studiosi né ai curiosi se non al termine dei lavori e, per iscritto, sul Notiziario della Soprintendenza che viene pubblicato l’anno successivo; pertanto, da parte di questa Soprintendenza, come per tutte le attività in altri siti, non è autorizzato alcun sopralluogo né rilasciato alcun comunicato durante i lavori; ad ogni modo si tratta di un cantiere privato e quindi, anche per quanto riguarda l’intero cantiere, a prescindere dai miseri ritrovamenti, un eventuale sopralluogo deve essere autorizzato dalla Proprietà”.
    La mail è del 9 giugno dell’anno scorso. Soltanto di recente, nel mese di settembre, veniamo a sapere che nello stesso mese di giugno quella stessa Proprietà, con la maiuscola, aveva avanzato la richiesta di trasferire i “miseri ritrovamenti”, che allora comprendevano solo il sito etrusco-ellenistico, in altra sede: per poi estendere la richiesta, tre mesi dopo, a proposito del sito della villa romana. La richiesta era stata accolta dalla Soprintendenza regionale, e inviata a Roma al Ministero, che poi finirà per accoglierla, come è noto. Di tutto questo non trapela nulla, né sulla stampa né negli atti dell’amministrazione comunale.
    Ogni tentativo di saperne di più era stato frettolosamente respinto. Cito dall’ordine del giorno presentato il 29 settembre da Lucia Carlesi:
    “con domanda di attualità (delibera CC n. 26 de1 12 aprile 2010) furono richieste informazioni circa i ritrovamenti che stavano emergendo a Ponterotto avanzando richiesta di massima trasparenza e conoscenza del progetto e l’Amministrazione assicurò la presentazione di una relazione; la commissione Ambiente e Territorio nella seduta del 16 giugno 2010 esaminò la richiesta di sopralluogo sul cantiere Laika avanzata dei gruppi consiliari Laboratorio per un’Altra San Casciano-Rifondazione Comunista, Futuro Comune e Popolo della Libertà, per prendere visione degli scavi in corso e che tale richiesta fu respinta;”
    Del trasferimento dei reperti si viene a conoscenza soltanto nello scorso agosto, anzi alla fine del mese, perché chi va a pensare che una delibera così importante venga presa dalla Giunta comunale il primo di agosto, senza alcuna pubblicità. E chi si poteva aspettare che il primo atto ufficiale in cui si parla di “accordo per la disciplina dei rapporti per la rimozione, ricollocazione, restauro e valorizzazione delle strutture archeologiche rinvenute in San Casciano Val di Pesa, località Ponterotto” venga non dalla Soprintendenza o dalla Regione, ma dalla Giunta che anticipa – senza neppure interpellare il Consiglio: e qui hanno commesso anche un errore procedurale, molto probabilmente – un protocollo che tutti gli interessati dovrebbero poi firmare. Qui si può dire che l’abitudine a lavorare di nascosto aveva preso un po’ la mano, ai nostri amministratori, forse convinti che nessuno si sarebbe accorto di quello che stavano facendo. Tanto più che se poi andiamo alla ricerca di qualcosa che somigli a un progetto di questa famosa “ricollocazione e valorizzazione” dei reperti dobbiamo andare a pescarlo in una deliberuccia precedente, risalente al 27 giugno, dal misterioso titolo “progetto esecutivo di valorizzazione dei siti archeologici e del parco sportivo ‘la Botte’ attraverso un sistema integrato di segnaletica turistica”.
    Come mai il Sindaco avrà aspettato l’11 ottobre per presentare ufficialmente un progetto che se ne stava ben nascosto da tre mesi e mezzo? Come mai avrà scelto di presentarlo ai rappresentanti delle associazioni di categoria, e soltanto a loro: con successiva visita a “quei quattro sassi”, come li ha definiti la presidente di Confindustria? La risposta è semplice: perché solo nel mese di settembre un serio lavoro di denuncia e di comunicazione ha impegnato associazioni e comitati, oltre all’unica forza di opposizione rappresentata in Consiglio Comunale, quella di Laboratorio per un’altra San Casciano – Rifondazione Comunista. E’ stato sufficiente inventare un sito (http://archeopatacca.blogspot.com/), preparare qualche comunicato che dava pubblicità alla protesta per la mancanza di trasparenza. I primi attestati di solidarietà sono venuti proprio dal mondo degli archeologi, per i quali la stessa idea dello spostamento dei reperti suonava come uno scherzo di cattivo gusto. “La cosa che sollecita la mia curiosità e presenta, fin da subito, alcuni lati enigmatici è relativa al progetto di rimozione e ricollocazione dei resti archeologici: una procedura, tecnicamente assai problematica, alquanto rara e costosa”, così Giuliano Volpe il 12 settembre sul sito eddyburg, uno dei principali luoghi del dibattito sul territorio su scala nazionale.
