I nevai della Sardegna.


 

La straordinaria varietà di paesaggi che la Sardegna racchiude, probabilmente senza eguali nel Continente europeo, nel periodo invernale si arricchisce di scenari nevosi poco noti e davvero stridenti con  l’immagine di terra calda e assolata che della Sardegna si ha.

Sono quelli dei versanti del Gennargentu oltre i 1300 metri d’altitudine, che non di rado si presentano ricoperti da un manto nevoso di tutto rispetto.

E nelle annate particolarmente nevose come questa, fino a maggio inoltrato è ancora possibile incontrare – tra peonie in fiore e un profluvio di ruscelli e sorgenti – nevai di tutto rispetto.

Gennargentu, nevaio

Gennargentu, nevaio

Le immagini e i video, ripresi a metà marzo 2013, ci mostrano uno spettacolo che di sardo, secondo i canoni tradizionali, dovrebbe avere ben poco.

E invece è Sardegna anche questa…

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Gennargentu, nevaio

Gennargentu, nevaio

Gennargentu, nevaio

Gennargentu, nevaio

(foto J.I., archivio GrIG)

  1. Occhio nudo
    aprile 4, 2013 alle 9:26 am

    Una meraviglia.

  2. Beatrice
    aprile 4, 2013 alle 10:39 am

    Vero, vero.
    Visto, visto: qualche settimana fa.
    Fantastico.
    Ma anche la carezza del sole e del verde di ieri: amo la terra di Sardegna (se solo ci fosse un ponte con altre terreferme…)

  3. lucia
    aprile 4, 2013 alle 12:39 pm

    Sardegna, terra splendida…

  4. Michele Puxeddu
    aprile 4, 2013 alle 9:59 pm

    Suggerisco anche una riflessione sulla progressiva drammatica scomparsa da questo meraviglioso ambiente degli ultimi grandi patriarchi vegetali rappresentati dai giganti di roverella che si spingono ormai relitti fino al limite della vegetazione arborea ad oltre 1500 m. di quota.

    • Beatrice
      aprile 5, 2013 alle 10:50 am

      Un’estinzione naturale, o forzata? Non si può far niente?

      • aprile 5, 2013 alle 4:58 pm

        estinzione a base di seghe elettriche: per evitarla sono necessari controlli efficaci da parte del Corpo forestale e di vigilanza ambientale.

  5. Shardana
    aprile 5, 2013 alle 10:08 am

    Esseri senzienti anche quelli anche se a volte c’è ne dimentichiamo e li immoliamo in modo effimero.Grazie al gruppo intervento giuridico per la risposta sul circo🙏🙏🙏🙏

  6. Michele Puxeddu
    aprile 5, 2013 alle 10:02 pm

    Gli interventi con motoseghe come da me relazionato anche nel recente convegno internazionale del dicembre scorso a Tonara sono più spesso accompagnati dalla stessa vetustà degli ultimi grandi patriarchi che proprio per il progressivo isolamento (anche genetico) non riescono più ad assicurare la rinnovazione naturale su cui si scarica tra l’altro una costante azione negativa del pascolo che da anni ormai non è più transumante. I dati di sparizione delle grandi piante sono drammatici. Ci vorrebbero scelte coraggiose, per coinvolgere tutte le istituzioni interessate, e di coraggio non ne vedo, finalizzate ad una protezione integrale in un’area che è Parco Nazionale, non dimentichiamolo!

    • aprile 5, 2013 alle 11:08 pm

      parco nazionale non “vivo” nè “morto”, ma nel limbo, purtroppo: http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/2010/07/01/ectoplasmi-coraggiosi-e-parchi-naturali/

    • Juri
      aprile 6, 2013 alle 12:48 pm

      Penso che il pascolo brado dei maiali rinselvatichiti sia la causa dell’azzeramento del rinnovamento da seme delle formazioni arboree site nelle aree a più alta quota del Gennargentu. Mentre più in basso la notevole quantità di piantine che ogni primavera spunta ai piedi di lecci e roverelle permette che almeno un piccolo numero sopravviva (garantendo un rinnovamento minimo, del tutto insufficiente ma comunque presente), oltre i 1300-1400 m l’esiguità della copertura arborea non è minimamente in grado di far fronte a questa pressione. Si attiva così un circolo vizioso che non lascia scampo.
      Per capire gli effetti deleteri di questo pascolo incontrollato basta confrontare alcune parcelle di terreno recintate con altre limitrofe che però sono aperte al pascolo (come nella zona di Genn’ ‘e Raga). Nelle prime c’è un’autentica esplosione di giovani piantine di leccio che saturano subito il suolo libero, nelle altre ne sopravvivono a stento solo alcune, quelle particolarmente resistenti.
      La tutela del patrimonio forestale del Gennargentu (che presenta aree di eccezionale valore ambientale, da primato europeo) sarebbe proprio una di quelle attività che troverebbe ampio spazio (e finanziamenti) nel mai avviato Parco Nazionale. Un perfetto esempio di come si potrebbe creare lavoro apportando un grande beneficio per l’intera collettività.
      Chi ha dedicato la sua esistenza a fare la guerra al Parco, e ha tanto esultato quando è stato di fatto cancellato, dovrebbe avere almeno il pudore di tacere. E invece, questi personaggi, ci tocca ancora sentirli pontificare, gridare al mancato sviluppo e al “drammatico spopolamento” delle aree. Raccogliendo ancora un qualche consenso.
      Del resto, se la Sardegna è ridotta così male un motivo ci sarà…

  7. Michele Puxeddu
    aprile 6, 2013 alle 11:21 pm

    Condivido anche quanto dice Juri sul disastro delle battaglie “antiparco” di cui sempre di più si avvertono gli effetti perniciosi. Per quanto riguarda la rinnovazione da seme di roverella oltre i 1200 m. s.l.m. il suo comportamento è comunque un po’ diverso da quello del leccio. In ogni caso il circolo vizioso che non lascia scampo è dovuto proprio al sempre crescente isolamento delle singole grandi piante portaseme che rarefacendosi sempre di più alla fine stanno scomparendo per sempre. E’ questo il vero dramma a quelle quote.

  1. aprile 4, 2013 alle 9:54 am

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