    Al resto ci hanno pensato proprio i sostenitori del progetto Laika, che per difenderlo con ogni mezzo hanno finito per contribuire a fare da cassa di risonanza: fino all’invasione del Consiglio Comunale in occasione della discussione su un ordine del giorno presentato da Lucia Carlesi, l’unica consigliera contraria all’operazione, accusata di voler togliere il lavoro agli operai e sottoposta a un vero e proprio tentativo di linciaggio politico. Antonella Mansi attacca gli “ambientalisti in cachemere”, e l’assessore Anna Marson risponde per le rime. Ma anche in questo caso quella che sembrava una posizione isolata, a San Casciano, è stata oggetto di una solidarietà ben più vasta e significativa, estesa a tutte le componenti dell’ambientalismo vecchio e nuovo. Anche fra le forze politiche che sostengono la Giunta regionale si sono manifestati seri dubbi sulla correttezza dell’operazione, fino al momento in cui Enrico Rossi ha chiuso ogni spiraglio annunciando la prossima firma del protocollo su “ricollocamento e valorizzazione” dei reperti, visto che è tutto in regola, con il benestare degli organi di tutela. L’archeopatacca si farà, dunque?
    A questo punto possiamo promettere solo una cosa: che non staremo a guardare passivamente. Il lavoro di questi due mesi ha fatto emergere tutti i vizi di una vicenda nata male e continuata peggio. Un errore urbanistico iniziale, un disegno campanilistico in nome di presunti interessi dei lavoratori che coincidono con quelli dell’azienda, finisce per produrre una gaffe culturale senza precedenti. Ci dispiace che i dipendenti Laika siano stati tirati in ballo a sproposito per coprire responsabilità politiche (qualcuno ha anche parlato di “scudi umani”). E allora anticipiamo fin d’ora quelle che saranno le nostre domande nei prossimi mesi.
    Quanto tempo ci vorrà per spostare i reperti in condizioni di sicurezza? Si parla di completare tutta l’operazione a primavera, del 2012: vogliamo scommettere che si arriverà a quella del 2013?
    Quanti soldi costerà l’operazione? Si parla di 400.000 € da parte dell’azienda: e il resto? Il Comune dove li trova, i soldi (cosa che le delibere non chiariscono minimamente)? Li metterà la Regione, e con quale giustificazione? Ricordiamo che per rimpinguare le scarse risorse finanziarie il Comune ha già provveduto a vendere pezzi del proprio patrimonio: continuerà così?
    Che aspetto avrà il sito-patacca? Le opere murarie saranno davvero “restaurate” come si sente dire, e inserite in un bel giardino pubblico? Quante risate si faranno i visitatori? O ci sarà da piangere?
    E infine, quanti operai resteranno senza lavoro, una volta completata la nuova struttura produttiva, in nome della razionalizzazione invocata dall’azienda? E quali diritti spetteranno ai dipendenti che si sono schierati con il padrone (non si dice più?) legandosi mani e piedi alle sorti dell’azienda?
    Sarà molto triste, fra qualche anno, dire che avevamo ragione: quando la frittata sarà fatta, con tutto il danno irreversibile a quel bene comune che è il paesaggio con i suoi valori storici e culturali. Se non possiamo impedire lo scempio, possiamo almeno dire che chi lo ha voluto se ne dovrà assumere la responsabilità, che l’operazione non potrà mai più essere sepolta sotto le formule del “è tutto sotto controllo” e “lasciateci lavorare”. Ci hanno provato, a fare tutto di nascosto: ma non ci sono riusciti. Questa è la nostra modesta vittoria, per ora: provino a sostenere il contrario.

    Claudio Greppi si esprime anche a nome della Rete dei comitati per la difesa del territorio.

  8. mirkaperaro
    dicembre 6, 2012 alle 12:41 pm

    Chi sono le persone raffigurate. Che cosa stanno facendo,secondo te. Qual e il loro atteggiamento.

  9. marzo 10, 2016 alle 2:48 pm

    ed ecco come è andata a finire.

    da Territorialmente – Rete dei Comitati per la difesa del territorio, 8 marzo 2016
    Ma dell’archeopatacca non ne parla nessuno?: http://www.territorialmente.it/2016/03/ma-dellarcheopatacca-non-ne-parla-nessuno/#more-18499

  1. novembre 19, 2012 alle 12:44 pm

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